Tommaso sa già che suo padre si trova nel laboratorio, dove trascorre gran parte della giornata. Quando viene ad aprire la porta, il vecchio saluta il figlio con l’occhio acquoso di chi alla sola vista di un altro essere umano è costretto a reprimere uno sbadiglio automatico, e gli volta subito le spalle per tornare in quella che una volta era la lavanderia. Mentre Tommaso lo segue lungo il corridoio, sente sempre più forte l’odore del legno. Giunto al suo tavolo di lavoro, il padre si siede e ricomincia a intagliare. Sotto il tavolo si sono accumulati trucioli arricciati, pezzi di corteccia, polvere e scaglie di resina secca. Lui ci mette dentro i piedi come su un cuscino, curva ancora di più la schiena, e senza dire una parola mostra le sue ultime opere.
«Belli» si limita a dire Tommaso, «stai diventando sempre più bravo».
Al che, immancabilmente, l’altro gliene regala una. Qualche volta, quando si sente di buon umore, due. In questi mesi di vedovanza si è fatto davvero più abile. Riesce a sbozzare quei suoi omuncoli caroteschi in un’ora, da un tronchetto di pino o di leccio, e impiega un’altra ora a lavorar di lima, di bulino e di cartavetro, per le rifiniture. Una volta che si sentiva loquace, ha confessato al figlio di essere in grado di farne anche sette o otto in una giornata. Tutti uguali. Il laboratorio ne è già pieno. Le case dei parenti e degli amici che passano a trovarlo non ancora, ma è questione di pochi mesi.
A casa di Tommaso, ad esempio, ce n’è già una ventina. Sono nascosti nella veranda, in un mobiletto di metallo sotto la finestra, perché Adele, che pure vuole un gran bene al suocero, non non ne regge la vista. Li trova angoscianti. «Sembra uno di quei bambolotti per riti magici» gli ha detto quando ha visto il primo. «Che ne dici di portare papà da uno psichiatra?»
Non sono certo capolavori quei tuberi allungati con due braccia, due gambe e un bitorzolo per testa, e Tommaso stesso li trova inquietanti, soprattutto ora che si moltiplicano. Ma non se la sente, per il momento, di dire di no a suo padre. Preferisce prendersi gli omuncoli e tenerli in veranda, piuttosto che gettarli nella spazzatura tornando a casa.
«Belli» si limita a dire Tommaso, «stai diventando sempre più bravo».
Al che, immancabilmente, l’altro gliene regala una. Qualche volta, quando si sente di buon umore, due. In questi mesi di vedovanza si è fatto davvero più abile. Riesce a sbozzare quei suoi omuncoli caroteschi in un’ora, da un tronchetto di pino o di leccio, e impiega un’altra ora a lavorar di lima, di bulino e di cartavetro, per le rifiniture. Una volta che si sentiva loquace, ha confessato al figlio di essere in grado di farne anche sette o otto in una giornata. Tutti uguali. Il laboratorio ne è già pieno. Le case dei parenti e degli amici che passano a trovarlo non ancora, ma è questione di pochi mesi.
A casa di Tommaso, ad esempio, ce n’è già una ventina. Sono nascosti nella veranda, in un mobiletto di metallo sotto la finestra, perché Adele, che pure vuole un gran bene al suocero, non non ne regge la vista. Li trova angoscianti. «Sembra uno di quei bambolotti per riti magici» gli ha detto quando ha visto il primo. «Che ne dici di portare papà da uno psichiatra?»
Non sono certo capolavori quei tuberi allungati con due braccia, due gambe e un bitorzolo per testa, e Tommaso stesso li trova inquietanti, soprattutto ora che si moltiplicano. Ma non se la sente, per il momento, di dire di no a suo padre. Preferisce prendersi gli omuncoli e tenerli in veranda, piuttosto che gettarli nella spazzatura tornando a casa.
























