domenica 17 agosto 2008

Domande - 1

Rispondo alla prima domanda di Alessio Elia (v. post precedente).

Chi è l’io che narra?
Quella dell’io narrante è una voce che ha il mio timbro, lo ammetto, un timbro che avverte chi mi conosce. Ma non sono io. O meglio, sono io che recito una parte che solo in parte, in piccola parte coincide con me – sto cercando di mettere a fuoco la questione per rispondere alla tua domanda senza barare, come vedi.
In “Nora e le ombre” il narratore esterno non collimava con il punto di vista di Nora stessa, il più presente anche se non l’unico: era la mia voce, riconoscibile, immagino, nel lessico, nel ricorso all’ironia, nel procedere a braccio – reale o apparente –, nell’indulgere in certi tic; ma era, per così dire, una voce in falsetto, il tentativo di far parlare le anime di personaggi femminili, e attraverso la parola di esplorarne le complessità. Ne “Le larve”, da questo punto di vista, è tutto più chiaro: c’è un’unica voce, ed è quella dell’io narrante. Tutto è raccontato da questa voce, in un gioco costante di ricostruzione e interpretazione dei fatti. È una voce di uomo maturo (non da “vecchio”, come pure egli stesso si definisce subito nelle prime righe del romanzo, con un vezzo che ormai è anche mio: la prima di una lunghissima serie di manipolazioni, di adattamenti o di travisamenti di una possibile realtà). È anche una voce che si compiace di se stessa, quando drammatizza, divaga, nasconde dietro al “bello stile” colpe o fastidi. È essenzialmente la voce di chi, nel ricostruire a sua misura il presente e il passato, sa di mentire ma finge di non saperlo, e in ogni caso cerca di farlo con un certo gusto.
Mette ordine nel disordine – spera in questo di trovare, se non la salvezza, almeno uno sbocco provvisorio. Ordina le parole per ordinare il mondo – il suo mondo. Non sempre gli va bene: troppe zone d’ombra, troppe dissolvenze, troppe incongruenze da sistemare. E , soprattutto, troppo dolore da tenere a bada. C’è un retrogusto di dolore costante, molto forte in alcune pagine, insopportabile quasi. Come diceva Flaubert, "La perle est une maladie de l'huître et le style, peut-être, l'écoulement d'une douleur plus profonde".

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