
Sentivo il bisogno di alcune cose, dopo la stesura di “Rapsodia su un solo tema”: una voglia libera di avventura in tempi e luoghi non definiti e non definibili, che non imponessero un vero e proprio lavoro di documentazione e in un certo senso si giustificassero da se stessi; un desiderio di fare a meno di psicologismi, anzi proprio di caratteri. In generale, “A gran giornate” è nato proprio così, da un impulso di libertà, di curiosità anche. Non avevo una direzione da seguire, né tanto meno dei personaggi da veder crescere, né tantomeno una scaletta da rispettare (quella non ce l’ho più da un pezzo). Avevo delle figure, pallide figure di adulti smarriti, che negli episodi che andavo scrivendo ho cominciato per pura comodità a chiamare X, Y, o con altri segni, senza preoccuparmi di chi fosse X o Y (ci sarebbe stato il tempo di affibbiare loro dei nomi veri). Li volevo cacciare in avventure improbabili, spinti da un impulso che rimanesse implicito, o in fuga da qualcosa, o alla ricerca di qualcos’altro.
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