lunedì 6 febbraio 2012

"Nora e le ombre": la lettura di Fabio Ciriachi

Fabio Ciriachi, dopo aver letto il mio primo romanzo, "Nora e le ombre" (Palomar, 2006), mi ha scritto ieri una magnifica lettera in cui tra l'altro si legge quanto segue.

"Caro Claudio, provo a darti una prima impressione di lettura su Nora e le ombre. Parto (e non potrebbe essere altrimenti) dalla scrittura: solida, affidabile, capace, per dirla con terminologia teatrale, di frequenti applausi a scena aperta, senza cedimenti o debolezze, scorciatoie e semplificazioni, sostegno ideale della lettura. In questo libro il rapporto col tuo scrivere scorre carsico nei precordi del lettore, con cadenza di gratitudine, e ogni tanto zampilla in superficie suscitando osservazioni di incondizionato elogio. È così. Nella trama registro la morbidezza con cui la storia s’impone, prende corpo piano, come l’emergere di un’immagine fotografica sulla carta immersa nel liquido di sviluppo, e porta verso il suo epilogo utilizzando quelli che per te, ora che ho letto un altro tuo libro, credo siano meccanismi distrattivi che sai usare molto bene e che ami ripetere; e la cosa, anche qui, funziona. Non si sa mai se quella che si sta percorrendo sia o meno la via principale, i livelli cambiano, i punti di messa a fuoco si alternano con una frequenza che scoraggia il tentativo di credere nel reperimento di quello che potrebbe essere il centro del luogo in cui si è stati convocati. E così il dramma di Nora arriva al termine, parallelamente a quello di Aurora, amaro come il sapore sospeso delle vicende via via attraversate non aveva lasciato presagire, ma capace di svelare la sua verità tutta assieme quando il quadro si fa completo e l’occhio può spaziare su una superficie più articolata e ampia. Qui - benché ancora a caldo, e senza la distanza che permette visioni più nitide - azzardo che il centro delle due storie potrebbe essere quello delle dinamiche famigliari (intesa la famiglia come epicentro acritico di nefandezze e fabbrica di collusioni viziose); dinamiche giocate con brutale e immediata rozzezza, ai tempi di Aurora (qualunque fosse la natura delle sue visioni), e con ipocrita e colposa distrazione, ai tempi di Nora. Ho apprezzato molto l’aspetto di crudo e comico realismo grottescheggiante di molte situazioni sia individuali che relazionali: la disavventura di Nora nel bagno della scuola, la mancata copula tra Nora e De Mastris, il dialogo tra Cuzzalla e Isacco prima del pestaggio. Vorrei fare una considerazione proprio su questo particolare registro grottescheggiante che, nelle tue mani, mi sembra carico di possibilità espressive. Vi colgo qualcosa di analogo a quanto mi è accaduto un paio d’anni fa a Parigi. Aspettavo, nella deprimente Gare de Bercy, il treno per Roma, ero in anticipo e ho passato un paio d’ore a guardarmi intorno. A un certo punto, dopo aver osservato un’umanità davvero poco appetibile, ho capito che Daumier, il buon Honoré Daumier considerato satireggiante e caricaturale, è invece un pittore realista, e che gli altri, quelli che ritraggono esseri umani armoniosamente belli, sono invece, nella migliore delle ipotesi, fantastici. Ecco, mi sembra che attraverso Nora (sono tutte sue, comunque, le ombre, altro che quelle di Aurora!), tu colga la realtà con lo stesso coraggioso realismo di Daumier, e la rappresenti con altrettanta ineludibile maestria. Se posso concludere queste prime impressioni di lettura in ambito pittorico, direi che nel tuo occhio, è vero, c’è Daumier ma mi piace immaginare, e non credo di farlo in totale arbitrio, che dentro le tue emozioni ci sia un bel po’ di Bonnard."

sabato 4 febbraio 2012

Da "Letteratitudine": Francesca Scotti, "Qualcosa di simile"


I dieci racconti di “Qualcosa di simile” (Pequod, 2011) di Francesca Scotti, privi di titolo, si distinguono per la semplice numerazione. I numeri al posto dei titoli sottolineano le continuità tra un racconto e l’altro, continuità tematiche e timbriche, che l’autrice ha già avuto modo di definire leitmotiv. Questi riverberi tematici tra i brani, costanti ma mai ostentati, già fanno intuire, mi pare, la cultura musicale dell’autrice, perché davvero alludono a un modo di “comporre” i racconti come se fossero parti di una suite.
Sempre a proposito di musica: Francesca Scotti è diplomata in violoncello, e anche questo si sente, nella precisione con cui descrive il rapporto fisico con lo strumento, oltre che i dettagli tecnici che solo chi suona conosce così a fondo e sa riferire con naturale competenza. Il violoncello compare anche in un paio di racconti, il 4 e il 10: è un compagno esigente e delicato, richiede un coinvolgimento emotivo totale e una straordinaria concentrazione; si accompagna sempre a giovani esecutori impacciati, tormentati, anche angosciati. È dotato di una sensibilità acutissima, che amplifica e rende irrimediabili le indecisioni e le distrazioni di chi lo suona, le quali si riverberano subito sulla sua intonazione, trasmettendosi attraverso il braccio, il polso, l’arco, la corda. La sua è una voce duttile, dotata di accenti quasi umani, e se davvero volessimo cercare tra gli strumenti dell’orchestra l’equivalente della voce che racconta queste brevi storie lo troveremmo nel canto del violoncello – un canto che non teme la monodia, perché sottintende sempre un’ampiezza di strati armonici sotto, o sopra.
Anche il pianoforte abita con autorevolezza gli spazi di diversi racconti, come una presenza viva ma pronta ad animarsi. È associato, nelle pagine della Scotti, a ragazze o donne complesse, che lo sanno suonare con una superiore perizia. Di fronte al pianoforte, alla sua perfetta intonazione, all’impassibilità e alla maestosità della sua architettura, si prova un senso di disagio, ci si scopre timidi, incerti, approssimativi. Il pianoforte, nei racconti di Francesca, è uno strumento che basterebbe a se stesso, ampio e ricco come un’orchestra: ma a volte si concede all’accompagnamento, alla commistione (in un trio di Haydn nel n. 4, nei Pezzi Fantastici di Schumann nel n. 10).
In uno dei racconti più intensi, il n. 5, il pianoforte non c’è, ma aleggia ed è cercato ovunque come un fantasma, nella casa della vecchia maestra di strumento (Midori, già apparsa nel n. 4) che, diventata cieca, sa fare a meno non solo del piano, ma di tutta la musica. È un racconto in cui la musica risuona misteriosamente, anche se viene smentita ad ogni riga.
La musica nei racconti di Francesca è sì abbandono, bellezza, facilità miracolosa, ma anche (e più spesso) fatica, delusione, pianto, frustrazione; questi sentimenti, oltre che dinanzi alla difficoltà dello strumento o alla complessità della letteratura strumentale, sono provati di fronte a figure femminili difficili e esigenti, amiche o maestre totalizzanti, che magari possiedono doti sovrumane da virtuose ma non amano la musica e sperano addirittura di trovare qualcosa che le aiuti a liberarsene. Quest’ultimo singolare aspetto ricorre più di una volta: dalla musica, dai condizionamenti pressanti che occupano intere vite e allontanano amicizie, amori, altri piaceri, ci si deve allontanare, per avere la possibilità di scoprire se stessi e cercare nuovi sentieri di libertà.
C’è molto altro nei racconti di “Qualcosa di simile” di Francesca Scotti, non solo la musica: ma lascio che gli altri lettori lo scoprano leggendo (ascoltando) queste pagine nitide e insieme sfuggenti, in cui compassione e crudeltà si amalgamano intensamente.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

venerdì 20 gennaio 2012

"Le larve": l'opinione di Roberto Sturm

Riporto volentieri le parole che Roberto Sturm ha dedicato al mio "Le larve" sulla pagina del gruppo VIL, https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/.

"Letto Le larve, allora. E non posso che parlarne bene. Come Rapsodia, forse per motivi diversi, lo trovo uno dei testi più significativi della narrativa italiana contemporanea da me letti. Testo di spessore, studiato nello stile e nella struttura, compie "il miracolo" di abbinare uno stile superiore, che ammicca ai classici, ma con una propria anima, a una trama "difficile" (non complicata) che presenta diversi livelli di lettura. Da un livello superficiale e apparentemente semplice ad altri molto profondi. Sembra che niente sia lasciato al caso: tanto per iniziare, la trama, che si snoda, nonostante la pesantezza della vicenda, sinuosa e coinvolgente. I temi trattati, che hanno bisogno di una lettura almeno accurata, non ammiccano alle mode o al lettore, ma non per questo risultano meno interessanti. Il lavoro di ricerca si sente in tutto il testo: lo sforzo di Claudio riesce a farsi sentire dando alla lettura connotati di fluidità e di ricchezza che personalmente ho trovato molto ma molto di rado negli autori italiani."

lunedì 16 gennaio 2012

"Nora e le ombre": le parole di una lettrice

Riporto volentieri le parole che Roberta Ferrarese, dopo una lettura attenta, ha dedicato al mio primo romanzo, "Nora e le ombre".

"Cosa penso di Nora e le ombre? A me è piaciuto, mi ha dato di che pensare, e una "fine", a mio parere, c'è. Mi hai fatto riflettere sulla carnalità terrena degli esseri umani, intesa come utilizzo, quasi sempre rozzo e maldestro, del corpo al fine di comunicare qualcosa che materiale non è. Nelle pagine del tuo romanzo ho letto l'utilizzo del corpo come mezzo per esprimere ciò che non ha consistenza materiale, sia che si tratti di sentimenti (ira, timore, invidia), di desideri (sessuali, di espiazione...), sia che si tratti di volontà di soverchiare gli altri (l'affermazione della supremazia e del potere mediante la violenza fisica e spirituale)."

venerdì 13 gennaio 2012

Sintonie: Marco Codebò, "La bomba e la Gina"


Ho avuto il piacere di leggere l’anno scorso una prima stesura de “La bomba e la Gina”, il nuovo romanzo di Marco Codebò, e all’inizio di quest’anno ho provato lo stesso piacere alla rilettura della versione pubblicata presso le edizioni Round Robin (corredata da un sottotitolo, “Intorno a Piazza Fontana”, che chiarisce subito l’ambito storico di riferimento).
È un romanzo “politico”, certo, anche militante, perché è animato da una forte tensione morale, e lavora attorno a una tesi (lo so che parlare di tesi in un romanzo è brutto, ma ci siamo capiti), o per meglio dire difende un’idea, forte, netta, documentata.
È anche un romanzo “storico”, senza indulgere però ai cliché dei romanzi storici di oggi: lo sorregge un tessuto di collegamenti tra passato e presente, lo irrobustisce un paziente lavoro di ricerca e di archivio (di cui “La bomba e la Gina” è anche il racconto, nel senso che descrive in molte parti l’ostinato lavoro di chi cerca di cavare un senso dalle carte e dalle fonti: e in questo, sottilmente, diventa un metaromanzo storico, come lo era già il precedente “Appuntamento”, del 2009). Non è un caso se in una deliziosa fantasticheria collocata verso la fine, e ambientata nel cimitero di Carrara, la voce di Pinelli defunto dialoga con un Alessandro che si interessa al suo caso e che non può che essere Manzoni – il Manzoni severo indagatore del “Vero” e instancabile compulsatore di verbali che ha scritto quel monumento di civiltà che è la “Storia della Colonna infame” e che a quanto pare ha scritto una lezione valida ancora oggi.
Quello di Codebò è insomma soprattutto un romanzo, non un saggio di giornalismo storico: affronta la realtà con gli strumenti del romanzo, sfrutta con sapienza l’incastro a sorpresa dei narratori e dei punti di vista, ricorre a una brillante e libera polifonia di voci. Gioca con il lettore, ne solletica l’intelligenza, lo “depista” più volte anche, ne estende l’orizzonte d’attesa – ma non rinuncia a esprimere un’intenzione pedagogica quando lo invita a condividere l’importanza e l’urgenza di una denuncia. Questo gioco intellettuale si interrompe solo verso la fine, quando, in una sorta di capitolo a parte, la sorella e la vedova di Pinelli con una sola voce rievocano la vita di Pino Pinelli: di fronte a questa testimonianza vera, forte e commovente, ogni reinvenzione romanzesca sarebbe stata inappropriata (è qui, tra l’altro, che compare la Gina del titolo).
“La bomba e la Gina” è un romanzo vero, infine, in quanto mette in atto ciò che nella famosa frase di Pasolini scritta nel 1974 per il “Corriere della Sera”, e non a caso citata all’inizio del romanzo, è detto così: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace” – questo “immaginare”, che è proprio del narratore più che dello storico, colma le lacune, riempie i silenzi, cancella le reticenze, dà forma e evidenza al non detto, e non è meno “vero” per il fatto che è “immaginato”.

L’idea che anima il romanzo, che lo attraversa tutto, è che tra fascismo e repubblica vi sia stata (vi sia, e basta) una continuità, nella permanenza ai posti di comando di una classe dirigente formatasi durante il ventennio fascista e nella persistenza degli interessi in gioco, da difendere a tutti i costi. Con un’invenzione romanzesca, Codebò a un certo punto mette in scena gli esponenti paradigmatici delle élite di potere in Italia, un Comandante, un Ingegnere, un Onorevole, un Capitano, un Quarto Ospite, e a verbalizzare il tutto un diligente Ragioniere: il capitolo, crudele, grottesco, ruota attorno all’ideazione della strage perfetta per il mantenimento di uno status quo antidemocratico. Questo evento sarà appunto la strage di Piazza Fontana, con il corollario dell’individuazione e della costruzione dei perfetti colpevoli, e la morte di Pinelli.
Come già in “Via dei Serragli” e “Appuntamento”, i precedenti romanzi, entrambi pubblicati da Manni, Codebò intreccia ne “La bomba e la Gina” il presente e la memoria del passato (un passato abbastanza vicino a noi, quei decenni che vanno dal fascismo al passaggio alla repubblica alla fase della strategia della tensione), l’esperienza personale e la dimensione collettiva, gli Stati Uniti e l’Italia, il confronto tra generazioni diverse, lo studiarsi reciprocamente e il tentare di comprendersi di giovani e meno giovani. C’è, credo, in questa dinamica, molto della vita di Codebò, il suo essere insegnante di Letteratura italiana alla Long Island University di New York, il guardare da americano acquisito all’Italia e da italiano all’America, il suo continuo confronto con i giovani in qualità di docente, anche il suo ricordo dei suoi primi giovanili “atti di ribellione” nei confronti della verità ufficiale e di comodo.

martedì 10 gennaio 2012

Letture: Silvio D'Arzo, "Casa d'altri"


In questi giorni mi sono perso (nel senso migliore) tra le pagine di “Casa d’altri”, il racconto di Silvio D’Arzo che molti hanno considerato uno dei migliori del Novecento. Per meglio dire, mi sono addentrato tra le pagine dell’edizione Diabasis del 2010 che presenta tre redazioni del racconto di D’Arzo, e che è corredata da una appassionante (non esagero) introduzione del curatore Ivan Tassi, il quale sa coniugare finemente precisione filologica e racconto di un singolare caso umano e editoriale. Il caso è appunto l’autore, Ezio Comparoni, la cui vita inguaribilmente provinciale è povera di fatti quanto affollata di scritti, di scrupoli, di insofferenze e di timori. Comparoni ricorre a una serie di pseudonimi per mascherarsi e moltiplicarsi, per fuggire soprattutto alla molesta fama circoscritta della provincia e alle chiacchiere dei conoscenti e dei conoscenti di conoscenti. Ha un rapporto complesso, intricato, con gli editori e i colleghi scrittori e in buona sostanza con la propria opera. Rimaneggia ossessivamente le proprie pagine, ora per andare incontro alle richieste editoriali ora per difendersi da quelle richieste: dilata, abbrevia, aggiunge e leva senza sosta, inseguendo in questo una sua idea di scrittura, e di realtà. Vien fuori che le versioni di “Casa d’altri” sono assai più di quelle presentate nell’edizione Diabasis, e che la moltiplicazione del racconto (che Comparoni-D’Arzo definisce “libro”, indeciso se considerarlo un romanzo breve destinato a una pubblicazione a sé o una novella più o meno lunga) comprende anche alcune stesure andate perdute, e altre di cui si parla in lettere o appunti e che forse sono solo rimaste allo stadio di progetto.
Io, dopo aver letto il saggio di Tassi (“Sentieri per Casa d’altri”, titolo appropriatissimo), mi sono dedicato alla stesura presentata per seconda, una versione breve del 1948, intitolata “io prete e la vecchia Zelinda” e attribuita a Sandro Nedi. La trama, ridotta all’osso, è presto detta: un prete (l’io che narra) è avvicinato da Zelinda, una vecchia (in realtà di poco più di sessant’anni) dalla vita grama che sembra volergli proporre un caso morale ma che poi gli sfugge fino alle ultime pagine, dove finalmente chiederà se sia prevista, in certi casi particolari di sofferenza e pena, una qualche deroga al divieto di togliersi la vita. Il racconto è appunto il racconto del lento avvicinarsi di questi due personaggi, dello sfuggire dell’una e dei tentativi dell’altro di recuperare il contatto e di risolvere quello che sembra sempre più un enigma: è fatto insomma di indugi, false piste, attese frustrate e digressioni – un insieme così coerente e sistematico da costituire un modello fondamentale per chi coltiva un’idea di letteratura che non persegua l’immediatezza degli effetti e dei colpi di scena.
Le altre due versioni, una pubblicata nel 1952 e l’altra rimasta inedita fino al 2002 ma risalente al 1949, dilatano la semplice trama grazie all’introduzione di elementi e episodi secondari – dilatano e rallentano, procrastinano, perseguono continuamente uno spostamento dell’attenzione. È singolare – ma comprendibile – che queste aggiunte, invece di illustrare, spiegare, chiarire, finiscano in realtà per incrementare il mistero attorno ai pensieri e ai movimenti dei personaggi, moltiplicando l’apparato di reticenze.

martedì 3 gennaio 2012

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Roberto Sturm

Sulle pagine del gruppo facebook VIL, ovvero "Vita In Lettere" (https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/), Roberto Sturm scrive parole lusinghiere a proposito del mio Rapsodia su un solo tema: "Appena finito di leggere (quasi tutto d'un fiato) Rapsodia su un solo tema. Ottimo romanzo: struttura elaborata, grande respiro, stile (ineccepibile) che si adegua alla trama, storia che ammicca ai grandi classici, un uso del linguaggio davvero sofisticato ma mai fine a se stesso. Davvero complimenti".