martedì 5 agosto 2008

Citazioni in esergo - prima parte

È una dolce fatica, un prolungare il piacere della scrittura, alla fine della stesura di un romanzo, e prima della pubblicazione, scartabellare libri altrui alla ricerca delle citazioni illustri da inserire in esergo; ed è anche un ripercorrere i sentieri della memoria, un ritrovare fili che si credevano perduti, in cerca di quegli autori, quelle opere o quelle singole frasi, o parole, che hanno lavorato dentro di noi, negli anni, spesso senza che n conservassimo la coscienza. Opere, autori, parole che ci sono cari, e che ci suggeriscono, dalla lontananza della loro classicità, uno stile, un tono, un clima; e a cui non è brutto rimandare, anzi nobilita, colora di echi, di affetti perfino.
Con “Nora e le ombre” era accaduto un fatto singolare, mai più ripetuto: neanche fossi il Sant’Agostino che nelle “Confessioni” racconta della vocetta misteriosa che canticchia “Tolle, lege, tolle, lege”, e gli fa pigliare le Lettere di San Paolo, e lui le apre, e trova la frase definitiva, incontrovertibile, che consegna definitivamente alla fede – io, preso tra le mani “Les tragiques” di Agrippa d’Aubigné, e apertolo a caso, mi sono imbattuto subito nel distico perfetto:
"Comme un nageur venant du profond de son plonge,
Tous sortent de la mort comme l'on sort d'un songe ".
Dentro a questi due eleganti alessandrini, pensosi, lenti, circospetti, ho trovato da subito un riferimento ideale, proprio perché non troppo esplicito, non troppo calzante, alla condizione delle ombre del mio romanzo (in particolare della parte ottocentesca). Ma c’è dell’altro, in quei versi, che riverbera, che crea un’attesa di non si sa cosa, che prepara ad emozioni ancora senza nome: Agrippa d’Aubigné vi gioca con lo sfumare tra realtà e sogno, oltre che tra vita e morte; evoca una condizione ineluttabile, universale, e insieme individuale; dal punto di vista retorico incastra una similitudine in un’altra, con un doppio “comme” che richiama complessità, e tradisce lo sforzo del linguaggio nell’esprimere un concetto sfuggente.
Non era l’unica citazione in esergo: in un primo tempo, era presente un altro distico di fra Bartolomeo da Salustio,
“Dal più profondo abisso io grido e chiamo
Dio, che mi ha creato, ed ei si tace”,
poi scartato, per quanto suggestivo, perché troppo trasparente nel delineare il silenzio di Dio, lo stato di peccato, la preghiera che è grido disperato – delle ombre, prigioniere di una condizione paradossale, ma anche di Nora.
Avevo scovato anche una citazione dal libretto in tedesco che Krzysztof Penderecki aveva tratto nel 1968 per il suo “Die Teufel Von Loudun” dal libro di Aldous Huxley: è una frase di Padre Barré, l’accanito esorcista: “Die Kirche muss mit der Zeit gehen”, che però in tedesco mi suonava come un arzigogolo snobistico, e in italiano perdeva buona parte del suo interesse, anche se avrebbe preparato magnificamente alla figura di padre Carbone.
A un’altra massima, che mi tengo in tasca da una vita e che vorrei usare da sempre, ho rinunciato subito dopo: sono i versi di Montale
“La vita oscilla
tra il sublime e l'immondo
con qualche propensione
per il secondo”.
Si tratta di versi splendidi, ironicamente solenni, o solennemente ironici, ma troppo esemplari e programmatici, e citatissimi. Era una tesi troppo forte e netta, e avrebbe fatto sembrare il romanzo una dimostrazione impacciata e senz’altro inadeguata.

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