Quello descritto dalla giovanissima scrittrice spagnola Jenn Díaz nel
romanzo d’esordio “Belfondo” (appena pubblicato in Italia dalle Edizioni La
Linea di Bologna nella traduzione di Alessandro Drenaggi) è un mondo
stilizzato ma non edulcorato. La geografia narrativa si concentra su un paese,
Belfondo appunto, costruito dal nulla per volere di un “padrone” che vi fa abitare i suoi
lavoratori e le loro famiglie: un mondo chiuso che sembra aver dimenticato ciò che avviene fuori dai suoi confini, eppure vivo e irrequieto. Il padrone, un tiranno paternalistico e un po’
melenso, distribuisce i ruoli tra gli abitanti, nel tentativo di avere tutto
sotto controllo, anche le vite degli uomini: è lui che nomina il postino, il
maestro che insegni a leggere e a scrivere a tutti, il parroco. È lui a voler
fare di Belfondo un microcosmo autosufficiente, in cui non si possa nemmeno
avvertire il desiderio di sapere come sia la vita all’esterno. Manovra,
promuove, presiede, persuade, ma non si accorge che gli abitanti del suo paese,
i lavoratori della sua fabbrica, covano insoddisfazione e pensieri di fuga e
sono animati da un confuso desiderio di conoscenza. È un tiranno
contraddittorio, che vuole dare a tutti un’istruzione di base ma allo stesso
tempo fa lavorare clandestinamente i bambini in fabbrica.
La prima ribellione, in questo paese dominato dall’ansia di
controllo del padrone e attraversato da fitte di sofferenza, nasce dal potere della parola e dell’immaginazione:
tutti gli abitanti si nutrono di parole e di racconti, molti sono dotati di una
grande capacità affabulatoria – come Beremunda, la prostituta del paese, che
ogni tanto esce dal paese e vede altra gente e altre realtà, parla di quello
che ha visto, animando così l’immaginazione dei suoi ascoltatori. Altri
personaggi, soprattutto i bambini o gli adulti che hanno conservato lo stupore
e la forza immaginativa dei bambini, danno libero sfogo ai loro sogni, lasciano
che i loro pensieri animino una realtà parallela che incarna il loro desiderio
di fuga. C’è anche qualche anziano che ricorda, ricorda vagamente come fosse la
loro vita prima della fondazione di Belfondo, prima del trasferimento e la
cancellazione del passato attraverso la creazione di questa versione rurale e
posticcia del migliore dei mondi possibili.
L’opera di Jenn Díaz si concentra sui singoli personaggi,
o su momenti particolari; pagina dopo pagina i caratteri si stratificano, le
vite si intrecciano, i rimandi si accumulano, le dinamiche si arricchiscono, e
cresce nel lettore la familiarità con le figure più ricorrenti. I racconti diventano
così capitoli di romanzo, le singolarità finiscono per comporre una storia
corale, l’occhio dell’osservatore si allarga dagli interni modesti delle
singole case fino a cogliere in una panoramica tutto il paese: è il momento
della preparazione della fuga collettiva, raccontata nelle ultime pagine. È la
struttura che, per esempio, ho ammirato ne “La creazione dell’alfabeto” di Luigi
Malerba e in altri romanzi – la struttura che preferisco, il romanzo fatto di
mille racconti circoscritti e risuonanti di echi. Jenn Díaz la padroneggia con generosa
inventiva, attraverso una voce esuberante e divagante e intrisa di oralità, ma anche spesso concentrata su immagini di pensosa e raffinata bellezza.


Nessun commento:
Posta un commento