domenica 30 novembre 2008

Sintonie, 5: Guido Conterio


Recupero da una lettera inviata a suo tempo a Guido Conterio alcune noterelle sul suo romanzo “Città Caffè” (Mobydick, 2005), tirate giù a caldo o quasi. Le pubblico volentieri, perché credo non si sia parlato abbastanza di quel libro, un graziosissimo esempio di grottesco onirico, con una punta di petulanza e un'inclinazione per l’apologo paradossale - e non se ne sia parlato anche per effetto della forte riservatezza dell’autore. Il “tu” delle noterelle è appunto lui, il Conterio.


“Per prima cosa, ho notato una leggerezza stilistica che nelle precedenti prove – forse – avevi cercato di evitare. Ovviamente, dico leggerezza per indicare quel divertente guazzabuglio di registri tra il solenne, il cavilloso e il triviale – assai più consistente che in passato, quest’ultimo – con cui decori gli episodi della vicenda. L’impressione a questo proposito è simile a quella che altre volte ho avuto leggendo certe novelle di Pirandello – quelle più arzigogolate, cavillose appunto, e diciamo più labirintiche –, soprattutto nella costruzione capricciosa e nervosa dei periodi; o certe bizzarrie landolfiane – per il lessico, stavolta –, ma soprattutto, e non voglio suonare irriverente o peggio offensivo perché anzi per me è un complimento – certi monologhi della Franca Valeri, somma umorista, in particolare quelli della Signorina Snob – l’eco della Valeri si fa assordante quando ti delizi a passare senza soluzione di continuità dal sublime all’infimo, o quando indugi in frasi ellittiche. E ancora: stilisticamente, oltre a questo giocherellare – che suona disinvolto, ti assicuro, anche se so che è frutto di fatica se non di sofferenza –, mi piace in particolare il tuo uso del discorso indiretto quando si tratta di riassumere dei dialoghi; in tal caso, il gusto per la tecnica mi fa talvolta dimenticare il contenuto, ma pazienza. Sappiamo bene che, come forse ti ho già detto in passato, le avventure più appassionanti nei tuoi libri le corrono le parole.
Ho poi trovato buffamente riusciti certi personaggetti, palazzeschiani diciamo, che partecipano qua e là allo sviluppo della storia.
Mi è sembrato di notare – ma potrei sbagliarmi – una curiosa assenza, frutto anche questa presumo di sforzo di volontà: l’assenza di dramma. Nel senso che è tutto così leggero, arrendevole, grazioso, innocuo, che non può non essere il frutto di uno sforzo eroico da parte tua – di uno cioè che, perdonami se lo dico, tende un pelino a drammatizzare – lo riconosco, in questo siamo simili. Quanta fatica ti è costata abolire paure, angosce, morte, malattia dal tuo romanzo? O hai vissuto la stesura di “Città caffè” come una sorta di terapia antidolore? È la tua idea di paradiso, per quanto provvisorio, di eden diciamo, la città rigenerante della storia? Senz’altro è la tua palestra ideale quella in cui si immagina solo di fare esercizi”.

"Le pietre", 9

Dopo quell’ora, quando Agnese ebbe licenziato il suo giovanotto e se ne venne in sala a scambiare qualche parola con il marito, sembrò a lei che quel mucchietto di terra fosse troppo per le scarpette delle ragazzine di quel giorno, e troppo anche per le scarpone di Ettore,e sembrò a lui, ridestato ma restio a considerarsi ancora del tutto lucido, che il mucchietto fosse cresciuto. Sì, era troppo, per essere stato perso da una scarpa. E così bene ammonticchiato, ora, da parere versato apposta.
Si avvicinarono entrambi, e lui si chinò e ne raccolse un poco in una mano: non era terra, e nemmeno sabbia, e si sarebbe detta piuttosto cenere, ma no, forse polvere di carbon fossile. Era leggera leggera e non sporcava le mani. In breve, la signora Agnese andò a prendere la scopa, e tornò impugnandola, e brandendola condusse a pacche il mucchietto di là, in cucina, e aiutandosi con una vecchia cartolina lo buttò nel secchio dell’immondizia. Frattanto, Ettore scosse la mano fuori della finestra, spargendo alla brezza quel poco di sabbia, o cenere o polvere che gli era rimasta attaccata al palmo.
La sera i Saponara cenarono, guardarono un po’ di televisione correggendo allo stesso tempo qualcuno degli ultimi compiti in classe, e andarono a letto presto. La mattina dopo, si svegliarono di buon’ora allo squillo della sveglia, fecero colazione, si lavarono, si vestirono: ed entrando in sala per prendere qualche libro da usare quel giorno a scuola, trovarono, proprio nel centro della stanza, bello ordinato come una piramide in miniatura, un altro mucchietto di polvere. Più grande del doppio, rispetto a quello del giorno prima. Si guardarono, cercando di scorgere l’uno nell’altro i segni dello scherzo: ma né lui né lei avevano più lo spirito per simili cose. Guardarono il soffitto, se la polvere venisse da lì: ma in corrispondenza del mucchietto pendeva solo la lampadina appesa al filo, saldamente ancorata all’intonaco privo di crepe. «Sarà… sarà stato un gatto?» azzardò Agnese. Finì che cercarono per tutta la casa un gatto che si nascondesse e fosse l’autore dello scherzo o tracce almeno della sua presenza; nel far ciò si sentirono sempre più stupidi, ma non smisero finché il più piccolo angolo dell’appartamento non fu esplorato.
Arrivarono a scuola in ritardo, quel giorno, e con un’aria vaga, che i più attenti tra i colleghi e gli allievi non mancarono di notare: ma i Saponara non fecero parola di ciò che avevano visto quella mattina e il giorno prima in casa loro, e nessuno osò porre domande.

giovedì 27 novembre 2008

"Le pietre", 8

L’ora di lezione era finita da qualche minuto: la ragazzetta, raccolti i libri e i quaderni in un suo zainetto colorato e sdrucito, schiarì la voce per risvegliare Saponara. Egli si voltò, tornando impassibile, guardò l’orologio che gli ricadeva sempre sotto il polso, e con qualche parola di circostanza la congedò.
Non passò neanche un minuto: e una nuova allieva prese il posto della prima, identica a questa quasi in tutto. Essa aprì il libro su un canto di Dante, e con fatica lesse qualche terzina, dando l’idea di non capirci niente. Saponara sapeva a memoria anche questa: e mormorando quelle medesime parole che la giovinetta biascicava, tornò alla finestra, per cercare ancora nel paesaggio qualcosa che lo rapisse di nuovo.
Ma nulla, né i cani in corsa, né le donne piegate ad accoltellare la terra, né il lavorio delle draghe soddisfecero più la sua curiosità. Più in là, però, sulle montagne, nel lato selvoso e oscuro delle pendici, nel fitto dei boschi di lecci e larici, si muovevano luci e barbagli misteriosi e repentini, come riflessi di sole sulle lame delle seghe di un esercito i boscaioli. E in quell’ombra disseminata di lampi Saponara tornò a perdersi, pensando a quanto sarebbe stato bello viver solo in un bosco, in un eremo ignoto a tutti, e vivere di bacche o di qualche animale allevato, nell’ombra perenne, nel silenzio squittente della selva, nell’eterno e monotono rincorrersi di giorni, mesi e stagioni. Finì anche Dante, e quell’ora; l’allieva raccolse le sue cose e partì. Ora Saponara era libero, ma la voglia di perder tempo alla finestra gli era passata. Andò in punta di piedi a origliare dietro la porta della cucina, se mai la moglie avesse finito: ma sentì la voce rauca di un giovanotto cresciuto troppo in fretta cantare la poesia dei passati remoti irregolari.
Aveva un’ora di tempo, prima di trovare la casa sgombra, la cucina libera e il buffet a disposizione. Tornò in sala, e nel mezzo, proprio nel mezzo della stanza, sulle piastrelle di finto marmo nero dalle finte striature bianche, proprio lì, notò un mucchietto di polvere. Non esattamente un mucchietto: ma come una manciata di terriccio lasciata cadere da mano distratta. Allora si sedette su una poltrona e si guardò sotto le scarpe, se mai le suole fossero incrostate di fango secco: no. Pensò che l’avesse portata una delle allieve quella erra in casa; tentennò un poco, se era il caso di scoparla via, ma la poltrona era così soffice che sprofondò in un sonno pieno di mare e di boschi, pensando, negli ultimi lampi della coscienza, che dopo tutto era sempre stato compito della moglie far pulizia.

martedì 25 novembre 2008

Wunderkammer, 5


Ancora dal La Mettrie:

7) "Prendete un pulcino ancora nell'uovo e toglietegli il cuore: osserverete gli stessi fenomeni, più o meno nelle stesse circostanze", vale a dire balzi del muscoletto gettato su una fiamma. "Le stesse esperienze che dobbiamo a Boyle e a Stenone si fanno coi piccioni, i cani, i conigli: semplici pezzi del loro cuore si muovono come cuori interi. Lo stesso movimento si può osservare nelle zampe di una talpa recise dal corpo (...)".

9) "Un soldato ubricaco portò via con un colpo di sciabola la testa di un tacchino. L'animale restò in piedi, poi camminò, corse; incontrato un muro, girò, battè le ali, continuando a correre, e alla fine cadde. Steso in terra, tutti i suoi muscoli si muovevano ancora. Ecco ciò che ho visto; ed è facile riscontrare pressappoco gli stessi fenomeni nei gattini o nei cagnolini ai quali si sia tagliata la testa".

"Le pietre", 7

Quel pomeriggio, pareva già estate. Il professor Saponara, con un atto per lui affatto nuovo, aveva aperto e quasi spalancato la finestra della sala, e respirava forte l’aria buona che veniva da fuori. Mentre l’allieva sillabava una poesia del Carducci, che lui borbottava a memoria, egli si poggiò con il ventre sul davanzale, ballonzolando un poco per adagiarvisi meglio, come un grasso piccione pigro, e guardò gli orti già verdi, il fiume e le draghe. C’era un brusio nell’aria, e odori che lo incantavano: e intanto l’allieva non sapeva se seguitare a recitare o se smettere, e parlava sempre più piano, rivolta al didietro del pedagogo rapito. La corrente non ancora inaridita del fiume colava languida e limacciosa, succhiata dai bracci delle draghe, che parevan morte e invece brulicavano di vita, di operai che palavano la rena e di secchielli che ballavano appesi alle carrucole. E tra gli orti correva qualche cane, senza motivo, o forse rincorrendo farfalle; mentre le ultime donne ostinate, piegate in due, vestite di scuro, si chinavano a raspare le cicorie fiorite nei prati.
Mancava ormai poco alla fine della scuola; il programma era a buon punto, come al solito, e gli scrutini e gli esami però non così vicini da sentirne l’odore. La vita pareva bella al professore, abbastanza bella: egli pensava forse ad una vacanza, al mare magari, a una di quelle vacanze che si godono nell’immaginazione come si succhiano le caramelle; e che poi per improvvisa perdita d’entusiasmo, per uggia repentina si accantonano con un mezzo sorriso. Al mare, perché no? Avevano bisogno entrambi di un po’ di svago, di ozio vero; la moglie soprattutto, poveretta, lei che la scuola faceva a volte piangere di nascosto, come una bambina dopo un castigo. Al mare, al caldo, a dormicchiare mezzi nudi sulla spiaggia senza un alito di vento, magari a leggere un libro stupido, o a leccare un gelato – tanto non ci si conosce, al mare. Così, mentre osservava la pace di quel paesaggio, Saponara pensava alla bellezza di una pace altrettanto alta, ma diversa, meno consueta, non più pago degli orti, delle draghe e del fiume, e voglioso di scroscio d'onde, o di sabbia bruciante.

mercoledì 19 novembre 2008

"Le pietre", 6

Ma si diceva del condominio. Per metà esso era disabitato: non pochi appartamenti eran vuoti da anni, vanamente rimbombanti, soprattutto nei due piani più alti. Negli altri sopravvivevano una coppia anzianissima troppo simile ai Saponara perché sia il caso di parlarne, uno scapolo sui cinquant’anni dall’aria francamente equivoca, tre famigliole con qualche bambinetto di varia età. I restanti alloggi ospitavano una minipalestra per ginnastica correttiva che però da qualche tempo non dava segni di vita, e una probabile garçonnière in cui talora si aggirava una fauna femminile furtiva e selvatica. E tutto questo, in un edificio, come già detto, perso tra gli orti e le baracche, una sorta di decaduta cattedrale nel deserto, dalla forma quasi d’un antiquato apparecchio radiofonico. Non era il solo, a dire il vero, a stagliarsi in quella piana avvallata e circondata da montagne: ché lungo le rive del fiume si elevavano le architetture piranesiane delle draghe, dalle forme più bizzarre, con i lunghi bracci protesi nell’acqua a cavarne sabbie. Di lontano, e al crepuscolo, li si sarebbe detti scheletri decapitati di dinosauri.
La giornata dei Saponara non aveva nulla di originale. La mattina a scuola pressoché sempre; a casa il pranzo, veloce e in silenzio, come al buffet di una stazione; e il pomeriggio lezioni private, quando non eran previste riunioni. I due professori non avrebbero potuto farne a meno: non tanto per i vantaggi economici che ne derivavano, e che erano invero trascurabili, quanto piuttosto per la vitalità che quegli allievi svogliati ma sempre un po’ mesti portavano loro in casa.
Secondo un accordo che si suppone tacito, i Saponara se li erano spartiti riservando a lui le ragazze e i ragazzi a lei; giacché la signora Agnese si sarebbe trovata forse a disagio a trattare faccia a faccia con quelle creature lievi e già cariche di malizie, e il signor Ettore forse si sarebbe annoiato a cercare di ficcare in zucca la lezione a quelle altre creature assai meno lievi del suo stesso sesso, dall’occhio sempre un po’ ottuso. E Agnese faceva lezione in cucina, che era quasi il suo regno, anche se dirlo pare banale; mentre Ettore si produceva in sala, sul tavolo un tantino ciotto, che a lui piaceva far traballare appoggiandovi il ventre e bilanciandosi sui talloni.

lunedì 17 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 3

Cosa stai leggendo e ascoltando adesso?
I miei ascolti musicali vertono ormai sulla scoperta dei minori e dei minimi della musica del novecento. I maggiori (Stravinsky, Bartòk, Hindemith, per citarne qualcuno) continuano ad accompagnarmi, ma nei minori amo rintracciare le impronte lasciate dalla scuola dei grandi modelli, e insieme il tentativo di forgiarsi uno stile personale. È molto piacevole scoprire i loro tratti di originalità in mezzo alla routine, al lascito delle scuole, ai manierismi delle accademie. Nel jazz seguo ormai soltanto certi continuatori del Miles Davis del periodo elettrico.
La musica che ascolto è per me una fonte di ispirazione che non finisce di sorprendermi. Non parlo di atmosfere, sensazioni; mi riferisco al linguaggio, alla struttura, a ciò che meccanismi complessi, architetture vaste, uso e metamorfosi del materiale tematico possono suggerire a chi, scrivendo, si esprime con un linguaggio diverso. A volte ho l’impressione di trattare motivi narrativi, personaggi o situazioni secondo un impianto simile alle strutture che governano le grandi forme musicali. E a volte anche la sintassi, il cursus delle frasi, mi sembra di sentirli suonare come una sorta di orchestrazione di una partitura (lo dico da dilettante, e mi rendo conto che può suonare ingenuo).
Le mie letture oscillano tra nuovi narratori che sento affini, e che scopro per conto mio, al di là delle classifiche (i primi nomi che mi vengono in mente sono Rosa Matteucci, Pier Paolo Giannubilo, Annalena Manca, Gabriele Cremonini, Stéphanie Hochet), e classici che torno a rivisitare, di cui insomma mi nutro: pilucco sovente dalle pagine di Landolfi, di Tozzi, di Manganelli, Palazzeschi, Gadda, Pavese… In entrambi i casi, inseguo libri che siano appaganti per la tenuta stilistica, per l’invenzione linguistica, e che non si siano riconducibili alle mode, ai generi.

Cosa prepari di nuovo?
Ho un romanzo pronto, “Rapsodia su un solo tema”, di ambientazione musicale, che, se va bene, uscirà nel 2009: e sto mettendo ordine tra le pagine del successivo, che per ora non ha titolo, e che procede come una specie di romanzo picaresco passato al frullatore. Con l’amico compositore Alessio Elia sto lavorando con entusiasmo a un’opera da camera per la quale ho scritto il libretto: misurarmi con le esigenze della rappresentazione teatrale e della scrittura musicale, e allo stesso tempo travasare alcuni dei temi su cui lavoro da tempo in un ambito nuovo, e sentirli esaltati, trasformati dalla musica è un’esperienza esaltante.
Sono in vista altri progetti con Luca Dipierro, che ha in mente una rivista letteraria e artistica online, e con Riccardo Mantelli. Sono progetti a cui tengo molto, perché mi permettono di uscire dalla dimensione tutto sommato solitaria dello scrivere e di confrontarmi con persone con cui sento una forte affinità artistica.

Wunderkammer, 4


Nel severo pamphlet Réflections sur la guillotine, Albert Camus riporta casi impressionanti di permanenza di talune tracce di vitalità nei volti e nei corpi dei condannati alla pena capitale decapitati di fresco. “Il sangue esce dai vasi al ritmo delle carotidi sezionate, poi si coagula. I muscoli si contraggono e la loro fibrillazione è stupefacente; l’intestino oscilla e il cuore ha dei movimenti irregolari, incompleti, affascinanti. La bocca in certi momenti si contrae in un’orribile smorfia. È vero che in quella testa scissa dal corpo gli occhi sono immobili con le pupille dilatate; per fortuna non guardano, e non hanno nessuna anomalia, nessuna opalescenza cadaverica, non hanno più movimenti; la loro trasparenza è viva, ma la loro fissità è mortale. Tutto ciò può durare parecchi minuti, anche ore nei soggetti sani, la morte non è immediata… Ogni elemento vitale sopravvive alla decapitazione. Non rimane al medico che questa impressione di un’orripilante esperienza, di una vivisezione omicida seguita da un funerale prematuro”; sono le parole di due dottori dell’Accademia di Medicina di Francia, Piedelièvre e Fournier.
Andiamo avanti. “Un aiuto carnefice, quindi poco sospetto di coltivare sentimenti romantici o morbosi, descrive come segue ciò che è stato costretto a vedere: Abbiamo gettato sotto la mannaia un forsennato in preda a un’autentica crisi di delirium tremens. La testa muore subito. Ma il corpo letteralmente salta nel paniere, tira le corde. Venti minuti dopo, al cimitero, ha ancora dei fremiti”.

domenica 16 novembre 2008

"Le larve": l'opinione di uno scrittore

Mi ha scritto giorni fa Pier Paolo Giannubilo, l'autore tra l'altro dei sorprendenti racconti di "Questo è il mio corpo" (Palomar, 2004) e soprattutto del romanzo "Corpi estranei" (Il Maestrale, 2008), sensibile e sconvolgente trasposizione di una storia vera:

"Non frequentavo letteratura nera da un bel pezzo, e leggere Le larve è stata una stuzzicantissima reimmersione nelle atmosfere con cui sono cresciuto e di cui, come sai, ho anche scritto parecchio.
Ha ragione Rossi: scrivi davvero bene. Soprattutto stupisce la tua felicità creativa nell'inventare personalità oscure, ctonie (l'incontro, sul finale, del protagonista e di Saverio nel cunicolo è emblematico), la densità e la pertinenza delle metafore ("codazzo luminescente di domestici infreddoliti" dietro al vecchio nelle notti degli ululati, cazzo!!! - mai pensato di fare poesia?) e la capacità di tenere alto il conflitto fra i personaggi.
Si nota subito che con la storia che racconti è impossibile annoiarsi, che il ritmo è serrato, e che dòmini con sicurezza la tecnica del flashback, una modalità insidiosissima, per chi non sa usarla a dovere.
Il tuo libro è barocco (nel senso migliore del termine, intendiamoci, come è barocca La cognizione del dolore di Gadda o Lolita di Nabokov), mentre da noi si è imposto uno standard di lingua asciutta quasi fino al rinsecchimento, che lascia poco spazio a espressioni alternative.
Tornando al plot, guarda che è davvero avvincente. Il capovolgimento del padre piagnone in satanista dà un certo brivido, come molte altre situazioni in cui emerge quella che ieri sera Gian Ruggero Manzoni (pronipote di Alessandro, con cui ho visto un Macbeth a teatro) chiama "la bestia", che lui ha rilevato anche nelle torbide vicende del mio Corpi estranei, l'aspetto ferino, buio della nostra umanità che ha appena qualche migliaio di anni o poco più, e non si è emancipata ancora dal suo retaggio animale.
Ma è tutto l'insieme, direi, tutta l'atmosfera a saper evocare quei odori e colori terragni che costituiscono l'aspetto più intrigante del tutto. E il modo in cui scruti i fenomeni naturali (le orge dei batraci sono scioccanti, bravo, bravissimo!) rivelano un talento di osservazione fuori dal comune".

"Le pietre", 5

Sì, perché la professoressa Agnese non era come il marito: la sua andatura, il vestito, la faccia e soprattutto i piedi suscitavano ilarità a volte feroce nelle classi. Le sue lezioni erano caotiche; il chiasso si sentiva perfino dalla strada, in cui cascavano ogni tanto, dalle finestre dell’istituto, cartacce, cancellini, berretti o cartelle. Ma Agnese pareva non curarsene; con la sua voce soffocata dalla collottola esponeva la letteratura a un uditorio che proprio non le badava, contenta di farlo, o forse indifferente a tutto il resto.
Era brutta ormai, ma lasciava ancora capire di essere stata bella un tempo o almeno graziosa. E questo a volte le faceva conquistare ancora un briciolo di rispetto, presso le sue classi.

I coniugi Saponara abitavano da sempre in un condominio vecchio quasi quanto loro, giallo e irrimediabilmente triste, che veniva su come un fungo preistorico nella periferia della città, verso il fiume, in mezzo a orti e a baracche fatte di lamiere e di cartone. Possedevano un appartamento al terzo piano, ovvero al terzultimo, e per uscirne o arrivarci ogni giorno arrancavano a capo chino su e giù per la scala, giacché non v’era ascensore.
L’appartamento appariva lindo e grazioso, di quella lindura un po’ obsoleta che emanano gli oggetti velati dalla polvere e dalla vecchiezza. Sempre in penombra e male illuminate le stanze, per il gusto comune ad entrambi delle tinte smorzate, del barlume serotino: cinque persiane abbassate spesso di giorno come di notte, e in luogo dei lampadari certe lampadinette opache che sbucavano dai soffitti aggrappandosi a filetti ritorti, dall’aria provvisoria.

Un'altra intervista mancata - 2

Il lavoro che c'è dietro a "Le larve" e le differenze con "Nora e le ombre".
Ho scritto “Le larve” nel corso di tre anni, dal 2002 al 2005, a partire da alcuni nuclei narrativi da cui a poco a poco è germinato tutto il resto. Ho accumulato pagine e pagine di immagini, narrazioni, dialoghi, lasciando che un po’ alla volta si creassero delle connessioni tra le situazioni, una geografia attorno, si sviluppassero dei rimandi (...).
Rispetto a “Nora e le ombre”, ho privilegiato atmosfere e temi che nel romanzo pubblicato nel 2006 erano limitate alla parte ottocentesca della storia; ne ho recuperato in parte l’ambientazione, il palazzo signorile isolato in una campagna non priva di desolazione; ho invece indagato paesaggi mentali maschili, amplificati dalla scelta di far raccontare tutto a un io narrante. Come in “Nora”, impiego divagazioni, sospensioni, ellissi, false partenze, e gioco sull’alternanza di passato e presente, sul tema del conflitto, meno sui contrasti (di tono, di registro…). Continuo a pensare che in letteratura non sia necessario spiegare e giustificare tutto, e che anzi talvolta il non detto sia più forte e importante del detto, il sottinteso dell’esplicitato, il casuale del programmato, la deriva del rigore, la digressione della tenuta dell’intreccio, l’attesa della soluzione. (È, a ben pensarci, un approccio molto simile a quello che ho avuto in musica, quando con Simone Riva ho registrato le lunghe improvvisazioni di funk sperimentale dei Commandmentz).
Infine, come in “Nora” gioco con l’orizzonte d’attesa del lettore: là fingevo di muovermi in una ghost story, con “Le larve” fingo di muovermi tra il romanzo d’appendice e la storia gotica.

La collaborazione con Riccardo Mantelli per il video.
Riccardo è un amico: quando gli ho proposto di realizzare un booktrailer per “Le larve” ha subito accettato con entusiasmo. Credo che Riccardo abbia subito notato nel mio romanzo, pur nella diversità di linguaggi, una affinità profonda con i temi delle sue ricerche: entrambi lavoriamo sulla deriva, la frammentarietà, la combinazione di elementi eterogenei, le interferenze, gli errori, anzi, per usare una sua espressione, sull’“estetica dell’errore”.
Per il video abbiamo lavorato su pochi elementi, foto pescate qua e là, suoni, musiche, brevi citazioni dal romanzo, e pure pause, neri, silenzi, per suggerire i temi e le atmosfere del libro. Ne è risultato un breve film insieme malinconico e inquietante, che recupera molto del romanzo, larve comprese, tranne forse la dimensione da commedia grottesca che hanno certe pagine.
Non è la prima esperienza con i booktrailer: già il precedente romanzo, “Nora e le ombre”, è stato accompagnato da un piccolo film realizzato da Luca Dipierro, scrittore, editore e filmmaker che all’epoca abitava a Baltimora e che mi aveva già inserito nell’antologia italoamericana di racconti “Santi – Lives of Modern Saints”. Luca ha coinvolto nella realizzazione Brent Green, autore di brevi sequenze animate in stop-motion: io da Aosta ho contribuito con l’invio di disegni a china, sequenze parlate, filmati… Alla fine, il video si è nutrito di tanti linguaggi e registri diversi, in un modo spiazzante, giocando su conflitti e contrasti, come il libro.

sabato 15 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di una serie di domande e risposte destinate a http://www.iltrillodeldiavolo.it/ e non più utilizzate. Immagino di poterle presentare qui, a puntate. En passant, le interviste mancate stanno diventando - per me, almeno - un sottogenere pieno di sottintesi: relativizzano, suggeriscono di non darsi troppe arie, sussurrano in un orecchio una specie di modesto memento mori. Hanno una loro acerba validità morale).

Qual è il tuo approccio alla scrittura?
Da tempo ho la netta sensazione che le parole vivano, tra le pagine di un libro, avventure parallele a quelle dei personaggi. Ogni scelta lessicale o sintattica, ogni esclusione, formano una specie di secondo intreccio, che ora coincide ora entra in collisione con quello principale delle figure del romanzo. È probabile che chi legge non avverta questo piano narrativo nascosto, implicito, ma io che scrivo e riscrivo per anni, e rimugino e cancello e butto via e riprendo e modifico e salvo, seguo ormai le vicende delle parole con una partecipazione forte, a volte con un certo grado di sofferenza, o almeno di esasperazione.
Ho presenti alcuni modelli letterari: tra i meno antichi Landolfi, sempre e comunque, Géza Csàth… Certi eccessi della trama, certi colpi di scena non di prima mano, vengono da reminiscenze della narrativa d’appendice ottocentesca; altre convenzioni sono mutuate dal romanzo o dal racconto gotico, da Hoffmann, dal Gotthelf del “Ragno nero”, o dal solito Poe. Va bene, non sono certo modelli recenti, ma almeno sono modelli “alti”, che rispetto agli emuli attuali del gotico garantiscono una straordinaria freschezza di invenzione e soprattutto una impeccabile tenuta stilistica e linguistica. Sono convinto che solo una lingua precisa, ricca, complessa, possa governare il viluppo caotico di cui è fatta la realtà, o almeno possa dare l’illusione che sia possibile dar senso, attraverso la scrittura, all’insensato.
Non ho in mente riferimenti cinematografici quando scrivo. Trovo che molta narrativa di oggi sia troppo legata all’immaginario cinematografico, per non dire alle convenzioni, ai clichés, e soffra anzi di una sorta di complesso di inferiorità del tutto ingiustificato (è il linguaggio del cinema che ha preso tutto dalla narrativa, non ha alcun senso che oggi si cerchi di fare il contrario).

Quale messaggio vuoi dare?
Mi trovo un po’ in imbarazzo a rispondere a questa domanda. Ho raccontato storie, intrichi di storie, ho indagato, attraverso la voce dell’io narrante, sull’inclinazione al male, sull’attrazione esercitata dal nulla, sugli effetti di passioni, impulsi ed emozioni, sulla forza di una ragione che tenti di dominare l’oscuro, il morboso, l’onirico, e sul rischio che se ne lasci attrarre e vi si perda. Non avevo una tesi da dimostrare, avevo una manciata di suggestioni, un groviglio di situazioni a cui dare unità e coerenza (...).

Wunderkammer, 3


Già verso i tre o quattro anni Teresa (del Bambin Gesù) manifestava una sua tendenza tutto sommato pudica e discreta a rivestire di veli corporei il male - così come faceva, e con maggior frutto, riguardo al bene. Così inizia il cosiddetto "sogno dei due diavoletti":

"Ero sola a passeggiare in giardino, quando scorsi a un tratto, vicino alla pergola, due diavoletti orribili che ballavano sopra un gran recipiente di calcina con un'agilità sorprendente, nonostante i ferri pesanti che avevano ai piedi. Essi gettarono da prima sopra di me i loro sguardi di fuoco, poi, come assaliti dalla paura, li vidi precipitare in un batter d'occhio in fondo a quel vaso, uscirne quindi non so da quale apertura, e correre finalmente a nascondersi nella guardaroba (sic), che era al livello del giardino. Nel vederli tanto poco coraggiosi, volli sapere che cosa andassero a farvi, e, superando il primo terrore, mi avvicinai alla finestra... Quei poveri diavoletti erano là che correvano sulle tavole, non sapendo come sfuggire al mio sguardo; ogni tanto si avvicinavano, spiavano con occhio inquieto dai vetri della finestra, ma poi, vedendomi sempre lì, ricominciavano a correre come disperati".

Con ciò, forse, il Signore avrebbe inteso mostrare alla futura santa che "un'anima in istato di grazia non ha nulla da temere dai demoni che sono dei vili".

"Le pietre", 4

Molti, che avevano avuto a che fare con loro nell’ambiente scolastico, erano stati a contatto con i due per anni senza mai capire che erano moglie e marito. La vera, bastava vedere la vera al dito, dirà qualcuno: ma Ettore, come si sa, teneva le mani in tasca sempre, e Agnese portava certi guanti di lana azzurrognola anche d’estate.
La signora Agnese, la professoressa Agnese, a parte l’eccentricità dei guanti, appariva come una donna qualsiasi, con una certa propensione per gli abiti grigi e un po’ sciatti, che la impacchettassero per bene, quasi senza lasciarla muovere o respirare. E respirava a fatica, sempre, ansimando quasi. Non frequentava più da anni un coiffeur, e si arrangiava in casa da sé per le messe in piega, che le facevano penzolare ora da una parte ora dall’altra la chioma, tentennante ad ogni sospiro. Grassa non era, ma conservava dalla giovinezza lontana il seno prominente e vigoroso; se fosse ancora tale per natura, o se invece fosse sorretto e rafforzato ad arte, nessuno aveva mai avuto occasione d’appurare. Non portava occhiali, la professoressa Agnese, ma ne avrebbe avuto bisogno, dal modo in cui si piegava sui libri, soffiando per lo sforzo. Aveva gli occhi sbarrati e inespressivi, o fissi in un’espressione di meraviglia perenne, come un pesce tirato a secco. Preferiva girare la testa, piuttosto che muover le pupille. Zoppicava un poco, forse per un’antica gotta mal curata, e portava scarpe larghe, barconi in cui a coperta ballavano i piedi. A lezione, per riposarsi le estremità, pian piano si sfilava le scarpe, tra i sospiri mal repressi, divaricava di un tanto gli arti, e agitava le dita finalmente libere. I piedi erano la parte più espressiva del suo corpo, quando si toglieva i barconi. Lo sapevano bene i suoi allievi, che riservavano alla quotidiana cerimonia della sfilatura delle scarpe i loro lazzi più fragorosi.

Sintonie, 4b: Fabiana


“Invece di startene lì imbambolata a guardarmi, fa’ qualcosa, per carità!”
“Io guardarti?! Ma come osi? Non ti sto affatto guardando!”
“Va bene, va bene, va bene: è un peccato mortale, e non mi stavi guardando. Ora mi aiuti con questo settimo?”
“Acciderba… E va bene, ma la mia è solamente carità cristiana, non montarti la testa! E non ti guardo! Guidami tu”.
“Bene. Hai presente il cl... il clit…”
“Non osare!”

“Ah, scusa – e chi se l’aspettava? -, volevo dire: ha presente la clit…”
(urletto di impazienza) “Non è questione di… Io non ti licenzio l’ignobile scilinguagnolo!”
“Ma…”
“O smetto all’istante”.
“Oh, santa pazienza! Va bene. Hai presente quel cosino… Simile ad un pomellino… Che disgraziatamente hai anche tu – e che disgraziatamente non usi?”
“Risparmiati lo spirito. Questo qui?”
“No, un po’ più su”.
“Qui?”
“No, un po’ più giù”.
“E qui?”
“Ma sai che sei proprio brava? Bel tocco, delicato…”
“Spudorata! Non osare, non giocare con me o… O… Ecco di nuovo il mancamento…” (sbandando)
“No! I miei esercizi dello Czerny! Perdonami! Perdonami. Ecco, abbiamo finito. Hai trovato il settimo. Ora tira”.
“Ma no, non credo… Insomma è troppo duro… Sembra di plastica…”
“Sì, appunto. Ehm… Non ti avevo detto che era di plastica?”
“Muoio!” (afflosciandosi a terra)

“Dove sono?”
“Bentornata”.
“Ma… Che cosa sta diventando, in nome di dio, teatro?”
“Sì, teatro da camera!”

(sipario, applausi)

venerdì 14 novembre 2008

"Le pietre", 3

Dopo tutto questo, potrebbe sorprendere che Ettore Saponara fosse sposato. Sposato, già. Ciò significa che almeno una volta nella sua vita il professor Saponara si era piegato a manifestare i suoi sentimenti a qualcuno, dimostrando così di averli. Era stato fidanzato, un tempo. Aveva fatto scorrere il braccio lungo il fianco della sua ragazza, qualche volta. La notte, avrà sospirato per lei, e forse anche pianto e riso insieme come un folle. E come aveva fatto a conoscerla, a parlarle, a chiederle un appuntamento? Tutto ciò doveva essere accaduto, si può presumere – non senza qualche sforzo. Ma come ci si può figurare, e si perdoni l’indiscrezione, Ettore Saponara nelle dolci effusioni della prima notte? Colleghi e alunni ammutolivano ancora, a pensarci.
Certo, figli non ne avevano i coniugi Saponara, per motivi che nessuno aveva mai osato indagare. Ma qualcosa, in quelle notti, doveva pur essere accaduto. Il professor Ettore che dice «Ti amo» non era un pensiero che potesse nascere facilmente; eppure, colleghi e alunni avevano davanti agli occhi tutti i giorni la signora Saponara.
Insegnante anche lei, della stessa materia, e nello stesso istituto per giunta, sebbene in una sezione diversa, la signora Agnese Saponara, che da ragazza faceva Sorbetto, passava nell’aula degli insegnanti lieve e silenziosa come una fantasima. Una mummia e una fantasima uniti in matrimonio, si pensava, non potevano non andare d’accordo. E infatti, tra i due non era mai esploso lo screzio. Non vi era mai stata nemmeno esternazione di affetto, a memoria d’uomo, e anzi i Saponara il più delle volte sembravano quasi ignorarsi reciprocamente, o si lanciavano brevi ovvietà come due sconosciuti qualsiasi.

giovedì 13 novembre 2008

"Le pietre", 2

D’aspetto, era un tipo né grasso né magro – ovvero, un magro con un ventre da grasso, ch’egli non si peritava di correggere o celare, e usava invece ostentare e poggiare un po’ ovunque, su tavoli e cattedre e spalliere. Aveva un colorito giallognolo, che bene s’intonava con il beige ospedaliero delle pareti della scuola: addossato a una di quelle pareti, nudo magari, sarebbe scomparso come un camaleonte.
Portava occhiali, si diceva, per lo più poggiati storti; gli scivolavano sul naso sudato, egli li risospingeva in alto, e quelli di nuovo giù. Lo incoronava una selva grigia di capelli che nessun barbiere era mai riuscito a domare. Aveva mani vecchissime, nodose, secche, maculate, ricoperte di vene blu. Egli le teneva sempre nelle tasche dei pantaloni, forse per non esibirle. Le rare volte in cui era costretto a gesticolare, per esprimere meglio un qualcosa che gli stesse a cuore, egli smanacciava in tasca, dando a tutti la brutta impressione di grattarsi.
A scuola lo temevano, perché nessuno era mai riuscito a leggergli l’anima, o a presumere di farlo. In classi considerate turbolente, caotiche, o infernali dall’opinione comune, egli sapeva formare un silenzio assoluto e irreale con la sola sua presenza. Gli allievi, non vedendolo mai attendere a una frivolezza, anche piccola e perdonabile, lo consideravano un uomo forte, senza che lui avesse mai dato la minima dimostrazione di forza.

Sintonie, 4: Fabiana Piersanti


Credevo perduto questo dialoghetto via via più sconveniente, scritto a quattro mani con Fabiana l'anno scorso, pubblicato a suo tempo su un blog di myspace e poi svanito con lo svanire di quel blog. Ma Fabiana, che lo ha ricostruito a partire da frammenti conservati, me ne ha fatto dono: e sono felice di riproporne una prima parte. Da qui non lo leverà nessuno.

“Che diamine stai facendo con quella mano lì in mezzo?” (piedino battente; braccia a mo’ di brocca)
“…”
“Suvvia! Rispondi alla domanda che ti è stata rivolta!”
“È il posto più confortevole che io conosca”.
“Sfacciata! Ecco perché sei eretica… Anzi, no… Sei eretica perché ti metti la mano lì in mezzo!” (avvampando)
“La mano è mia. Anche quello che c’è qui in mezzo è mio. Ed è il posto più confortevole che io conosca”.
“Ma che razza di impertinente… Tutto è tuo! Tutto è tuo! Non ho mai ascoltato in vita mia rivendicazione più ignobile e discutibile! Mi sento mancare…” (in deliquio)

“Allora, dicevamo?” (rinvenendo)
“Non me lo ricordo, mi sono distratta…” (sorrisetto)
“Sfrontata!”
“Ma no, dovresti provare anche tu…”
“Non ti permettere! Aiutami piuttosto, dammi una mano…”
“Non posso”.
“E perché mai?”
“Sono impegnate entrambe…”
“Oh, Signore…” (di nuovo in deliquio)

“Sono di nuovo mancata…”
“Così pare”.
“…”
“Senti, io avrei finito ma…”
“Ma…?”
“Non riesco ad estrarre il settimo e vorrei anche tornare agli esercizi dello Czerny”.
“Il settimo? Il settimo cosa?”
“Il settimo dito”.
“Il settimo dito?”
“Va da sé, perfeziona gli arpeggi”.
“E l’ottavo, allora?” (in tono di sfida)
“L’ottavo?! Mi prendi per un mostro?!?”

mercoledì 12 novembre 2008

"Le pietre" (1988; rev. 2008)

Ettore Saponara, il professor Ettore Saponara, amava ritenersi una delle colonne, anzi l’unica, dell’istituto per geometri in cui insegnava materie letterarie. Tra i suoi colleghi, era da decenni il più anziano. Tutti, lì dentro, se lo ricordavano vecchio così, con la stessa cartella e magari gli stessi vestiti. Pareva che non avesse mai avuto un passato, e che qualche incantesimo lo costringesse a non mutare aspetto e a fare il professore per l’eternità. Lui, Ettore Saponara, non se ne lamentava. Anzi, non si lamentava di niente. Nessuno lo aveva mai visto perdere la pazienza per gli spropositi degli allievi, o alterarsi perché la macchinetta del caffè faceva le bizze, o sbuffare per delle fotocopie mal riuscite.
A volte, nella sala degli insegnanti, lo coglieva una vaga sonnolenza: e allora a poco a poco chiudeva gli occhi, prima uno poi l’altro, e finiva per appisolarsi, seduto impettito. Chi fosse entrato in quei momenti, lo avrebbe preso per un antico egizio imbalsamato e vestito col vestito sbagliato. Eran questi i suoi soli momenti di debolezza. Per il resto, non lo sentiva nemmeno respirare. Ai consigli e alle riunioni non parlava mai, se non era chiamato in causa, e a volte, durante le votazioni, si dimenticava perfino di alzare la mano, e finiva per astenersi su quasi tutto.
Nessuno dei suoi colleghi aveva mai osato dargli del tu, o chiedergli il permesso di farlo. Quanto a lui, evitava sempre di dare confidenza o anche di negarla, e da anni, come avevano notato i più perspicaci, si era arroccato dietro a macchinosi verbi impersonali. Certo, non lo si era mai visto nemmeno sorridere. I sentimenti gli restavano sigillati dentro alla bocca e dietro agli occhiali. Per di più, aveva una voce metallica, lenta, di difficile interpretazione, ma molto facile da imitare; e nell’istituto imitare quella voce era diventata la specialità di almeno una ventina di futuri geometri.

Passeggiata browniana


La città è piccola, ci è familiare da sempre. Chi vi abita da anni, soprattutto chi vi è nato, ne percorre le vie principali con un senso di sazietà distratta, di saturazione infastidita; e ha imparato presto le poche strade parallele, le deviazioni, i percorsi poco conosciuti, facendone l’itinerario per passeggiate alternative che ormai sono ordinarie come tutto il resto. In pochi minuti si raggiungono i quartieri periferici, anche questi ormai battuti da anni, in ogni direzione; altri minuti e si è oltre la periferia, in zone già collinari, o ai confini degli altri comuni, tra case e cantieri e ritagli di terreno incolto.
Per questo un’esplorazione della città secondo un approccio insolito, in un contesto urbano come Aosta, è una sfida. Riccardo, sabato sera, ci conduce lungo traiettorie impreviste. Un software sul suo cellulare, collegato a un navigatore portatile, ci dice dove andare, se a destra o a sinistra: e noi procediamo lungo vie obbedendo a un algoritmo. La nostra è una deriva relativa, vincolata agli impulsi generati dal software: ma andare dove non andremmo ci dà una sensazione nuova – ci costringe, se non altro, a osservare le cose in modo nuovo.
Ben presto usciamo dalle luci stolidamente rassicuranti del centro e ci spingiamo in quartieri bui. In un cortile chiuso attendiamo un segnale che non può che dirci di tornare indietro – ma lo attendiamo. Passiamo attraverso un varco sotto la cinta delle mura romane, finendo su un’arteria in cui il traffico ci costringe a marciare in fila indiana. Sotto un cavalcavia scopriamo una cassetta di mele marce, che ci appare subito come un segnale di abbandono – uno di quei segni incomprensibili di cui il mondo sembra costellato, e che in effetti non sono segnali di nulla, ma il punto finale di vicende che ignoriamo del tutto. Ci inoltriamo in parcheggi oscuri, deserti, che il buio rende immensi. Incerti, su uno stretto marciapiede lungo la ferrovia, aspettiamo dalla vocetta (femminile, gentilmente severa, o severamente gentile) una parola che ci riporti indietro. Altre zone buie però ci attendono, quartieri nuovi, dalle vie non illuminate, cresciuti tra il fiume e gli orti abusivi, le autorimesse e i magazzini. Cantieri ancora aperti, tracciati in cui già osano spuntare erbacce. Profili pretenziosi di condomini e palazzine, dalle linee oblique, che suggeriscono poppe e prue di navi, o astronavi. Cani che abbaiano appena visibili – dietro un cancello vecchio stile.
La voce non si esprime spesso: resta in silenzio a lungo, e tace proprio agli incroci, quando vorremmo che ci dicesse qualcosa; parla invece lungo vie prive di sbocco, in cui è possibile solo andare avanti, in cerca di un bivio – non sono previsti lo scavalcamento di muri o recinzioni, l’attraversamento di proprietà private, lo sfidare cani o allarmi.
Parliamo a voce alta – siamo gli unici in giro. Il gruppo si sfilaccia, ma dopo un’ora di marcia alla deriva sentiamo tutti il bisogno di puntare verso casa. Non ci ammutiniamo agli ordini della voce (“left”, “right”), ma cominciamo a interpretarli a nostro vantaggio: dal momento che destra e sinistra non sono assolute, ci disponiamo in modo che la direzione indicata sia proprio quella che vogliamo prendere.

martedì 11 novembre 2008

Wunderkammer, 2


Julien Offroy de la Mettrie, ne L'uomo macchina, enumera diverse "esperienze" di osservazione dell'azione involontaria del principio motorio di un corpo.
1) "Tutte le carni degli animali dopo la morte palpitano tanto più a lungo quanto più a lungo l'animale è freddo e traspira meno. Ne fanno fede le tartarughe, le lucertole, i serpenti, ecc.".
2) "I muscoli separati dal corpo a pungerli si contraggono".
3) "Le viscere conservano a lungo il loro movimento peristaltico o vermicolare" (...).
5) "Il cuore della rana, soprattutto se esposto al sole o meglio ancora su un tavolo o su un piatto caldo, si muove per un'ora e più dopo essere stato strappato dal corpo. Se il movimento sembra finito senza rimedio, basta ungere il cuore e questo muscolo cavo batterà ancora".
6) "Nella sua Storia della vita e della morte Bacone da Verulario... parla di un uomo accusato di tradimento che fu aperto vivo per strappargli il cuore e gettarlo nel fuoco. Là questo muscolo compì dapprima salti di un piede e mezzo d'altezza; poi, perdendo a poco a poco le forze, saltò ogni volta di meno per circa sette o otto minuti".

Wunderkammer, 1


Leggiamo nella Storia naturale dell'anima di J. O. de la Mettrie (in Opere filosofiche, Laterza, 1978): "In origine il corpo umano non è altro che un verme, le cui metamorfosi non hanno nulla di più sorprendente di quelle di ogni altro insetto". E altrove, ne L'uomo macchina: "Ci dicano loro", cioè "i nostri osservatori", "se non è vero che l'uomo nascendo è solo un verme, il quale diventa uomo come il bruco diventa farfalla. I più autorevoli studiosi ci hanno insegnato come si deve fare per vedere questo animaletto (...). Poiché ogni goccia di sperma contiene un'infinità di questi vermicelli, quando essi vengono lanciati nell'ovaia soltanto il più abile e il più vigoroso di loro ha la forza di insinuarsi e di impiantarsi nell'uovo fornito dalla donna, che gli dà il suo primo nutrimento". Il resto si sa: "Sebbene in nove mesi di crescita" l'ovulo fecondato "divenga mostruoso, esso differisce dalle uova delle altre femmine solo perché la sua pelle (l'amnios) non si indurisce mai e si dilata prodigiosamente, come possiamo vedere paragonando il feto già in posizione e sul punto di uscire (il che ho avuto il piacere di osservare in una donna morta un istante prima del parto) con altri piccoli embrioni ancora assai vicini alla loro origine".

mercoledì 5 novembre 2008

"Spiral Tales", Marta Raviglia Quartet (Alfa Music, 2007)


Quella di Spiral Tales è musica di un'eleganza rara, fresca e classica assieme. I brani, tutti firmati da Marta Raviglia e da Simone Sbarzella, insieme o da soli, tranne una cover di David Crosby, rivelano per i grandi modelli del passato un rispetto che non è mai sottomissione, ma confronto, voglia di emulazione, a momenti con un briciolo di irriverenza che non guasta.
La voce di Marta Raviglia concede con discrezione ornati e vibrati; saggia sovente (in Surprises, ad esempio) con autorevolezza il registro grave, con improvvise impennate verso gli acuti. Assecondata dai suoi compagni, ama le melodie saltellanti, con intervalli ampi e talvolta capricciosi, che intona con nonchalance, come se fossero la cosa più facile. La voce è uno strumento con gli altri: tiene spesso per sé l’enunciazione dei refrain, lascia spazio ai partner e all’ospite Tino Tracanna, e si ritaglia un assolo verso la fine dei brani, attenta al valore e al carico di sfumature di ogni singola nota.
In un album di jazz vocale come questo, tutti tendono a una cantabilità inquieta ma distesa, sempre discreta, mai condiscendente; canta il pianoforte di Simone Sbarzella, che pennella meditativo le composizioni sue e di Marta; canta il contrabbasso di Fabio Penna, cui fa da contrappunto la batteria precisa e vivace di Alessio Sbarzella. Anche Tino Tracanna, al sax soprano e tenore, si muove quasi con delicatezza nelle atmosfere piene di souplesse del disco.

Spiral Tales presenta diverse facce, diversi umori.
Sail Away, la prima song, e Back Home, l’ultima prima di una ripresa del brano iniziale, sono canzoni di leggerezza quasi pop, dalle melodie accattivanti, rese con un’attitudine jazz che ne indaga le pieghe armoniche; Sail Away contiene anche, quasi subito, un bell’assolo del contrabbasso, che canticchia come un baritono innamorato. La bella melodia di Circle passeggia tra intervalli imprevisti su un ritmo latin un po’ nervoso.
C’è anche un lato più crepuscolare, in Spiral Tales, che si assapora nel canto sospeso di Passato o in Lullaby, una ballad classicamente lenta, di dolcezza pastosa, dall’armonia ricca ma non astrusa, che si evolve rivelando un’ombra di inquietudine più moderna, meno accomodante. Here I Am, notturna e impressionista, ritmicamente libera, suona come un raffinato haiku musicale di poco più di due minuti.
Il recupero, ironico e ammirato assieme, di certi stilemi “classici” del jazz colora altri brani del disco. Prima di Entrare ha una classicità capricciosa e suona come l’elegante parodia di uno swing da big band: qui Marta vocalizza come una tromba anni ’50 in vena di qualche sperimentalismo, e lascia a Simone Sbarzella e a Tracanna il compito di esplorare i territori tonali del pezzo. Quando tocca a Marta, la sua voce si fa strumento in pochi secondi di assolo non esente da echi ultracolti. Si torna a swingare in Big Fish, che si conclude con un intenso inserto parlato tratto da The Man with the Blue Guitar di Wallace Stevens.
L’anima più sperimentale del disco si coglie soprattutto in The Proclaimed Death of Words, un sorprendente pezzo a cappella in cui la voce di Marta si fa coro, percussione, e recupera un timbro tagliente, molto moderno. Triad, di David Crosby, l’unica cover, è resa benissimo, dilatata nelle sue componenti modali; il quartetto non cade nel tranello di gonfiare armonicamente il pezzo, come altri nel jazz hanno fatto con pezzi del rock o del pop, ma si mantiene in un confine in cui l’attitudine jazz si affaccia con rispetto in un altro mondo musicale. Nella lunga coda ipnotica si intuiscono echi orientali.

Spiral Tales rivela un interplay amichevole tra i musicisti, anzi una complicità sorridente e attenta, e nel contributo di tutti un senso della misura e dell’equilibrio che può nascere solo dallo studio appassionato, da una lunga condivisione degli stessi modelli e da una aperta curiosità intellettuale.


(Questa recensione è apparsa nel 2007 sul sito del gruppo, http://www.martaravigliaquartet.it).

Autori: H. H. Ewers

Ho tra le mani “Mandragora”, di Hans Heinz Ewers, romanzo del 1911 pubblicato in Italia nel 1930 da Cappelli nella traduzione di Ada Salvatore. Molti anni fa, spulciando tra le bancarelle di Torino, ho comprato per poche lire questo volume odoroso di muffa, mai più ristampato, che io sappia (su Maremagnum.com se ne può trovare qualche titolo per amateur, in francese e tedesco, non in italiano), e ne ho tentato una lettura che non si è mai conclusa (ma questa è un’altra storia).
È un romanzo verboso ma dotato di un suo fascino, molto agé nel suo prender tempo (ogni scena esordisce con un buongiorno, buonasera dei personaggi, e indulge in preamboli e convenevoli e digressioni, prima d’arrivare al punto; ogni figura è puntigliosamente descritta). Alraune, Mandragora cioè, è la versione eweresca della femme fatale, della divoratrice o meglio distruttrice d’uomini, che ha un po’ della Lulu di Wedekind, anticipa quella di Berg e di Pabst, ma soprattutto pesca nel sicuro trovarobato tardogotico, in quel mondo fatto di predatori e prede e azzanni sul collo e sessualità implicita e svolazzi lirici di seconda mano e erotismo cimiteriale e pose già cinematografiche e sguardi languidi e morti dolci e marsine appena stirate feste esclusive borghesia antiborghese viveurs dandies parassiti studenti con le fregole vecchi che non si rassegnano svenimenti baccanali piogge nel pineto estenuazioni spiritismo scienza occultismo inconsci retorica e vecchia mitologia rivisitata tra voluttà e inquietudine.
Alla base, una vecchia leggenda: dal seme di un impiccato a un crocevia, espulso per effetto appunto dell’impiccagione e caduto tra la terra, nasce una radice di mangragola (con la elle o con la erre, fate voi), versione femminile dell’homunculus dei negromanti. Lo studente Frank Braun, che vuole persuadere lo zio, consigliere ten Brinken, a dar vita a una di esse, attualizza la procedura, sostituendo alla terra una meretrice, e al seme dell’impiccato al crocicchio quello comune di un giustiziato, che il consigliere può procurarsi in un modo che il libro non precisa.
Alraune, appunto, nasce da questo esperimento, raccontato come un saggio tra scienza e magia, come la nascita del Creatura della Mary Shelley – ma a noi una fecondazione simile, a parte la fedina penale dei soggetti coinvolti, sembra ormai prosaica. Nasce, e cresce, e vive. E diventa prima una lolita seducente per istinto, poi quella femme fatale di cui si diceva, che butterà all’aria le vite degli uomini attorno a lei, dominandoli con una sorta di feroce innocenza - la vera femme fatale non conosce, o non conosce fino in fondo, il suo terribile potere.
(Giunto alla fine di questo pezzo, poso il libro odoroso con un certo sconforto, dopo averlo sfogliato in cerca di ricordi. Perché il romanzone è davvero invecchiato, lutulento, prolisso, e le divoratrici di uomini suonano come un pretesto imbarazzante e meschino a giustificazione delle melense bassezze dei maschi).

domenica 2 novembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5c

(Proseguo nella trascrizione degli appunti presi più di vent'anni fa dalle vecchie riproduzioni di Francis Bacon a cui ho fatto riferimento il 19 ottobre. Come ho già scritto, qualcosa di queste righe è finito nella scena al museo del capitolo VIII di "Nora").
Anche i “Tre studi per figure a letto” del 1972 hanno avuto qualche peso nelle descrizioni di certe presenze di “Nora e le ombre”. Il primo studio mostra una camera d’albergo (la solita lampadina gialla che cade a piombo sulla tragedia dell’uomo!); il letto al centro, coperto dal solo materasso a righe: e una figura umana sopra, nuda, dalle carni rosse e color caffè, inevitabilmente maschile, si contorce con una certa ansia di sedurre. Si noti quel piede che si afferra all’orlo del materasso, con una indefinibile voluttà un po’ allarmante. La testa dell’uomo è erosa, sul davanti, da qualche probabile invasione di formiche che l’han colto durante il sonno – ma a lui la cosa sembra non dispiacere.
Il secondo studio è più complesso. Sul letto grava un cumulo abbastanza disgustoso di carni in disfacimento. Ma a noi i corpi sembrano due, colti in un momento di tenerezza macabra tra una copula e l’altra. Il corpo più grasso, dotato d’un gran sedere, sembra stia protendendo la testa formicoide a divorare la schiena dell’altro – o dell’altra, va’ a sapere –, che tranquillamente a pancia in giù subisce i morsi.
Il terzo studio presenta un’ennesima figura maschile solitaria. Accucciata sulla branda, la diresti dedita a una seduta di autoerotismo. Ha le gambe ormai verdastre di un cadavere riesumato, e gli cola dal basso ventre tutto il colore vitale che prima gli riempiva ogni fibra del corpo gommoso: una grossa chiazza bruna si sta espandendo sul materasso, ingrossandosi degli umori spillati dal torace ancora costipato di nero. Della testa si vede un’orecchia tracciata alla perfezione, larga e marcata, e le labbra sottili sopra un mento aguzzo. La figura, come quelle dei due “Studi” precedenti, è inserita in cerchi frecciati, che forse serviranno al pittore – ma non ci si dovrebbe credere troppo – per definirne i movimenti muscolari al momento della stesura definitiva del soggetto.

Sintonie, 3: Gabriele Cremonini


Confesso di essere un lettore accanito ma non sistematico, che difficilmente arriva alla fine di un libro (non me ne vanto, anzi, ne parlo come di un mio limite): nel caso di “Sputasangue”, di Gabriele Cremonini (Pendragon, 2007), mi sono lasciato conquistare dall’impianto del romanzo e guidare da un uso sapiente della suspense fino alle ultime parole.

Ho trovato ammirevole la struttura del romanzo, il gioco tra passato e trapassato, i rimandi discreti tra i due piani narrativi (i tre, nel finale a sorpresa). Mi sono goduto la costruzione attenta, scrupolosa, dei personaggi e degli ambienti, compiuta soprattutto attraverso la ricerca linguistica, e in particolare la vividezza e la precisione di un lessico che dà il sapore di un’epoca (di due, anzi) ricrea gli ambienti rurali, il lavoro e la vita della campagna, i rumori e i suoni dei boschi.

Quella di Cremonini è una narrazione verista intrisa di inquietudine novecentesca; in essa ho trovato una certa sintonia (appunto) con il mio modo di intendere la narrazione – nel gioco dei piani temporali, nel taglio delle scene, nell’attenzione paziente per gli aspetti formali, nello sguardo sui personaggi, ma anche nel desiderio di andare oltre la contemporaneità un po’ facile, l’autobiografismo voluto o meno.

Un po' di rassegna stampa: da "Rumore"

"La densità di Morandini quasi spaventa. Non tanto per il nitore con il quale evoca mostri e pulsioni, quanto per la maturità espressiva così lontana da qualsivoglia cessione al gusto corrente. Le larve è un “astratto furore” che si scava la propria tana sotto la pelle del lettore. Un teatro pulsionale che monta come una feroce marea. Nella cornice di un’ambientazione neorealistica, Morandini sembra lavorare ai fianchi di maestri come Landolfi e Calvino. Del primo rievoca lo sgretolarsi delle periferie del reale, del secondo aspira al controllo razionale della materia sotto forma di fiaba. Le larve inquieta. E inquieta soprattutto Morandini, la cui voce si va delineando con una forza esponenziale davvero insolita per il panorama delle lettere di casa nostra".
(dalla recensione di Giona A. Nazzaro, apparsa nella rubrica “Letture” del numero 202 del novembre 2008 di “Rumore”)