giovedì 25 dicembre 2008

Da "Folco" (versione più recente)

Tommaso sa già che suo padre si trova nel laboratorio, dove trascorre gran parte della giornata. Quando viene ad aprire la porta, il vecchio saluta il figlio con l’occhio acquoso di chi alla sola vista di un altro essere umano è costretto a reprimere uno sbadiglio automatico, e gli volta subito le spalle per tornare in quella che una volta era la lavanderia. Mentre Tommaso lo segue lungo il corridoio, sente sempre più forte l’odore del legno. Giunto al suo tavolo di lavoro, il padre si siede e ricomincia a intagliare. Sotto il tavolo si sono accumulati trucioli arricciati, pezzi di corteccia, polvere e scaglie di resina secca. Lui ci mette dentro i piedi come su un cuscino, curva ancora di più la schiena, e senza dire una parola mostra le sue ultime opere.
«Belli» si limita a dire Tommaso, «stai diventando sempre più bravo».
Al che, immancabilmente, l’altro gliene regala una. Qualche volta, quando si sente di buon umore, due. In questi mesi di vedovanza si è fatto davvero più abile. Riesce a sbozzare quei suoi omuncoli caroteschi in un’ora, da un tronchetto di pino o di leccio, e impiega un’altra ora a lavorar di lima, di bulino e di cartavetro, per le rifiniture. Una volta che si sentiva loquace, ha confessato al figlio di essere in grado di farne anche sette o otto in una giornata. Tutti uguali. Il laboratorio ne è già pieno. Le case dei parenti e degli amici che passano a trovarlo non ancora, ma è questione di pochi mesi.
A casa di Tommaso, ad esempio, ce n’è già una ventina. Sono nascosti nella veranda, in un mobiletto di metallo sotto la finestra, perché Adele, che pure vuole un gran bene al suocero, non non ne regge la vista. Li trova angoscianti. «Sembra uno di quei bambolotti per riti magici» gli ha detto quando ha visto il primo. «Che ne dici di portare papà da uno psichiatra?»
Non sono certo capolavori quei tuberi allungati con due braccia, due gambe e un bitorzolo per testa, e Tommaso stesso li trova inquietanti, soprattutto ora che si moltiplicano. Ma non se la sente, per il momento, di dire di no a suo padre. Preferisce prendersi gli omuncoli e tenerli in veranda, piuttosto che gettarli nella spazzatura tornando a casa.

"Le pietre", 14

Quel pomeriggio, Agnese esigette, con una fermezza un po’ tremula e piuttosto insolita, di dare lezioni in sala; il marito dal canto suo non ebbe il coraggio di rifiutarsi, e portò i suoi libri in cucina. Era scornato e dubbioso, il professore, e spaventato; la moglie lo accusava neanche tanto tacitamente d’essere l’autore di tutto quello scompiglio, e di divertirsi insomma, per motivi oscuri, a gettar sassi e sabbia sul pavimento della sala. Ettore sapeva bene di non spargere sassi – lo sapeva, perché non era e non si sentiva pazzo: e sulla sua coscienza gravava il pensiero sempre più doloroso e ormai atroce di chi mai mettesse le pietre, dal momento che non era lui. Come questo non bastasse, egli si arrovellava anche nel dubbio se convincere la moglie della propria innocenza o lasciarla macerare nelle sue convinzioni: giacché erano meno allarmanti queste della certezza dell’innocenza di Ettore, e della conseguente colpevolezza di un altro.
Un altro! Un individuo senza volto, aleatorio come una fantasima, si aggirava non visto e soltanto supposto nella loro casa, disponeva sassi raccolti dal fiume e si defilava. Era un pensiero di intollerabile terribilità. L’appartamento infestato da una fantasima? L’anima in tormento di un morto tra i muri dell’appartamento, o dentro i muri, gelida larva dall’orrendo sorriso cigolante, le lunghe dita protese nella notte a vellicare i piedi dei dormienti, e di chi fintamente dorme… No, no. Meglio lasciar credere ad Agnese che fosse lui, ormai sulla via della demenza senile, dedito a bizzarrie innocue entro le pareti di casa, ma ancora marito affettuoso, colmo ancora d’amore sincero – meglio darle qualche piccola angoscia così, che seppellirla sotto la spaventosa evidenza della presenza di un altro. Speriamo che non succeda mai più, pensava Saponara, speriamo che di là non salti fuori mai più un granello di sabbia. “Non voglio più vederla piangere a quel modo. Oggi a scuola tutti ci osservavano con certe facce… Se fa così pensando che sia io il burlone, figurarsi se scoprisse che…” continuava a pensare Ettore.
Vennero gli allievi; e Agnese si chiuse in sala con il suo. Davano entrambi le spalle al punto in cui erano comparse le pietre, e sedevano al tavolo rivolti alla finestra serrata. Fuori, il tempo andava guastandosi, e le lunghe ombre lumacose delle nuvole attraversavano la piana, seguendo come un gregge stolido il vento; le montagne erano già cupe, e l’aria risuonava di quel rimbombo remoto che precede talvolta lo scatenarsi di un acquazzone.
Il ragazzino a cui Agnese doveva impartire lezione tirò fuori dalla tasca del giubbotto un Inferno stropicciato, arrotolato e piegato in quattro come l’incarto di un salumaio, e lo lasciò cadere sul tavolo come un sasso. Come un sasso! Agnese si voltò repentina, perché aveva sentito toccare la porta e si aspettava da un momento all’altro di veder entrare di soppiatto il marito, con una pietra levigata in mano. Ma non c’era il marito, e non c’era sasso.

sabato 20 dicembre 2008

Intervista su www.lettera.com, 3

(Ci risiamo con l'intervista a cura di Fabiana Piersanti apparsa su
http://www.lettera.com/articolo.do?id=14854. Ma, vedete, ci tengo davvero molto).
Da un punto di vista linguistico si può notare, nei tuoi scritti, un uso quasi manieristico del linguaggio e delle sue regole; un lessico ricercato, una sintassi estremamente ordinata e cesellata – ordine, questo, che spesso entra in contrasto con lo scompiglio emotivo dei tuoi personaggi. Perché investi così tanto sulla lingua?

Io spero che il mio stile non suoni già come una maniera al secondo libro: è vero, la ricchezza lessicale nasconde in realtà tic linguistici, ossessioni, ricorrenze, e una specie di desiderio di ordine costringe le frasi a riempirsi di legami logici. Ma quest’ordine spesso si incrina (tutti quei trattini), il ritmo si spezza. È la lingua che rivela un modo di percepire il mondo – dei miei personaggi, e anche mio, direi. È il tentativo (frustrato, ma eccitante, e necessario) di dominare il caos.
Paradossalmente lo scompiglio emotivo ha bisogno di ordine per essere reso nella sua complessità, nella sua profondità. Una lingua che si limiti a riprodurre il marasma emotivo ne enuncia solo l’aspetto dinamico, ne esibisce la confusione: rischia di non andare tanto più in là di: Ehi, guardate quanto sono confuso!
So che cosa non vorrei essere: forzato, goffo, approssimativo (vago sì, invece, all’occorrenza, ma è diverso). I veri manieristi oggi sono chi scrive come se traducesse, che so, Lansdale o Ellroy, e chi applica le strategie espressive della scuola di scrittura alla moda che ha frequentato – lo dico senza malignità, bada.

Da "Cosimo nel terzo livello": cap. 11

Quando Samantha se ne va, senza salutare e con l'aria di chi si sente imbrogliato ma non può dimostrarlo, cerco di concentrami sul testo del messaggio. Per fortuna, prima di venir via da Carla, ho sentito il bisogno di farmi una seconda doccia, e per fortuna ho assecondato questo bisogno: l'odore di amplesso, invece di andarsene con il tempo, tende a diventare più concentrato, più spiccato. Non capita a Carla, che passa buona parte della sua giornata a lavarsi e a strofinarsi con salviette, e dopo un’oretta di sesso lascia un retrogusto molto discreto, quasi volatile, che potrebbe confondersi con l'odore di una leggera patina di sudore dopo mezz'ora di esposizione al sole. Samantha, invece, i cui ormoni sono ancora in piena burrasca, e che non ama lavarsi molto, perché lo considera un noioso ostacolo a tutto ciò che potrebbe combinare o che le potrebbe accadere in quel tempo perduto, ti consegna un sapore decisamente più forte, appiccicaticcio, che trascolora dall'uovo spanto nel lavandino e mai sciacquato via al muschio polveroso da presepe che ha visto natali migliori. Non avrei mai potuto permettermi di tradire Carla con Samantha, per dire. Fortunatamente è avvenuto il contrario, e forse Samantha, anche se non è del tutto convinta, almeno non ha sufficienti prove per incastrarmi. Ma è meglio se mi concentro sul messaggio.

"Le pietre", 13

«Sei andato in sala?»
«Sì, è tutto a posto».
«C’era un altro sasso?»
«Non c’era, ti dico».
«Vorrei crederti…»
«Ho guardato bene. E perché dovrebbe esserci un altro sasso, Agnese? È tutto chiuso, e in casa non c’è nessuno, tranne noi».
«Ettore…»
«Perché non provi a dormire?»
«Dovrei andare in bagno…»
«E perché non ci vai? Hai paura?»
«Un po’, sì».
Ettore la accompagnò in bagno, prendendola a braccetto. La trovò calda e morbida, e gli parve quasi bella.
E venne la mattina. All’uno e all’altra dolevano le ossa, per gli indugi della notte fuori del letto, e gravava sulle tempie un dolorino pulsante. «Ho mal di gola, anche» aggiunse Agnese. «E io un po’ di nausea» fece Ettore palpandosi il ventre.
Trovarono un’altra pietra, in sala, del tutto uguale alla prima, levigata, leggera e grossa poso più del pugno di un bambino. Il professor Ettore la portò in cucina, tentò di spaccarla in due senza riuscirci, e si rassegnò a riporla nel cassetto assieme alla prima.
«Andiamo a scuola, Agnese, è tardi» disse alla moglie, che seduta su una poltrona si stropicciava gli occhi e aveva una gran voglia di piangere. «È solo un sasso, andiamo a scuola».
Agnese lo fissò con quegli occhi lucidi di miope. «Perché non la smetti, Ettore?» gli disse, cercando di sorridere. «Siamo vecchi tutti e due, a te manca un anno e poi ti costringeranno ad andare in pensione, e neanche per me ci vorrà molto. Siamo vecchi, Ettore. Potremmo vivere tranquilli, senza avvelenarci la vita».
«Che cosa intendi dire, cara?»
«Che stanotte tu sei entrato in sala. Tu solo, Ettore. Solo tu».
«Ma ti giuro che il sasso non l’ho messo io!»
«Perché fai così? Siamo vecchi, non è più tempo di burle. Se mi vuoi bene, non farlo più».
Andarono a scuola, ma non come tutti gli altri giorni. Il professor Saponara, cosa affatto insolita, aveva dimenticato a casa gli occhiali, e brancolava come un cieco per i corridoi dell’istituto: entrò addirittura in una classe non sua, e, incredibile a dirsi, ebbe un alterco con un collega a proposito della differenza tra piccioni, colombi e tortore. La professoressa Agnese, dal canto suo, persa l’imperturbabilità che aveva sempre tenuto di fronte agli spropositi delle scolaresche, si abbandonò a una decina di pianti in cinque ore, coprendosi il volto come una fanciulletta. Nella sala degli insegnanti, durante l’intervallo Ettore giunse al punto di prendere per mano la moglie, e di consolarla di cose che solo loro due sapevano, mentre lei faceva no no con il capo, teneramente.

giovedì 18 dicembre 2008

Intervista su Lettera.com, 2

(Cito ancora dalla bella intervista che Fabiana Piersanti mi ha fatto per la rivista online
I tuoi romanzi delineano panorami letterari impregnati di atmosfere gotiche e di mistero; Nora e le ombre è stato definito una ghost story, addirittura. Le larve è stato invece volutamente presentato come una contaminatio di generi, quasi a voler ribadire la tua propensione a giocarci e a non lasciartene invischiare. Credi che i generi letterari siano un limite alla creatività?
Alla base di quei riferimenti ai generi c'era un vezzo, ora posso dirlo: la speranza è sempre quella che il lettore accorto dica: ma non è una ghost story (non è solo una ghost story), non è un semplice gioco sui generi! La speranza (ecco un tic linguistico inaspettato di questa intervista) è che a quel lettore il risultato finale suoni come qualcosa di più della semplice somma degli ingredienti: il valore aggiunto potrebbe scaturire dall'attrito tra due generi, o stili, come in Nora.
Il romanzo non può fare a meno di ammiccare ai generi, o ai sottogeneri, che fanno parte della sua storia e della sua natura di organismo ibrido, adattabile, che può diventare tutto e il suo contrario; ma non credo che obbedire alle convenzioni di un genere possa garantire la riuscita di un buon romanzo. Dal mio punto di vista, i generi sono riferimenti importanti soprattutto se scrivendo li si può buttare all'aria per vedere che succede.
Penso al romanzo come a una sorta di mondo della libertà: se è vero che possiamo ricondurre tutte le storie possibili a un numero ristrettissimo di situazioni base, godiamo della libertà di raccontarle in un'infinità di modi diversi, ricombinandole e traducendole come ci pare. A ragionare solo in ossequio ai generi, in fondo, si prendono per leggi quelle che sono solo convenzioni.

mercoledì 17 dicembre 2008

Intervista su lettera.com

(Pilucco dalla lunga, incalzante e densa intervista che Fabiana Piersanti mi ha fatto per http://www.lettera.com/articolo.do?id=14855 e che compare da oggi su
http://www.lettera.com/articolo.do?id=14855).



I personaggi di estrazione sociale più semplice o comunque quelli più fragili cadono quasi subito vittime delle proprie passioni. Sembra tu ti diverta, invece, a smascherare le nefandezze di quelli dotati di un intelletto un poco più fine e che, per questo, rimangono in bilico tra gli istinti più intestini e il disperato bisogno di dominarli. E' il tuo modo di dimostrare pietà verso i primi?
Le reazioni emotive dei lettori, spesso intense, mi hanno costretto a riflettere a posteriori sui miei sentimenti nei confronti dei miei personaggi. E' vero, descrivo uomini combattuti tra la forza di passioni e pulsioni e il bisogno di dominarle, e uomini che nel tentativo di spiegarsele costruiscono a propria giustificazione complessi alibi che suonano come menzogne colossali. E' quello che fa il narrante de Le larve, con una certa capacità retorica; è anche quello che altri personaggi maschili fanno in Nora, con insopportabile goffaggine. La fragilità di fronte alle proprie pulsioni è un tema potente: permette di far sentire la voce primitiva che ci parla dentro, i principi del soddisfacimento del piacere, del desiderio, della prevaricazione, ma anche l'affezione, la dipendenza. Passiamo la vita a mediare tra questi bisogni oscuri e la necessità di un controllo sociale e culturale; se il controllo riesce, non c'è storia. Se nasce il conflitto, la storia viene da sé. So di non dire niente di nuovo, ma so che continua a funzionare. Sospetto anche che nessuno di noi sappia esercitare un perfetto controllo sul se stesso più sfuggente - il che ci rende tutti potenziali protagonisti da romanzo, oltre che reali protagonisti di romanzi vissuti davvero, per la verità un tantino tirati per le lunghe, e senza un happy end convincente. In generale, proprio per le vittime delle mie storie (le Nore, le Aldine, anche i Saveri per certi versi, o gli Isacchi...) provo una sorta di compassione, anche se intellettualmente mi sento più vicino ai loro carnefici - ma ti prego di non equivocare.

lunedì 15 dicembre 2008

Sintonie, 6: Luca Dipierro


Luca Dipierro è un artista curioso. Nei suoi video sugli scrittori e i musicisti scruta i loro occhi, le dita indaffarate, li sorprende ciabattare per casa alla ricerca della parola o della nota o del colore giusto, o perdersi dietro a quotidianità inevitabili. Sbircia sul loro tavolo da lavoro, tra i libri delle loro biblioteche; si sporca con loro di inchiostro, di vernice; spesso guarda dalle loro finestre squarci di paesaggio rubano. Cerca, nei loro sguardi, nel loro affaccendarsi, o nei loro momenti di inerzia, i sintomi di uno stile, le tracce di una poetica, i sentori anche di una possibile affinità. Con la propria poetica, innanzitutto: che è fatta di lavoro paziente, di senso alto dell’artigianalità, e di curiosità appunto.
Nelle opere grafiche e nei video animati, Luca mescola un gusto per i tracciati approssimativi, per gli abbozzi infantili, con una minuziosità da certosino: e rivela un’inclinazione per la contaminazione dei cascami della cultura di massa con riferimenti ipercolti. Il gioco dei contrasti lo si avverte anche nei racconti. Da scrittore, si muove oscillando tra due mondi (l’Italia e gli Stati Uniti, la provincia e la grande città, ma anche il passato rivissuto dalla memoria e il presente osservato con stupore) e due lingue. Dell’italiano conserva, attraverso il ricordo di letture alte e basse, una complessità stratificata, la forza riflessiva; dell’angloamericano ha assorbito (e sta assorbendo ancora, a sentir lui) il carattere dinamico, la flessibilità, l’immediatezza, il senso dell’avventura, l’inquietudine.
In questo girovagare tra una forma espressiva e l’altra è diventato anche editore. La sua antologia “Santi – Lives of Modern Saints” nasce dal piacere di mescolare riferimenti vetusti e contaminazioni molto contemporanee; a prevalere, per effetto dei contributi letterari e musicali degli autori non solo americani, è un’idea obliqua della santità, paradossale, virgolettata, più legata all’immaginario statunitense che al secolare sedimentarsi del cattolicesimo in Italia. “Santi” è un’impresa ambiziosa, che sembrerebbe, a buttarla sul facile, avere un che di miracoloso: nella sua eterogeneità, invece di apparire scombiccherata, ha preso, anche grazie alle soluzioni grafiche e alla forza del progetto, una misteriosa coerenza.


domenica 14 dicembre 2008

Dettagli, 5





E con questi, direi che si può passare ad altro.

Dettagli, 4







Dettagli, 3








sabato 13 dicembre 2008

Dettagli, 2
















Dettagli, 1









Da "Le dita fredde"


Un giorno ho intravisto papà seduto sul bordo del letto, con un cilicio in mano.
«Dovresti indossarlo» gli diceva mia madre.
«Perché?» obiettava lui, ma senza stizza.
«Perché ti aiuta a… a concentrarti di più».
«Non mi aiuta. Pizzica, anzi».
«Appunto. È il bello».
«No, invece, mi distrae. Mettilo tu, se ci tieni tanto».
«No, caro. Sei tu il santo».
«Non lo sono! Non ancora, cioè, e non è detto che…»
«Lo sarai, ingrato, anche tuo malgrado. Sono arrivata alla fine del terzo registro di miracoli, e tu neanche un grazie!»
«Miracoli finti».
«Sst, parla piano. E che importa? Veri, finti, tutto fa. Il miracolo vero, il più grande, sta nella fede che rafforzi in quei disgraziati là fuori. Indossa il cilicio, coraggio».
«Perché Dio dovrebbe apprezzare il cilicio?»
«Perché no? Sentirà che è un gesto carino nei suoi confronti».
«Gesto carino?»
«Mettilo, e comincia a pregare, che è tardi».
«Dio…» ansima papà, scuotendo il capo. «Dov’è Dio quando mi servono i suoi miracoli? Mi fa fare la figura del deficiente sempre più spesso».
«Ti metterà alla prova. Te e la tua fede. Cose così».
«È sempre più lontano da me».
«Sei tu che lo tieni lontano, per esempio non mettendoti questo cilicio».
«Che c’è per cena, a proposito?»
«Niente. È venerdì, e tu digiuni».
Evito mamma per un soffio, quando esce nervosa dalla camera. Più tardi la sentirò spentolare in cucina, per noi due soli.


("Le dita fredde" è il racconto che ho scritto per l'antologia "Santi - Lives of Modern Saints", pubblicata a Baltimora nel 2007 dalla Black Arrow. L'imponente volume riunisce contributi di autori italiani e di lingua inglese attorno al tema delle possibili declinazioni della santità nel mondo di oggi; è un'irriverente, scettica, visionaria bibbia che vale la pena di cercare su amazon.com).

Un frammento di sit-com (pagina espunta da "Rapsodia su un solo tema")

Negli anni, Ethan ha elaborato, ispirandosi alla sua adolescenza, varie scenette da sit-com con cui deliziare gli amici. Questa, per esempio.

IO Mi volevi parlare, pa'?
PAPA' Sì, Ethan. Vieni qui, siedi accanto a me. Ehi, dico, ti stai facendo sempre più uomo! Vedi, figliolo… Permetti che io ti chiami figliolo, vero?
(Risate)
IO Be'…
PAPA' Allora, vediamo da dove cominciare… Bella giornata, eh?
(Risate)
IO Pa', sta piovendo da giorni…
(Risate)
PAPA' Dici? Perché sono sempre l'ultimo a sapere le cose?
(Risate, ancora)
IO Allora, pa', che c'è che ti turba?
PAPA' Che cosa turba me? No, un attimo. Che cosa turba te! Non rubarmi le battute!
(Risate)
IO Come? Niente, davvero.
PAPA' Sul serio?
IO Be', a pensarci bene… ecco…
PAPA' Sì, apri il tuo cuore, figliolo.
IO Ecco… è triste constatare che l'ultimo romanzo di Updike è così manierista…
PAPA' Ethan, io intendevo altre angustie, altri problemi.
IO Vediamo, allora... La svolta seriale di Stravinsky può in effetti apparire tardiva e forzata...
PAPA' Figliolo, no, non è questo che...
IO Fammi pensare. Forse quella nuova marca di corn flakes che ha comprato la mamma?
(Risate)
PAPA' No, no, idiota! A volte stento a credere che sei mio figlio!
IO Pure io…
PAPA' Lo sai che tutto il quartiere sparla alle nostre spalle, grazie al tuo disgustoso comportamento da primo della classe? Lo sai che in ufficio sono il bersaglio preferito dei lazzi dei colleghi, perché sono il padre di una mammoletta?
IO Oh, pa', se è solo per questo…
PAPA' Solo per questo? Ethan, perché sei così simile agli stupidi ragazzi di trent'anni fa?
IO vuoi dire quando eri ragazzo tu?
(Risate)
PAPA' Ehm… (Con durezza) D'ora in poi ti proibisco di andare al cinema il sabato pomeriggio.
IO Ma tutti i ragazzi vanno al cinema!
PAPA' Sì, ma non a vedere le retrospettive di Eisenstein!
(Risate)
IO Ma allora… che cosa dovrei fare?
PAPA' Il porco! Ecco cosa devi fare!
(Risate)
IO Ma è mostruoso!
PAPA' Però è umano. Viviamo in mezzo a sudici esseri umani. E allora, per favore, sii umano anche tu. Vedrai, non è male comportarsi da umani.
IO Pa', ascolta, i miei attuali interessi…
PAPA' Me ne fotto dei tuoi attuali interessi! Sputa per terra, quando sei in giro, di' le parolacce quando ti arrabbi, fa' gesti osceni quando incontri una bella donna per strada, rispondi male ai tuoi insegnanti, tocca il culo alle compagne di corso, fa' a pugni con chi ti capita, sta' fuori tutta la notte a suonare campanelli, ubriacati, figlio mio, sii umano!
(Risate)
IO Pa', ma io voglio bene a te e alla mamma.
PAPA' E invece no! Odiaci, insultaci! Non vedi come i tuoi coetanei trattano i loro vecchi? Dacci dentro, figliolo.
IO Non so, devo pensarci…
PAPA' Se non per me, fallo almeno per tua madre. Sapessi quanto soffre…
(Risate, applausi)

In realtà, non è mai andata così. Ethan, senza esagerare, voleva bene ai suoi; suo padre non era così idiota come in queste scenette da sit-com, necessariamente stupide. Per esempio, la sua reazione all'annuncio dell'omosessualità del figlio è stata garbata e composta, almeno in pubblico.

"Le pietre", 12

Non voleva alzarsi dal letto, il professor Saponara, e ciabattare sino in cucina, e non per pigrizia, o non solo, ma perché con tutti quei rumori e quei pensieri gli era cresciuta nell’animo una certa sottile paura. Sorrise di sé, al buio, sentendo che la paura gli scavava nel petto, lì nel plesso solare, un cantuccio per adagiarvisi. “Come da bambino” pensò sorridendo, “questa è proprio bella, proprio da ridere, se lo sapesse Agnese!”
Lo stomaco di Ettore di manifestò per la terza volta con un fuoco incrociato di borborigmi, con una tempesta tropicale: la moglie protestò di nuovo, e finalmente lui si decise a sedersi sul letto, a cercare coi piedi le ciabatte: poi si alzò, e illuminandosi il cammino con una pila tascabile che teneva sempre sul comodino, passo dopo passo s’infilò nel corridoio e sbucò in cucina. Qui accese la lampadina, e per prima cosa guardò in una cassetto della credenza, quello in centro, che era rimasto vuoto da anni e che dal pomeriggio ospitava la pietra levigata. Chissà che cosa s’immaginava di trovarci, il professor Saponara: forse non uno, ma dieci sassi, forse quel sasso con tanti sassolini attorno come una figliata di porcellini attorno alla scrofa. Ma la pietra, sola e sempre uguale, era lì, morta per così dire, supremamente indifferente. Saponara richiuse il cassetto, pian piano, per non far sentire alla moglie che lo aveva toccato, e andò a curiosare nel frigorifero: ne trasse un barattolo di marmellata, e nella marmellata gelida intinse un paio di grissini. Bevve un mezzo bicchiere di latte anch’esso gelido, e intanto sentiva dentro di sé crescere la tentazione di curiosare in sala, e il timore di scoprirci montane intere di sassi, come se tutte le draghe del fiume avessero scaricato lì dentro i loro tesori.
Andò di là, più lento che poté, dopo aver messo via barattolo e pacco dei grissini, aver caricato l’orologio da parete che non n aveva bisogno, ed essersi letto un mezzo articolo di cronaca sulla pagina di giornale che aveva incartato i sedani, accanto al lavandino. Andò di là, e accese la luce della sala chiudendo allo stesso tempo gli occhi: quando gli riaprì, diede un’occhiata vaga un po’ attorno, e non osava fissare lo sguardo nel mezzo del pavimento. Ma dovette farlo, e finalmente vide… che non c’era nulla. Si avvicinò: neanche un grano di sabbia. Pulito come sua moglie l’aveva lasciato. Tornò deluso, e sorpreso di essere deluso, in camera. La moglie lo attendeva seduta sul letto, con gli occhi sbarrati. Aveva l’aria di aspettarsi chissà quali sorprese.
«Allora?» chiese al marito.
«Allora, ho mangiato qualcosina».
«Hai guardato nel cassetto?»
«No».
«Ti ho sentito, Ettore. Lo hai aperto».
«Sì, l’ho aperto, ho guardato dentro, e non ci ho trovato nulla di strano».
«C’era il sasso?»
«C’era, c’era».
La signora Agnese lanciò due o tre dei suoi sospiri. Ettore spense la pila e si appallottolò sotto le coperte come un feto. Faceva freddo. E molti rumori erano cessati.

martedì 9 dicembre 2008

Da "Rapsodia su un solo tema": pagine espunte

(Il protagonista inserisce a piè di pagina questa nota, poi eliminata, nel corso di una conversazione telefonica con Carl. Su chi sia il protagonista, e chi sia Carl, non vorrei per ora essere più preciso).
Mi viene in mente un episodio curioso della mia prima giovinezza. Ero ospite in un college, a seguire un corso di perfezionamento sulla stocastica di Xenakis, e dormivo in una camera con altri tre ragazzi provenienti dal nord e dal Canada. Una notte, dalla camera accanto alla nostra, in cui sapevamo che alloggiavano quattro uomini giganteschi, musicisti anch’essi ma più simili a lottatori di wrestling, sentimmo provenire urla, ansiti, pianti e altri suoni vocali terribili. Spaventati, ci chiudemmo a chiave e per ore non riuscimmo ad addormentarci, mentre di là sembrava che quattro giganti si stuprassero a turno e con supremo dolore. Nessuno di noi voleva rischiare di essere coinvolto in quella cosa, nemmeno io, che all’epoca già avevo le idee chiare sulla mia natura, ma non propendevo certo per le pratiche estreme. Il giorno dopo, nella sala delle colazioni, guardammo da lontano con sospetto, paura e disgusto a quei quattro, che invece sembravano del tutto a loro agio, e scherzavano come vecchi amici. La notte successiva, altre urla, grida strozzate, pianti, gorgoglii, schiaffi e rumori spaventosi. La mattina, a colazione, tutti sereni e tranquilli, come vecchi amici. Nel pomeriggio ci riunimmo, noi quattro della camera a fianco, per decidere se denunciare gli stupri alle autorità scolastiche. Stabilimmo che lo avremmo fatto l’indomani, se la cosa si fosse ripetuta anche per la terza notte consecutiva.
Quella sera, l’ultima dello stage, era previsto un saggio finale, un concerto in cui si sarebbero esibiti tutti i gruppi che avevano lavorato nei seminari e nei laboratori. Io avevo preparato un garbato lavoretto in perfetto stile stocastico, per quartetto d’archi e pianoforte, e mi accingevo ad affrontare la parte del piano. Eseguiamo con diligenza il pezzo, riceviamo gli applausi cortesi del pubblico costituito in realtà dai soli corsisti, e torniamo ai nostri posti, ad applaudire a nostra volta. A quel punto salgono sul palco i quattro stupratori della camera accanto, senza strumenti ma con degli spartiti in mano. Prendono posto, si guardano, sorridono. Sono enormi, e anche, si direbbe, emozionati come bambini a una recita scolastica – noto con un certo disgusto. Poi attaccano: e quello che cantano – che emettono, per meglio dire – è quello che abbiamo sentito urlare e sbuffare per due notti di seguito. Ci sbirciamo con vergogna: erano delle prove, non delle sedute di violenza carnale a quattro. Il pezzo comunque era un obbrobrio, e non perché mi ricordasse il mio fraintendimento delle notti precedenti: si trattava davvero di una provocazione senza capo né coda, che con la stocastica aveva ben poco a che fare, e che abbiamo applaudito solo per dare sfogo al sollievo.

lunedì 8 dicembre 2008

"Le pietre", 11

«Che qualcuno abbia le chiavi di casa nostra?» chiese, tra sé più che al marito, Agnese.
«E chi vuoi che tenga le nostre chiavi?»
«Qualcuno avrebbe potuto sottrarci le chiavi, a me o a te, per un poco, farsi fare dei duplicati, e…»
«Ma cosa dici, Agnese. È tardi. Sei stanca. Dormiamo».
Si distesero, ma non dormirono. Tesero anzi l’orecchio per sentire rumori, e ne sentirono in effetti, rumori d’ogni sorta, tonfi, scrosci, passi, voci. Ma certo potevano essere attribuiti tutti ai vicino di appartamento, perché quella era una bella nottata, ed è piacevole indugiare alzati fino a tarda ora quando fa caldo, e dedicarsi a lavoretti casalinghi. E quegli spari, e quegli urli strazianti e improvvisi? Di sicuro provenivano da un apparecchio televisivo. Una sirena d’ambulanza, remota, poi vicina, e infine scomparsa… La voce incerta d’un uccelletto notturno… Il lamento di un bambino! No, è un gatto in amore. Il rubinetto che goccia. Il vento che s’alza e fa cigolare le porte. Come sono rumorose le notti, pensava Ettore Saponara, immobile sotto le coperte. Se ci si bada, quanti suoni, che pure di giorno ci sembrano familiari, si caricano di notte di echi misteriosi. Questo è un cane che abbaia, questo un camion che corre lungo la statale, questo… «Questo è il mio stomaco» pensò Saponara, sorridendo, mentre un interminabile borbottio gli attraversava le viscere, facendosi ora acuto ora paurosamente grave.
«Ettore, cos’è stato?» sussurrò Agnese.
«Sono stato io. Lo stomaco».
«Ah».
«Non dormi ancora?»
«Che ore sono, Ettore?»
«È tardissimo, non te lo immagini nemmeno quanto è tardi. Dormi».
«Buonanotte».
Tornò il silenzio di poco prima, nutrito di altri fragori lontani. Ettore si ricordò di quando era fanciullo, e a quei rumori dava forme orrende, fluttuanti nel buio della cameretta, e per non scorgere quei lemuri e non farsi scorgere si copriva del tutto con le coltri, e restava immobile, senza respirare, mentre gli cresceva in petto il rimbombo del cuore. Sarà capitato a tutti, da bambini, pensava. Gli rispose ancora lo stomaco, con un nuovo, più estenuato lamento, che finì in un intercalare di bombiti.
«Ettore, ti prego!»
«Ma è lo stomaco, Agnese. Cosa credi?»
«Niente, ma mi inquieta. Hai fame?»
«Forse un po’ di fame, sì».
«Vuoi andare in cucina, mangiare qualcosina?»
«No, non è il caso. Dormi, Agnese, buonanotte».

domenica 7 dicembre 2008

Un pagina da "I sentieri di Seth"

per leggere i capitoli che amici scrittori hanno aggiunto al progetto "I sentieri di Seth" dei Kaizen, sviluppandone le suggestioni e le ossessioni . E su
per sapere in particolare come inizia e finisce questo mio piccolo contributo, intitolato "New York, 1969".
*** *** ***
«Com’è vivere accanto a un’artista d’avanguardia?» mi chiede la giornalista di Harper’s Bazar.
«Impegnativo» rispondo, come altre volte.
«Siete sposati?»
No, rispondo. Viviamo insieme da più di tre anni. Sì, le voglio bene. Sì, sono il suo agente.
«Sei tu dunque che la costringi a ferirsi in pubblico? Sei tu che la spingi a farlo?»
«No, no» dico subito. «Io piuttosto cerco di dissuaderla. La ricerca sul corpo è ricca di sviluppi affascinanti, ma ritengo che la si possa praticare anche in forme più, ehm, gentili».
«Capisco. Tu però le cerchi le gallerie, curi i contatti, le relazioni».
Sì, annuisco. Lo faccio da quando Patricia dipingeva su tela, cinque anni fa. L’ho conosciuta allora, dico alla giornalista. Non immaginavo che avrebbe cominciato a usare il proprio sangue, e la saliva, il sebo, le secrezioni vaginali, al posto dei colori ad olio, e che un po’ alla volta avrebbe sostituito alle tele la superficie della propria pelle.
«È la ricerca di una nuova estetica» preciso, «fondata sulla messa in discussione di tutte le convenzioni estetiche precedenti».
«Ha un valore puramente distruttivo, detto così».
«Non solo» rispondo, senza esserne convinto, «non solo… Certe sue performance, mentre smantellano le certezze acquisite, si rivelano gesti di una bellezza estrema, che lascia senza fiato».
La giornalista sembra più interessata al nostro ménage. «Chi prepara colazione di voi due?»
Io, dico. Preferisco farlo io, aggiungo sorridendo.
«E le pulizie di casa?»
Ci possiamo permettere una domestica.
«Avete dei quadri figurativi, alle pareti?»
Uno, sì. Un regalo di sua madre. Patricia corre ad appenderlo in soggiorno ogni volta che la mamma passa a trovarla. «La cara signora è ancora convinta che la figlia sia una pittrice di paesaggi. Per fortuna non legge i giornali. Ma questo non scriverlo lo stesso, per favore».
«Vorreste figli?»
No, non ora, mormoro rabbrividendo.
«E di cosa si sta occupando ora Patricia?»
Racconto di Semmelweis, Klein, e delle febbri puerperali. La giornalista, con distacco, continua a prendere appunti.
«Avevo già sentito parlare di questa vecchia storia…» dice. «Forse qualcuno ci ha fatto un film».
Klein, Klein. Patricia mi ucciderà quando scoprirà che ho rivelato su cosa sta lavorando. Qualcuno potrebbe rubarle l’idea – l’ambiente della body art è un soffocante nido di gelosie, ripicche, plagi. Sì, mi ucciderà lentamente. Meglio chiedere alla giornalista di non riportare le ultime indiscrezioni.
Klein, Klein… Perché Patricia in questi ultimi giorni sembra ossessionata più da lui, dal presuntuoso primario di ostetricia, che dallo stesso Semmelweis?

sabato 6 dicembre 2008

"Le pietre", 10

«L’avrà lanciato qualcuno da fuori, attraverso la finestra» disse il professor Saponara la sera, a letto. Né lui né la moglie riuscivano a prender sonno, e se ne stavano mezzo seduti, nel buio.
«Ma la finestra l’ho lasciata chiusa, Ettore».
«Ne sei sicura?»
«Ho controllato due volte».
«La finestra della sala non si è mai chiusa bene e del tutto».
«Ti sbagli: è la finestra del cucinino che non si chiude bene».
Agnese protese la mano alla ricerca della mano di lui: la trovò quasi subito, nel buio, e la strinse. Rimasero così, respirando forte.
«Ma allora da dove viene quel sasso?»
«Se non lo sai tu, Ettore mio…»
«Perché dici così?»
«Perché mi ricordo quanto eri burlone da giovane. Mi facevi sempre scherzi, per farmi sorridere, e ci riuscivi sempre».
«Ma che dici, Agnese. Non penserai che l’ho portato in casa io il sasso».
«Io certo non sono stata».
«Ma neanch’io, cara, neanch’io! Sarò stato un buontempone da ragazzo, e non potrei negarlo a te, che mi conosci troppo bene. Ma ora, Agnese, così vecchio e stanco, come puoi pensare che…»
«Allora non sei stato tu?»
«Nossignora».
Fecero una lunga pausa, riempiendola di altri sospiri. Al ritorno da scuola avevano trovato una pietra, una bella pietra ovale, levigata, dello stesso colore della cenere, e proprio là, in quel medesimo punto della stanza in cui… Ed era una pietra leggera, come un pezzo di tufo poroso, ma non sembrava porosa. Appena entrati in casa, eran corsi in sala, sicuri di scoprire un altro mucchietto di polvere, trovandovi invece quella sorpresa. Agnese era scoppiata in uno di quei suoi pianti silenziosi, ed Ettore pian piano, tra i denti, o forse solo con il pensiero, aveva imprecato. Una pietra, proprio lì. E non una pietra qualsiasi, si badi, non un sasso informe, sudicio, ma una bella pietra ovale, di quelle che può capitare di raccogliere nel greto di un fiume, lisciata per tanti anni dalla corrente, lavorata come un monile antico dalla carezza inarrestabile delle acque.

martedì 2 dicembre 2008

Piccole meraviglie della natura, 2


Bene, la pietra è calata su quelle creaturine molli, e grava sullo spappolamento, che però non si è ancora in grado di studiare perché lo schianto ha provocato una rapida lutulenza dell’acqua. Si approfitti dunque della pausa forzata per fare un giretto nei prati, qualche capriola sull’erba, un’arrampicata sull’albero più vicino, o per dare un’occhiata allo sbocco di una tana di formicaleone o di grillotalpa – dopotutto questo genere di passatempo è vivamente consigliabile per dei dodicenni.
Si torni ora alla pozza, si sollevi con attenzione la pietra dall’acqua tornata quasi limpida, si pazienti ancora qualche minuto: nel torbidume residuo si comincerà a scorgere un viavai di girini trafelati. Si noterà, con una certa sorpresa, del tutto comprensibile se si tratta della prima esperienza di questo tipo, che l’agitarsi degli anfibi non è dovuto tanto al panico, quanto a una sorta di voracità del tutto immemore della piccola catastrofe appena vissuta. Quei girini – si noterà con un brivido – stanno attaccando i loro simili morti o feriti. Ne dilaniano gli addomi. O allargano gli squarci degli addomi già dilaniati. Ne succhiano fuori le budella, e se ne cibano. Si contendono con una certa ferocia insospettata i lacerti di interiora. Scuotono i testoni sferici, per strappare via pezzi più consistenti.
Ci si sorprenderà a notare, nell’acqua quasi limpida, che le espressioni delle vittime e quelle dei carnefici non sono diverse. Nei musi degli uni non si legge dolore – e non si intravede accanimento o ferocia, e nemmeno intenzione, tanto meno piacere, nei musi degli altri. In tutti, vittime o carnefici, mangiati e mangianti, si scorge un’indecifrabile inespressività, che solo l’agitar di code e l’enfiarsi delle bocche consente di correggere, o per converso l’inerzia dei corpi o il progressivo svuotamento degli addomi.
Il cannibalismo presso i girini è uno spettacolo difficilmente dimenticabile, che può incoraggiare riflessioni penetranti sulla precarietà dell’esistenza e sul principio della solidarietà tra esseri viventi.

lunedì 1 dicembre 2008

Piccole meraviglie della natura, 1


Si cerchi una pozza d’acqua stagnante in cui brulichino girini; la si prediliga battuta dal sole, in modo che il caldo intorpidisca le reazioni delle bestiole. Si osservino queste con attenzione, appese alle rive con le bocche a ventosa, addossate nelle rare zone d’ombra, inerti – a parte qualche isolato colpo di coda, qualche guizzo al rallentatore. Ci si protenda su quella pozza, accucciati sul bordo, si lasci allungare l’ombra della testa e delle spalle sulla superficie dell’acqua – i girini forse si rianimeranno sotto quell’inaspettato refrigerio. Ora ci si guardi attorno. Si prenda una pietra di qualche chilo – la si preferisca piatta e di compattezza geometrica. Si studi per qualche secondo l’affannarsi sonnacchioso di insetti sotto la pietra – qualche secondo, non di più, non si è lì per gli insetti. Si scuota la pietra dagli ultimi insetti rimasti abbarbicati, la si avvicini all’acqua. Con forza, la si lasci cadere là dove i girini si infittiscono, e si prema poi, col piede. Se il primo lancio è andato a vuoto, si ritenti in un altro punto, o si attenda che sia tornata la calma tra la popolazione di anfibi.