venerdì 1 agosto 2008

"Nora e le ombre" - una pagina dal cap. 8

"Mia cara, apprezzo molto le vostre preghiere, che mi recano un sollievo istantaneo, ma… ma temo che non siano sufficienti a migliorare il mio stato".
Lo spirito barcollante pronuncia queste parole con un tono da cantilena, quasi cantando. Sino ad ora è stata una delle presenze più dolci e discrete, tra i visitatori che affollano la camera della giovinetta.
"Forse" chiede allora Aurora, "devo gridarle?"
"No, no, non è questo…"
"Volete che digiuni un po', allora?"
"No, assolutamente! Non desidero certo che vi riduciate pelle e ossa per me, cara amica mia".
"E dunque?" sospira Aurora. Ella vorrebbe davvero esaudire quell'ombra gentile, che nel corso di tre notti le ha tenuto compagnia raccontandole parabole edificanti con un gusto singolare per i particolari ameni.
"Allora… Ecco… Non è facile da dire, sapete…"
"Se vi può essere di conforto, non abbiate scrupolo a domandarmelo".
"Sì. Ecco… Vi dispiacerebbe… ehm… inginocchiarvi al bordo del letto?"
"Tutto qui? Lo farò volentieri".
Sono rimasti soli, nella camera spoglia. I domestici che nell'ultima settimana hanno, su ordine del conte, seguito da presso ogni movimento di Aurora, hanno allentato per negligenza il controllo, lasciandola sola sul letto anche per intere mezz'ore: il conte è lontano, nelle sue stanze, perso dietro alle carte della caccia con il falcone, e non verrà a sapere della disubbidienza; e la stessa Aurora pare così debole e inerme da essere innocua per se stessa. Così, la fanciulla scende a fatica dal letto, e si pone in ginocchio, pronta a congiungere le mani, a chiudere gli occhi e a inanellare salmi.
"Sì, perfetto. Ehm… Vi dispiacerebbe farlo… sul nudo pavimento?"
"Intendete dire" chiede la fanciulla "senza il tappeto?"
"Sì, esatto. Molto gentile".
"Ma in questo modo" piagnucola lei, che è ancora smagrita e ossuta per via del lungo digiuno a cui si è sottoposta poche settimane prima, "dopo alcuni minuti avrò un gran male ai ginocchi!"
"Sì, vedo che cominciate a capire".
"Non capisco, ma vi accontenterò" sospira Aurora, scostando il tappeto di lana e adagiando le ginocchia sulle fredde piastrelle del pavimento di pietra. "Ora comincio a pregare, tacete".
"Non ancora, non ancora!"
"Perché no?" sbuffa lei. "Mi fate perdere la pazienza, se continuate a…"
"Non basta, no! Non adiratevi con me, mia preziosa amica, ma non basta ancora!"
L'anima dondolante si guarda attorno, alla ricerca di qualcosa nella stanza. Nota, accostato a una parete, un bastone da passeggio di foggia molto semplice, acquistato al tempo della villeggiatura in montagna, a cui in quei giorni Aurora si è appoggiata per muovere alcuni passi fino alla finestra senza rischiare di cadere per un capogiro.
"Che cosa cercate, signore?"
"Quello! Quello andrà benissimo!" strilla lo spirito, dondolando come impazzito.
"Il mio alpenstock? Non mi serve più, ormai, sapete? Ho riacquistato forze bastevoli per muovermi da sola".
"Prendetelo, vi prego! Vi scongiuro, prendetelo!"
"Ora lo prendo, non agitatevi così" dice Aurora, prima di alzarsi in piedi.
Lo afferra, torna al bordo del letto, si inginocchia di nuovo tenendo il bastone come un San Cristoforo.
"Bene, sì, così…"
"E ora?"
"E ora… Ehm… Amica mia, non turbatevi per quanto sto per dirvi: vi sarebbe d'incomodo… percuotervi con quel bastone?"
Aurora sorride all'ombra. "Non scherzate, signore: non su queste cose".
"Non sto scherzando, vi assicuro".
Il sorriso scompare dalle labbra della fanciulla.
"Volete davvero che mi procuri del male con questo?"
"Ve ne sarei eternamente grato…"
"Non vi è altro modo per…"
"No, no! l'unico rimedio per sollevarmi dalla mia condizione presente è che vi provochiate del dolore per me!"
"Chi ve l'ha detto?"
"Nessuno! Sento che è proprio così, e basta! Ora, vi supplico, non perdiamo altro tempo: cominciate, subito e senza altre pause".
Che altro fare? Aurora, rimasta in ginocchio, brandendo il bastone con una mano si percuote l'altro braccio.
"Così va bene, signore?"
"Vediamo… Sì, non è male, lo apprezzo molto, voglio che voi lo sappiate, ma… credo che vi procurereste maggior dolore se vi denudaste il braccio".
"Lo farò".
"Fatelo subito, dunque, per cortesia".
Aurora sbottona il polso della pesante veste da camera, e arrotola la manica fin sul bicipite.
"Ora andrà meglio, spero" aggiunge, con tono preoccupato.
"Ne sono certo, bambina mia".
Ella si percuote sul nudo braccio. La posizione non è molto agevole, e non le permette di colpirsi con disinvoltura, anche a causa della lunghezza del bastone, ma Aurora si impone di andare avanti, ancora per un po'.
"È così complicato…" dice però, dopo qualche minuto. "Non riesco a pregare con la dovuta concentrazione, se resto in questa postura e…"
"Non pensate a pregare" incalza subito l'anima, con crescente impazienza. "Dedicatevi alla nuova occupazione, e basta. Anzi, già che siamo in argomento: non potreste farvi male in modo più convincente?"
"Ma mi sto già facendo male!" protesta lei, fermandosi.
"Oh, e chi volete prendere in giro? Si nota bene che vi toccate appena, con quell'affare… Più lena, più determinazione, andiamo! Non vi riconosco più, Aurora!"
"Oh, insomma…"
"E non fermatevi più! Riprendete subito, in nome di… Volete che io soffra per l'eternità?"
Aurora riassesta qualche colpo di bastone sul suo braccio. Ben presto, lividi violacei si allargano sulla carne pallida, mentre lacrime silenziose cominciano a rigarle il volto.
Lo spirito barcollante pare più tranquillo, ora. Assorbe il suono sordo dei colpi come se bevesse un infuso salutare, e sospira quasi di piacere.
"Va molto meglio, sapete?" mormora alla fine. "Ho proprio percepito le vostre fitte di dolore, tramutate in carezze dolcissime, e tutto ciò mi ha recato un gran sollievo".
Aurora posa il bastone.
"Chi vi ha detto però" aggiunge subito lo spirito "di interrompervi?"
"Sto per svenire!"
"Vi scongiuro, vi supplico: ancora solo qualche colpo…"
"Il mio braccio è nero di tumefazione!"
"E voi cambiate braccio! Possibile che non vi venga in mente di farlo? A tal punto siete restia a soccorrermi?"
Aurora procede; pur di concludere in fretta, pensa, eseguirò tutto quel che mi impone costui.
"Benissimo…" si bea l'ombra. "Gli effetti terapeutici del vostro martirio sono miracolosi… Vorrei che non avesse mai fine…"
"Non ditelo neanche per scherzo".
"E sono sicuro che… che se passassimo a qualcosa di più… di più drastico e duro di un povero bastone di legno, il conforto che mi procurate sarebbe mille volte più intenso".


(dal cap. 8 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)

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