sabato 9 agosto 2008

Da "New York, 1969"

Patricia lavora paziente sul suo corpo. Quasi nuda, davanti al grande specchio dello studio, si piega e si torce, poi torna ritta, a respirare lentamente, poi torna a flettersi. Dalla porta, sento le sue giunture scricchiolare. Su un arto alla volta, pratica certi esercizi di dislocazione delle ossa che si è fatta insegnare un paio d’anni fa da un contorsionista da circo. In certe posizioni, non respira più, e dal garbuglio delle sue membra sento levarsi un filo penoso di rantolo. Sembra una creatura marina, un echinoderma avvolto attorno a una preda, o un’oloturia imbozzolata a proteggere una ferita. Non mi viene nemmeno spontaneo rivolgerle la parola, quando si esercita, prima di tutto perché non mi risponderebbe – se poi la distraessi sarebbe capace di dirmi cose terribili. Mi limito perciò a osservarla dalla porta socchiusa, a contare sulla sua schiena ossuta le cicatrici delle esibizioni passate.
L’idea del sangue si sta modificando giorno dopo giorno. Lo scopro quando accompagno Patricia da George, il nostro medico.
«Che cosa vorresti da me, insomma, Patricia?» le chiede, per uscire da una lunga spiegazione teorica e esoterica in cui lei si è impaniata.
«Voglio che mi procuri febbri alte. Riesci a prescrivermi qualche farmaco che mi alzi la temperatura fino a, diciamo, centocinque gradi?»
«Patricia, io non…»
«Per qualche ora, non di più. Il tempo della performance. Voglio esibirmi con i brividi, ricoperta di sudore».
George mi guarda, sconsolato. Gli rilancio lo stesso sguardo.
«La febbre è una reazione del nostro corpo a un attacco esterno, di solito batterico o virale. Perché mai vorresti procurartela con un farmaco?»
«Puoi inocularmi un batterio, allora. Un’influenza, o un’infezione. Un’infezione, sì. Un’infezione vaginale sarebbe perfetta».
«Patricia…» diciamo entrambi.
«Patricia, tu vuoi farmi radiare dall’ordine» prosegue George.
«Voglio la febbre. Voglio essere infetta e avere la febbre fino al delirio».
«Tienila d’occhio tu, per favore» mi dice il medico. «È capace di infettarsi da sola».
«Il mio corpo è solo materiale da plasmare. Lo uso come uno scultore usa il marmo, o il bronzo, o un pittore i colori sulla tela. I miei colori sono secrezioni organiche. La pelle è la mia tela. Le mie ossa, i miei nervi sono creta da modellare».
«Lo so, cara, lo so» dice George, abituato a quel tono didascalico.
La donna – continua lei, inarrestabile – per secoli non ha avuto accesso all’espressione artistica. È stata modella, amante di artisti, cuoca o serva di artisti, musa ispiratrice, e talvolta tutto questo insieme, ma non ha mai potuto maneggiare gli strumenti dell’arte. Il suo corpo desiderato e temuto è stato accarezzato dagli sguardi di artisti e committenti, ma anche accecato nella parte più intima della sua sessualità, che infatti non compare mai, come se non esistesse. Era la materia più potente, era insieme fonte di ispirazione e quadro, mito e linguaggio, ma era trattato come coacervo di sensi contraddittori, era edulcorato, avvolto, nascosto, o reso astratto in un gioco di linee ideali. Eppure il corpo della donna è da sempre un gigantesco laboratorio di umori, libera sangue, forma corpi, coltiva latte, si gonfia e si svuota, urla, sospira, ospita, espelle, si apre, si divarica, ha quattro occhi, due bocche, ma noi abbiamo imparato a dissimularlo perché ce lo chiedevate voi, unghie, ciglia, denti, capelli, mammelle, spalle, pelle, fianchi, tutto finto perché fosse più rassicurante, perché assomigliasse a quei quadretti viziosi e insinuanti che ci ritraggono come voi volete che noi siamo.
Riprende fiato, e sorride – solo per un istante.
«Ora posso fare del mio corpo quello che voglio io» conclude, sottovoce. «Tu dammi la febbre, i tremori. Io ci metterò il sangue».
«E io terrò a bada la polizia» sospiro.
(Vai su http://www.lastrategiadellariete.org/sentieri.html per leggere i capitoli che amici scrittori hanno aggiunto al progetto "I sentieri di Seth" di Kaizen, sviluppandone motivi in nuove direzioni. E su
http://www.lastrategiadellariete.org/rizomi/NEWYORK_1969.pdf per sapere in particolare come continua questo mio capitolo).

Nessun commento: