Qualche tempo fa ho scritto, su e per Marta Raviglia, questo breve profilo.
"Stavo per scrivere: Marta Raviglia può cantare di tutto. Ed è vero, ma non basta. Perché Marta Raviglia non solo può cantare di tutto, ma vuole cantare tutto. Questo suo progetto – che non è frutto tanto di eclettismo programmato, quanto di un’estensione vertiginosa del desiderio – si è andato delineando in questi anni spingendola a moltiplicare il repertorio, ad aggirare con irriverenza divertita i paletti dei generi, ad accostare con elegante disinvoltura le epoche e gli stili. Marta, dotata di una voce eccellente, duttile e piena, si è scrollata di dosso i vincoli soffocanti della buona educazione musicale, accademica o jazzistica, ha fatto le boccacce ai cavilli del galateo concertistico, e ha potuto farlo grazie a studi di appassionato rigore – non si fa a pezzi se non dopo aver affinato l’arte di costruire. Ha praticato l’improvvisazione più ardita e vorace e ha giocato con il silenzio e l’attesa del suono. Sa urlare, sospirare, ridere, rantolare – e sa rendere ogni verso un elemento di squisita natura musicale. Sa intenerirsi e tornare bambina – e sa inferocirsi, con asprezza inaudita. Vuole cantare tutto, e ci sta riuscendo, indifferente agli obblighi, alle convenienze e alle convenzioni. Pandora ha appena aperto il vaso e non ha intenzione di richiuderlo, preparatevi."
Questo piccolo ritratto è stato utilizzato in alcune occasioni da Marta. Per esempio qui:
http://www.conservatoriomaderna-cesena.it/store/file-1867.pdf
IPERBOLI, ELLISSI
Pagine di Claudio Morandini, e altro
venerdì 24 maggio 2013
Due righe su e per Marta Raviglia
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mercoledì 22 maggio 2013
Con Stéphanie Hochet, al Salone del Libro di Torino, il 18 maggio 2013
Che bello l'incontro organizzato dalle Edizioni la Linea nella sala Avorio del Lingotto, a Torino, il 18 maggio 2013, nell'ambito del XXVI Salone Internazionale del Libro! Eravamo Stéphanie Hochet e io; a farci da relatore era Marco Nardini (un improvviso contrattempo ha impedito ad Alberto Sebastiani di raggiungerci). Marco è partito dai punti in comune tra i nostri due romanzi pubblicati da La Linea, sottolineando il carattere "apocalittico" de "Le effemeridi" e di "A gran giornate" e soffermandosi sulla tendenza, in entrambi i romanzi, a non dire tutto, a lasciare in sospeso proprio ciò che convenzionalmente ci si aspetterebbe più definito (le cause della catastrofe imminente, la conclusione di ogni cosa). In effetti, sia a Stéphanie sia a me è parso più importante il resto, lo scavo nella complessità dei caratteri, le reazioni emotive dinanzi all'inaspettato, il gioco degli intrecci tra vite di personaggi che si incontrano e scoprono di dipendere gli uni dagli altri. È stata una piacevolissima chiacchierata, insomma, sia pure nei tempi stretti concessi dall'organizzazione del Salone, dinanzi a un pubblico complice di amici, colleghi e lettori.
martedì 14 maggio 2013
"Le effemeridi" e "A gran giornate" al XXVI Salone del Libro di Torino
Chissà che cosa verrà fuori dal confronto tra "Le effemeridi" di Stéphanie Hochet e il mio "A gran giornate", sabato 18 maggio, alle 16, alla Sala Avorio del Lingotto, in occasione, naturalmente, del XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino. A guidare l'incontro organizzato dalle Edizioni La Linea sarà Alberto Sebastiani, che cura sulle pagine online di Repubblica il blog letterario http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it e si occupa di linguistica e critica letteraria (tra i suoi libri "Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi", Manni, 2009, e le edizioni critiche delle "Opere" e delle "Lettere" di Silvio D'Arzo, Mup 2003 e 2004).
Posso provare a immaginare alcuni punti in comune: entrambi i romanzi raccontano un andare verso la fine (del mondo, della vita) e lo fanno lavorando attorno al tema, più che dentro, giocando con le ellissi, inseguendo da vicino alcuni personaggi le cui vite finiscono per intrecciarsi. Sono tempi, questi, in cui, senza che ce ne stupiamo più di tanto, il racconto della fine del mondo (una fine del mondo, delle tante possibili) è diventato, o meglio è tornato a essere, un impulso letterario non infrequente (e penso a "La caduta" di Giovanni Cocco, Nutrimenti 2012, o ai racconti di "Esc. Quando tutto finisce", a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi, Hacca 2012).
Ci sono poi, nella costruzione dei nostri due romanzi, un'idea di polifonia, una sintonia nello scavo (impietoso? o, proprio perché sincero, pietosissimo?) nelle debolezze umane, un libero divagare (con i personaggi), uno smontare e rimontare le strutture narrative in cui si esprime, credo, solida fiducia nello stato di salute del romanzo, un riconoscersi propaggini di una lunga tradizione letteraria, e chissà che altro.
A sabato 18 maggio, allora. Sala Avorio. Lingotto, Torino. Ore 16. Stéphanie Hochet. Alberto Sebastiani. Io.
Posso provare a immaginare alcuni punti in comune: entrambi i romanzi raccontano un andare verso la fine (del mondo, della vita) e lo fanno lavorando attorno al tema, più che dentro, giocando con le ellissi, inseguendo da vicino alcuni personaggi le cui vite finiscono per intrecciarsi. Sono tempi, questi, in cui, senza che ce ne stupiamo più di tanto, il racconto della fine del mondo (una fine del mondo, delle tante possibili) è diventato, o meglio è tornato a essere, un impulso letterario non infrequente (e penso a "La caduta" di Giovanni Cocco, Nutrimenti 2012, o ai racconti di "Esc. Quando tutto finisce", a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi, Hacca 2012).
Ci sono poi, nella costruzione dei nostri due romanzi, un'idea di polifonia, una sintonia nello scavo (impietoso? o, proprio perché sincero, pietosissimo?) nelle debolezze umane, un libero divagare (con i personaggi), uno smontare e rimontare le strutture narrative in cui si esprime, credo, solida fiducia nello stato di salute del romanzo, un riconoscersi propaggini di una lunga tradizione letteraria, e chissà che altro.
A sabato 18 maggio, allora. Sala Avorio. Lingotto, Torino. Ore 16. Stéphanie Hochet. Alberto Sebastiani. Io.
domenica 12 maggio 2013
Da "Night Italia" n. 7: Un inedito di Ethan Prescott
Sul numero 7 di "Night Italia", la rivista curata da Marco Fioramanti e pubblicata da Psychodream, accanto all'incipit di "A gran giornate" (v. uno dei post precedenti) compare questa pagina inedita di Ethan Prescott (che tanto inedita non è, a dire il vero, visto che era già comparsa, sia pure in forma leggermente diversa, in questo blog). La ripropongo, con i commenti a mio nome posti all'inizio e alla fine.
UN INEDITO DI ETHAN PRESCOTT
Nota introduttiva
Dopo la
pubblicazione di “Rapsodia su un
solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov” (Manni, 2010), in cui Carl
Thalberg ha raccolto molte delle pagine del giovane musicista di Philadelphia
Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, si sono scoperti
altri appunti e minute di Prescott sul vecchio compositore russo. Prescott era
fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di
altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di
riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. La morte improvvisa
non gli ha concesso il tempo di dare una stesura definitiva alle sue carte,
rimaste in più mani e solo parzialmente edite grazie alla cura del suo compagno
Carl Thalberg.
Presento
agli amici di “Night Italia” un altro frammento inedito del diario di Prescott,
uno dei tanti apparsi dopo la pubblicazione di “Rapsodia su un solo tema”. In esso compare anche la giovane
assistente di Dvoinikov, Polina, che tanta parte ha in “Rapsodia”, come interprete tra i due compositori ma anche,
verrebbe da dire, come deus ex machina.
Claudio
Morandini
Mi commuove l’Elegia
funebre per quartetto d’archi che Dvoinikov ha scritto nel 1932 per la
moglie Katerina. La dedica allude a un lutto che rimane misterioso – forse un
animale domestico, o, più scherzosamente, un caro oggetto andato perso o
caduto, o rubato. “Per consolarla di una perdita tanto grave, per asciugarle le
lacrime dal bel volto” dice il frontespizio (Polina, che mi ha appena mostrato
delle fotocopie del manoscritto, traduce impassibile, e sul momento questa
impassibilità mi lascia interdetto).
Scorro l’Elegia,
due pagine di malinconico rimuginare attorno a un tema discendente di cinque
note, la, la bemolle, fa, mi, re bemolle. Armonicamente scabro, oscilla tra re
minore (un si bemolle in chiave) e la minore, ma sostanzialmente resta
immobile, «come acqua di lago di notte» (questa è di Polina). Un epicedio di
scherzosa mestizia, scritto forse con ironia affettuosa. Lo chiedo a lei.
«Che cosa te lo fa pensare?» mi chiede a sua volta.
«È tutto così… Insomma, è uno scherzo o no? E a quale
perdita si riferisce la dedica?»
«Ma no, Rafail Nikolaevich è sempre serio, sempre.
Anche quando gioca. Dovresti averlo capito, ormai.»
«Io veramente credo che…»
«Ora però guarda questo.»
Prende altre due fotocopie di un manoscritto.
Un’altra Elegia, non più funebre. Anche questa per quartetto
d’archi.
«Ma è la stessa musica!» dico, dopo aver dato una
scorsa. «Con qualche differenza, d’accordo, le indicazioni agogiche sono
diverse, ma… Che dice la dedica?»
«Dice:
“A Irene, per sopportare la lontananza”.»
Chiedo chi sia Irene. Oh, un’amica, o meglio
un’amante, suggerisce Polina, che ora si lascia scappare un mezzo sorriso.
Un’amante che non è stato possibile individuare – una delle tante, in quegli
anni cupi, la cui oppressione poteva essere attenuata solo da amori frequenti e
furtivi.
Torno sul brano. Attraverso minime varianti, ora il
pezzo suona non più come un lamento funebre, sia pure scherzoso, ma come
l’allusione a uno strusciare di mani su vestiti – o come l’ansimare di due
corpi che si desiderano, fate voi. Mi piacerebbe condividere questa suggestione
con Polina, ma non vorrei metterle in testa chissà che, e taccio.
Lei approfitta del mio silenzio per allungarmi un
altro paio di fotocopie.
«Ma è sempre la stessa Elegia» mormoro. I due o tre ritocchi che noto a un primo sguardo
non nascondono che la materia di cui sono fatte queste pagine è quella che ho
già vista due volte. Ora un’indicazione chiede un “Tempo di Marcia”, e diversi
puntini posti sulle note richiedono staccato
– ma la sostanza non cambia, l’identico tema discendente, la medesima
oscillazione armonica.
«Questa volta» sorride Polina «il pezzo era dedicato
a un tizio del Partito che aveva messo su un quartetto d’archi con tre amici.»
«Il titolo è diverso» noto, e provo a cincischiare
quel cirillico, facendola ridere.
«Inno alla
Vittoria» conferma Polina.
«Quale vittoria?»
«E chi lo sa?»
Non nascondo a Polina il mio imbarazzo. Dvoinikov ha
ripreso quella pagina, che all’inizio mi era parsa ispirata a una fresca
malinconia, e l’ha riciclata senza sforzi, dalla moglie all’amante, all’amico
funzionario. «A chi altri?» chiedo.
Polina sospira, sorride, esita. «Ad altri quattro»
dice, la mano davanti alla bocca, in un gesto infantile di ritrosia. «Ma è
normale, lo facevano in tanti, i pezzi rimanevano privati, come vedi non hanno
numero d’opera né data e non sono mai stati stampati, la possibilità che si
scoprissero le somiglianze era davvero remota. I dedicatari erano tutte persone
che non avevano alcuna relazione tra loro.»
Le domando chi fossero questi quattro.
«Vediamo. Un’altra amante. Un amico di gioventù
diventato direttore d’orchestra al Kirov. Un tirapiedi di Galavamov da
compiacere per approfittarne nei momenti più difficili. E poi di nuovo sua
moglie Katerina Dvoinikova, che a detta di Rafail Nikolaevich ha sempre avuto
una cattiva memoria, anche prima della malattia.»
«Ma è
tutto così cinico!»
«Non lo facciamo tutti, con i regali di Natale? O in
molte altre circostanze?»
«Be’,
che c’entra, è diverso… Potrei studiare meglio le partiture?»
«No.»
«Posso almeno citarle in una nota?»
«No, caro Ethan. Rafail Nikolaevich non vuole che
circolino. E non vuole nemmeno che se ne sappia qualcosa. Erano piccoli regali
privati, capisci.»
«Perché ne parli al plurale? Era un regalo solo!»
La mia reazione – un’indignazione poco convinta, in
un tono quasi in falsetto che detesto e che mi viene quando mi innervosisco –
la fa ridere di cuore. Va bene, ammetto, l’uomo è capace di ben peggiori
cinismi, di simulazioni ben più gravi. Quante menzogne, ben peggiori di questa Elegia, che oltretutto ha un suo garbo,
una sua bellezza un po’ grigia – quante menzogne abbiamo pronunciato nel corso
della nostra vita, con lo sguardo fisso a nascondere l’imbarazzo e a depistare
gli sguardi altrui? In fondo, ragiono a mezza voce, c’è di peggio che riciclare
lo stesso pezzo cambiando appena titolo, e nemmeno sempre. E la particolare
situazione storica (e politica, e umana) in cui Dvoinikov viveva può
discolparlo.
«Ma se non posso occuparmene» insisto «perché mi hai
fatto vedere queste pagine? È irritante doverle ignorare come se non fossero
mai state scritte… Sei crudele, Polina.»
«Veramente» dice lei, con uno dei suoi sorrisi, «è
stato Rafail Nikolaevich a volere che tu scoprissi questi pezzi. E ha insistito
perché io gli raccontassi le tue reazioni.»
E. P.,
1996
Giunti a
questo punto, siamo colti però da una perplessità. Ethan Prescott sapeva bene
che la musica, l’arte anzi, è fatta per lo più di rimandi, prestiti, parodie,
furti, contraffazioni, estorsioni, e che la storia dell’arte è la storia di
materiali tematici che passano dall’uno all’altro, che pomposamente
attraversano i secoli o più modestamente vengono rigirati come calzini, a
seconda dell’occasione, dell’intenzione, della faccia tosta. Egli stesso
saprebbe snocciolare i nomi, a lui cari, e i titoli al centro di questa
plurisecolare girandola di travasi. Anche la sua musica – sua di Prescott – è
frutto di contaminazioni, cercate o trovate, di rimandi ad altro, a un altro
lui stesso, è figlia insomma di un atteggiamento istintivamente post-moderno
(un termine che, va dato atto a Prescott, in “Rapsodia su un solo tema” non è
mai citato). Per questo ci stupisce lo stupore di Prescott dinanzi al
riciclaggio operato da Dvoinikov. Il giovane compositore di Philadelphia non
era così ingenuo, e soprattutto non avrebbe reagito con il candore che traspare
da queste pagine al “cinismo” con cui Dvoinikov trova più destinazioni per un
semplice materiale motivico: in fondo sa bene che sono “note, solo note”,
secondo la formula con cui Dvoinikov lo ha riportato più volte al livello della
pura artigianalità, che è fatta anche di questo, di parsimonia, di etica del
riciclaggio.
Insomma,
e per concludere: ci sorge il sospetto, tutt’altro che peregrino, che queste
pagine in impeccabile angloamericano siano in realtà apocrife, come forse altro
materiale diaristico e critico attribuito a Prescott e pubblicato successivamente
alla sua morte. Chi ne sia il vero autore – o la vera autrice – potrebbe essere
al centro di una futura indagine filologica.
C. M., 2011
mercoledì 8 maggio 2013
Da "Zibaldoni e altre meraviglie": le traversie di un povero virtuoso
In "Da una provincia di confine", la rubrica che tengo sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" diretta da Enrico De Vivo, appare da oggi un nuovo pezzo, dal bel titolo redazionale "Musica muta". Ne riprendo qui la parte centrale, in cui racconto il trauma di certi concertisti che dopo un lungo viaggio, in mezzo a tournée massacranti, giungono a suonare in un'improvvisata sala da concerto nel bel mezzo del quasi-nulla. L'invito è, come sempre, di andare a cercare il pezzo nella sua interezza su http://www.zibaldoni.it/2013/05/08/musica-muta/, e poi di leggere tutto il resto di quell'eccellente, gloriosa rivista.
Eccoli, giungono in provincia sul loro pulmino. Il concerto è per stasera, in un padiglione tutto di metallo creato per l’occasione, accanto alle famose e suggestivissime rovine di epoca romana. Ancora storditi per il lungo viaggio, chiedono di conoscere il pianoforte, o di provare l’acustica sul palco. Acustica? L’espressione del funzionario che li accoglie cangia, il discorso si fa sfuggente. Ma sì, l’acustica. Ora, subito? Be’, sì, ora. Il funzionario non sorride più, e trattiene uno sbuffo – non troppo, giusto perché che si noti che lo sbuffo era in partenza. Va bene, va bene. L’acustica. Sicuro.
I giovani o vecchissimi virtuosi sono accompagnati sul palco di legno.
La struttura metallica che avvolge il palco è progettata per emergere a gomitate tra le architetture cittadine, con prepotente incongruità. Apparentemente solida, cigola in realtà a ogni colpo di vento, dà schianti continui di assestamento, oscilla a ogni passo di visitatore. Solidi ponti sonori la attraversano da un capo all’altro: se uno posa il piede nel punto A, quel piede posato diventerà potente calcio nel punto B, all’opposto. I passettini delle donne con tacchi diventano attraversamenti di orde. I piedini dei bambini zampate di pachiderma. Il metallo freme di ogni segno di vita, amplifica e centuplica ogni spostamento nello spazio. Ecco, in quella struttura, laggiù, sul palco, il giovane (e ambizioso, non ancora rassegnato, solo un po’ sperduto) virtuoso dovrà eseguire il suo programma. Siamo al momento delle prove. Un accordatore ha appena dato una ripassata allo strumento. Il virtuoso si accosta al pianoforte, ne saggia la meccanica, tenta un approccio di accordi ascendenti. Il programma, elegantemente monografico, prevede notturni: Field, Chopin naturalmente, Fauré. Pianissimi estenuati, sospensioni dei suoni, fluttuazioni assecondate dall’uso accorto del pedale di risonanza. Il virtuoso suona: Immàginati dentro una campana di vetro, gli diceva la maestra, immàginati isolato da tutto il resto. Lui ricrea quell’illusione. Ma la campana di vetro non basta a isolarlo dagli schianti e dai lamenti della struttura di metallo che incombe tutt’attorno a lui. Suona, ma non si sente. Si vede pigiare i tasti, ma non ne sente uscire alcun suono. Suona più forte, alla ricerca di quel suono tanto lungamente distillato in mesi di prove: niente ancora. Più forte, più forte, fortissimo: e finalmente si ode qualcosa, di quanto scritto da Chopin o Field o Fauré – qualcosa, non tutto. Ecco, bravo, gli dice l’accordatore, che è rimasto ad ascoltare, suoni sempre così: sempre in fortissimo. Lasci stare le indicazioni dinamiche e agogiche, pesti quei tasti più che può. Ma sono notturni, balbetta il virtuoso. Quello che sono lo sappiamo. Ma stasera saranno qualcos’altro. Solo stasera, guardi. Non si preoccupi, non lo si verrà a sapere. Nessuno scriverà mai di questo concerto quassù, glielo garantisco per esperienza. Lei tra qualche tempo non ci crederà nemmeno, penserà a un sogno, a un brutto sogno. Ora invece pensi a onorare l’impegno, che l’hanno pagata bene.
http://www.zibaldoni.it/category/rubriche/provincia_di_confine/
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Su "Night Italia"
Sul numero 7 di "Night Italia", la ricchissima rivista curata da Marco Fioramanti e pubblicata da Psychodream, tra un pezzo sulla fotografa Marcia Resnick e uno sull'International Body Performance art Festival dal titolo "Mutazioni humane e pensiero", vi sono due pagine dedicate a me. Si comincia con l'incipit di "A gran giornate", che non è il caso di riprendere qui, e si passa poi a un inedito di Ethan Prescott che forse è un apocrifo (ne riparleremo).
A chiudere, una bio scritta appositamente per "Night Italia", che così suona:
Claudio Morandini vive ad Aosta. Lavora con le parole, a scuola e nella scrittura, ma cerca di mantenere separati i due mondi, per sentirsi più libero (a scuola, nella scrittura). Scrive i suoi libri con lentezza, distillando le storie da cumuli di centinaia di pagine, tra le quali, un po’ alla volta, ha visto formarsi legami, rimandi, echi – un’idea di struttura, insomma. Segue le vite dei suoi personaggi con la stessa curiosità dei lettori – dove vanno, cosa faranno, perché lo faranno? Ama non dare tutte le risposte, e nemmeno cercarle, perché pensa che l’ombra, gli angoli oscuri, i dettagli sfocati, i tempi morti, le allusioni, le ellissi, le reticenze abbiano più importanza (più senso, più corpo) del voler dire tutto. Allo stesso modo ama le storie che si perdono, i meccanismi che si ingolfano, le narrazioni che si raggomitolano, perché la vita è così, e sono così anche i grandi romanzi da cui continua a trarre nutrimento (grandi anche perché imperfetti, perché irriducibili a una misura, a un sistema di convenzioni, perché lontani dalla natura rassicurante dei generi o delle mode, perché sconvenienti).
Con questo spirito ha scritto i suoi romanzi, da “Nora e le ombre” del 2006 all’ultimo, “A gran giornate”, del 2012, oltre a vari racconti sparsi tra riviste, blog e antologie.
La copertina del n. 7; le fotografie sono opera di Jono Rotman.
Claudio Morandini vive ad Aosta. Lavora con le parole, a scuola e nella scrittura, ma cerca di mantenere separati i due mondi, per sentirsi più libero (a scuola, nella scrittura). Scrive i suoi libri con lentezza, distillando le storie da cumuli di centinaia di pagine, tra le quali, un po’ alla volta, ha visto formarsi legami, rimandi, echi – un’idea di struttura, insomma. Segue le vite dei suoi personaggi con la stessa curiosità dei lettori – dove vanno, cosa faranno, perché lo faranno? Ama non dare tutte le risposte, e nemmeno cercarle, perché pensa che l’ombra, gli angoli oscuri, i dettagli sfocati, i tempi morti, le allusioni, le ellissi, le reticenze abbiano più importanza (più senso, più corpo) del voler dire tutto. Allo stesso modo ama le storie che si perdono, i meccanismi che si ingolfano, le narrazioni che si raggomitolano, perché la vita è così, e sono così anche i grandi romanzi da cui continua a trarre nutrimento (grandi anche perché imperfetti, perché irriducibili a una misura, a un sistema di convenzioni, perché lontani dalla natura rassicurante dei generi o delle mode, perché sconvenienti).
Con questo spirito ha scritto i suoi romanzi, da “Nora e le ombre” del 2006 all’ultimo, “A gran giornate”, del 2012, oltre a vari racconti sparsi tra riviste, blog e antologie.
La foto che correda i brani è di Fabiana Piersanti.
martedì 7 maggio 2013
Da "Letteratitudine News": Conversazione con Simone Sbarzella attorno alle "Dodici variazioni sul sangue"
Riprendo, da "Letteratitudine News" di oggi, le riflessioni mie e di Simone Sbarzella sul nostro progetto comune, le "Dodici Variazioni sul sangue", di prossima uscita.
…alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.
(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)
(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)
Le Dodici variazioni sul sangue nascono nel 2010, da un suggerimento di Marta Raviglia. All’epoca, conversando al telefono, poi per lettera, ne parlavamo come del nostro Pierrot lunaire: nel senso che ci si era formata un’idea di testi di natura variamente letteraria, ruotanti attorno a un unico tema – testi che una voce o due, accompagnate da un organico strumentale ridottissimo (o dal solo pianoforte, forse), avrebbero cantato o declamato su una scena. Era un’idea eccitante, per me, per la massima libertà che mi era concessa e per la destinazione che il lavoro prometteva di avere. Alla parte più strettamente musicale avrebbe messo mano Simone Sbarzella, che avrebbe modulato momenti “composti” e momenti “improvvisati”. Conoscevo bene i lavori nati dalla collaborazione tra Marta e Simone; sapevo che a entrambi stava ormai stretta la dimensione jazzistica e che stavano, in direzioni diverse, esplorando nuove strade espressive.
Cercavo un tema a cui ricondurre i testi, un tema che avesse una certa carica provocativa: e, rimuginando attorno al Pierrot lunaire di Giraud e Schönberg, mi è venuto in mente il sangue. Va bene, il sangue non è tema o colore inedito, soprattutto in anni di vampirismi per signorine e adolescenti – ma la sfida mi attirava proprio perché non lo è mai stato, inedito, perché siam fatti di sangue, perché i televisori a volte, soprattutto verso l’ora di cena, traboccano di sangue, perché il sangue ha un’aura metaforica fortissima, e perché appunto c’è, per così dire, un sangue banale, quotidiano, ci sono i cliché linguistici a base di sangue, e rimestare tra questo sangue di tutti i giorni (quello delle sbucciature, delle rinorragie, delle detartrasi, un sangue anche un po’ sciapo) e quello letterario, di tragica solennità, tutto echi semantici, e quello ancor più tragico che vediamo sparso nei reportage televisivi, sangue-sangue, che fa male vedere, sangue sporco impolverato urlante e per nostra fortuna sempre fuori fuoco – rimestare, dicevo, tra questi sangui (plurale azzardato, ma attestato) per cercare alcuni modi nuovi per raccontare il soggetto, o modi insoliti per svecchiarlo, questo mi interessava.
L’idea, dopo lievissima esitazione al telefono, è piaciuta anche a Marta e Simone. Da lì, la stesura è venuta facile, insolitamente facile. Mi davo come unici criteri quelli della brevità e della recitabilità. I testi dovevano prestarsi a essere messi in musica, o almeno a diventare voce narrante.
Il progetto, nel corso dei mesi, e poi degli anni, ha, com’è inevitabile e anche giusto, subito diverse trasformazioni. Man mano che procedevano il lavoro di adattamento di Simone Sbarzella (io, intanto, conclusa la mia parte, placidamente aspettavo, tornando ogni tanto a levare o aggiungere qualche virgola, qualche sillaba) e la registrazione, la componente più propriamente musicale si è ridotta, e si è ampliata quella recitativa. La voce di Marta Raviglia è rimasta in alcuni episodi, in altri il testo è stato letto da due attori; l’apporto strumentale è stato praticamente azzerato, mentre hanno preso piede suoni e elaborazioni elettroniche. Accanto alla destinazione concertistica (a teatro, sulla scena) si è fatta strada una destinazione più vaga ma più aperta, uno spettacolo multimediale, recitato-cantato-danzato con parti video, elettronica in scena, ecc. E, in luogo dell’idea originaria della registrazione su CD, si è cominciato a pensare a un DVD, visto che la componente visiva stava diventando determinante.
Com’era giusto e chiaro fin dall’inizio, i testi che ho prodotto per le “Dodici variazioni”, fogli d’album, brevissimi racconti o meglio spunti di racconto, monologhetti, parodie di liriche o di arie d’opera, sono stati, al momento della rielaborazione e della registrazione, smembrati, strapazzati, rigirati come calzini. Fa parte del gioco, e una delle cose più eccitanti (è la seconda volta che uso questo termine, vorrà pur dire qualcosa) è scoprire quanto e se il testo, nato pulito, in una certa forma, sopravviva, sia pure fatto a brandelli, in un’altra forma, quanto di nuovo, di nascosto il trattamento faccia emergere, e quanto lasci intatto nonostante tutto. Io stesso, in accordo con Simone, ho preso alcuni testi e ne ho scomposto le parti distribuendole tra due voci, senza seguire la sintassi, anzi procedendo nella suddivisione per netti enjambement contro la sintassi. Certo, alcuni testi hanno subito nella registrazione un trattamento che ne ha profondamente messo in discussione la natura originaria: che so, Salasso era nato come una cabaletta rossiniana (così dice ancora il sottotitolo, se non erro), lo immaginavo come un crescendo ossessivo sul tipo de Calunnia è un venticello, cantato su poche note ribattute, accompagnato magari (in modo un tantino incongruo) da un clavicembalo, da un fortepiano. Ma anche così, trasformato in una filastrocca di infantile ferocia, con strilli e urletti, è Salasso, anzi forse lo è di più, più limpidamente e anche più crudelmente, perché privato dell’ammiccamento colto. In generale, ogni testo è stato sminuzzato in un jeu de massacre, ma alla fine del brano, tirate le somme, risuona nella sua interezza, pienamente ricostruibile all’ascolto.
Per ripercorrere con maggiore esattezza le diverse fasi del lavoro ho posto alcune domande a Simone Sbarzella. Ecco le sue risposte.
C. M. – Come hai lavorato sui testi?
S. S. – Il lavoro sui testi è stato la parte più impegnativa, ma al tempo stesso la più stimolante. A una prima occhiata sono stato attratto dallo sviluppo delle storie e dei dialoghi, poi rileggendo più volte il testo ho trovato altre chiavi di lettura, che ho preso come spunto per iniziare un dialogo con la musica.
La musica interagisce in diversi modi e quasi sempre indirettamente, amplificando e mettendo in risalto diversi aspetti del testo: il significato o i fonemi delle singole parole, il senso o il ritmo di alcuni periodi o versi, l’incedere e la metrica dei vari paragrafi o strofe, lo scenario che le emozioni e i sentimenti evocano. Altre volte ho sottolineato l’intenzione ironica, tragica o fortemente polemica dell’autore.
Tutte e dodici le Variazioni sono state lette e registrate per intero da due bravi attori, Daniele Paoloni e Maria D’Arienzo.
Una volta registrati tutti i testi ho utilizzato le tracce di voce come elementi musicali veri e propri, ricorrendo a vari effetti e integrando ritmicamente le varie parti con la musica.
Inoltre, avendo a disposizione due voci, una maschile e una femminile, è sembrato naturale dividere il testo in forma di dialogo anche in quelle Variazioni che non avevano dialoghi.
Con l’aiuto di Daniele e Maria ho poi cercato di dare ai testi una lettura avulsa dal contesto per creare un senso di estraneità e separare le espressioni vocali dal significato delle parole.
Inoltre le loro ottime idee sull’interpretazione sono state essenziali e mi hanno dato nuovi spunti per elaborare ulteriori idee musicali e formali.
Molto importante è stato anche l’apporto della cantante Marta Raviglia, che ha improvvisato in modo efficace, interpretando i vari passaggi in perfetta interazione con la musica e le parti recitate.
C. M. – Quanto e in quale direzione è cambiato il progetto iniziale delle Variazioni?
S. S. – All’inizio la tua intenzione, che io ho condiviso, era quella di musicare le Variazioni e utilizzarle come veri e propri testi di canzoni, quindi ho iniziato a lavorare scrivendo una partitura per voce, pianoforte ed elettronica. In seguito invece la nostra rotta è totalmente cambiata, ho realizzato la musica elettroacustica con interventi della voce in alcuni brani e abbiamo deciso di registrare i testi, che tu hai opportunamente adattato.
In questo modo l’interazione tra le voci recitate e la musica diventa dinamica, i testi entrano a far parte della composizione musicale pur mantenendo la loro efficacia e integrità.
Contemporaneamente abbiamo pensato di integrare anche dei video, che sto elaborando insieme a Salvatore Mudanò, così siamo approdati ad un’opera audiovisiva, nella quale i tre elementi, video, musica e testi recitati, si combinano e danno vita ad un unico ambito espressivo.
I testi sono recitati alternando la voce maschile e quella femminile e a volte sono smembrati e rassembrati come vere e proprie parti musicali. Anche con il video stiamo lavorando su livelli diversi, in modo da evitare di sottolineare o amplificare ogni volta degli aspetti in particolare.
Il nostro obiettivo è quello di aggiungere stimoli ulteriori per gli spettatori, ai quali vorremmo riconoscere un ruolo attivo nella fruizione dell’opera, facendo in modo che possano effettuare collegamenti personali tra ciò che ascoltano, vedono e immaginano.
C. M. – A che punto siamo con la realizzazione? E quale sarà la forma finale?
S. S. – Stiamo terminando la parte video, quindi la forma finale sarà quella del videoclip che verrà diffuso sul web e su supporto DVD per la Monk Records (http://www.monkrecords.it).
Dal vivo invece l’elaborazione audio-video avverrà in tempo reale; inoltre abbiamo previsto l’integrazione di una voce e la danza.
C. M. – Che cosa hai scoperto di nuovo, dal punto di vista artistico e tecnico, nel lavorare alle Variazioni?
S. S. – È la prima volta che lavoro direttamente sul video, dal punto di vista tecnico è un lavoro molto complesso. Anche se le moderne tecnologie offrono mezzi che permettono a tutti con relativa facilità la realizzazione di video anche di ottima qualità, il bagaglio di conoscenze tecniche e la ricerca di un proprio linguaggio rimangono fondamentali; ho dovuto quindi approfondire le mie conoscenze sul video in generale, la videoarte, il cinema e tutto l’aspetto tecnico, che conoscevo poco – questo all’inizio è stato un bel trauma e ho ancora molte cose da imparare.
Allo stesso tempo ho intuito le enormi potenzialità del lavorare simultaneamente su più media e con più forme d’arte: il “gioco” diventa molto più divertente, ma anche molto più impegnativo, ed è più difficile controllare e prevedere la forma e l’efficacia dell’opera.
Un’altra interessante novità per me è l’integrazione con la danza, grazie alla collaborazione con la ballerina e coreografa Alessandra Mura che curerà l’aspetto coreutico dal vivo; mi sto documentando un po’, ma sono sicuro che imparerò molto di più guardando lavorare Alessandra.
C. M. – C’è qualcosa che avresti voluto fare e che per qualche motivo non hai potuto fare in questo progetto?
S. S. – Mi sarebbe piaciuto creare un laboratorio permanente sulle Variazioni sul Sangue, approfondire il tema integrando ancora di più la recitazione, la musica, il video e la danza. Per motivi organizzativi finora non è stato possibile, ma sono fiducioso per il futuro.
C. M. – Che cosa ha rappresentato per te “il sangue” (come tema, come suggestione)?
S. S. – Quasi sempre il sangue viene associato al male, alla disgrazia, alla violenza, alla discendenza, tutti aspetti della vita profondi e significativi. L’esplorazione attenta di questi aspetti, che hai intrapreso nelle tue Dodici Variazioni, fornisce l’opportunità a chi legge di riflettere su questi temi; guardando da tutte quelle differenti prospettive, non si può che ricavarne un’immagine insolita. Per quanto mi riguarda è accaduto esattamente questo, è cambiato il mio modo di pensare al sangue da quando ho a che fare con questo progetto.
Svincolare questa parola dal suo ambito consueto ha plasmato nella mia mente un’idea poetica e positiva del Sangue: un fluido caldo e vitale, unito intimamente al corpo in cui è contenuto.
Il corpo umano rappresenta l’unico posto dove il sangue può svolgere la propria funzione ed essere “se stesso”. Non riesco più a dargli lo stesso nome se lo immagino sulla lama di un coltello o raccolto in piccole pozze per strada, né provo più troppo disgusto.
Insomma mi sono affezionato al sangue, lo ritengo vittima di un’ingiustizia sociale, l’organo più importante, bello ed efficiente del nostro corpo è stato da sempre più associato alla morte che alla vita.
sabato 4 maggio 2013
"Rapsodia su un solo tema" vs Morton Feldman
Sabato 4 maggio, alla Villa Maraini, sede dell'Istituto Svizzero di Roma, in via Ludovisi 48, dalle ore 14,30, il Black Mountain String Quartet esegue l'integrale del secondo quartetto per archi di Morton Feldman. Questi sono i libri a disposizione degli ascoltatori nella sala di lettura. Fabiana Piersanti, che si è occupata degli aspetti organizzativi dell'evento, mi fa sapere che c'è anche il mio "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov"!
venerdì 3 maggio 2013
Sintonie: Domenico Calcaterra, "Niente stoffe leggere"
Domenico Calcaterra è un amico con il
quale condivido da qualche tempo, pur a distanza, passioni letterarie e
argomenti di riflessione. Lo seguo su numerose riviste online, dove i suoi
articoli, mai occasionali, esprimono sempre una ricerca esigente e insieme
fiduciosa, tra le opere pubblicate di recente, di quella sensibilità letteraria
che si distacchi dall’andazzo corrente, che sappia osare anche, che non si
accodi alle mode e alle convenzioni di oggi.
Ora c’è la possibilità di leggere il
corpus delle sue recensioni e dei suoi microsaggi degli ultimi anni in un
volume, “Niente stoffe leggere”, da poco uscito in formato digitale per le
edizioni Meligrana-Priamo. La prima cosa che colpisce è la compattezza dei contributi
di Domenico: nel senso che vi si nota una rigorosa coerenza di fondo che supera
agilmente il rischio dell’estemporaneità non estraneo a questo genere di
operazioni. Di sicuro, a dare continuità di sguardo e di approccio, sta una
formazione critica di primo livello; c’è poi il collante di uno stile che si nutre di un
lessico che è squisitamente letterario, in particolare, direi, consoliano.
Calcaterra, forte di un gusto fondato sui
grandi modelli (Consolo, dicevo, ma non solo), rovista nella produzione letteraria
di oggi, alla ricerca di un tipo di letteratura che non sia “racconto in presa
diretta della società” secondo un “mimetismo esasperante” che pare spinto da
politiche editoriali, ma che diventi “veicolo di una rivelazione personale che
si dischiuda al critico-lettore”. C’è
un dibattersi, nelle pagine di Calcaterra, un ribellarsi – sempre finemente
argomentato – a un oggi gravato da vizi molteplici: sono tempi, questi, di “risorgente professionismo dell’impegno”, di “conformismo
rivoluzionario”, popolati da masse “di lettori telestupefatti”.
In
quest’opera di ricerca, come il Lousteau delle Illusioni perdute di
Balzac, Calcaterra scarta “tra le stoffe della letteratura quelle meno
resistenti”, giacché “la critica è una spazzola che non si può usare sulle
stoffe leggere, o si porterebbe via tutto” (questo è appunto Balzac, da cui proviene
il titolo efficacissimo); e qui trova forti sintonie con alcuni
critici di oggi, come Andrea Caterini, Salvatore Silvano Nigro, Giuseppe
Giglio, e soprattutto Massimo Onofri.
Come critico-lettore, Calcaterra rivendica
il “desiderio fortissimo di un ricongiungimento,
l’appassionato bisogno” di ricondurre la letteratura alla vita; il compito che si pone consiste nello “strappare l’arte, la
letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza autoreferenziale”, per “restituirla
all’endogeno magma che l’ha generata”. È un percorso a ritroso, un “rifare la
strada” (per dirla con Giacomo Debenedetti), un’ermeneutica che diventa, fecondamente, maieutica.
Mi piace insomma come Calcaterra riconduce ogni libro, che sia
romanzo o saggio, a un flusso di rimandi e connessioni – ecco, di questo ha
bisogno chi scrive: di critici che lo inquadrino non in un genere, ma in una
tradizione, che scovino attinenze, che rovistino
nella sua inconsapevolezza (sempre abbondante), nella sua cattiva memoria, nel
marasma delle sue esperienze, e ne tirino fuori cose. Sempre che ci sia qualcosa
da tirar fuori, naturalmente.
(Lo scrivo solo a questo punto: che, tra queste pagine di
Domenico, ci sia spazio anche per un pezzo dedicato al mio “A gran giornate”, uscito a suo tempo nel blog letterario “Sul romanzo”, non può che onorarmi.)
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