
Morelli, con il “Vademecum”, ha firmato un manuale per vagabondi, ispirato a un’amabile (stavo per scrivere “francescana”) misantropia. Come certa letteratura didascalica classica, il libro gioca a non rendere troppo esplicito il suo vero obiettivo: il doppio repertorio di voci in ordine alfabetico non tratta solo di montagna, ma di conoscenza, e di ricerca attraverso la perdita (programmata, non programmata, non importa) di sé. Conoscere significa abbandonare le consuete coordinate spaziali e temporali, smarrirsi in un mondo vasto e sempre brulicante, affollatissimo, dialogare con animali e alberi, percorrere sentieri con il preciso intento di “non” seguire mappe e indicazioni.
L’ironia, nei confronti di alpinisti superaccessoriati, escursionisti cittadini sovreccitati o sbuffanti in montagna, fotografi e videoamatori, è quasi sempre oniricamente delicata – ma si percepisce in più punti che l’autore si è imposto di non sbottare, di non essere aggressivo, tanto più che la montagna sa regolare i conti da sé. In sostanza, l’umorismo del “Vademecum” è quello della natura, quello praticato con gusto dagli animali e perfino da certi vegetali: l’uomo, intendo quello più civilizzato, ha perso da un pezzo il senso dell’umorismo che permea l’universo, non lo sente nemmeno più, nemmeno si accorge di esserne vittima.
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