giovedì 28 agosto 2008

"Le larve": ancora rassegna stampa

Eccoti un romanzo che ti provoca, intanto, per qualcosa che ti verrebbe voglia di definire inattualità, e invece ti stimola, proprio per questo, a continuare la lettura (...). Ti compaiono innanzi già nelle prime pagine esseri viscidi che sbucano, a intervalli di quattro anni, dalle viscere della terra, larve che tutto distruggono per poi riacquattarsi e prepararsi alla nuova riapparizione, le chiamano melolontini, e subito ti trovi sbalzato in una sorta di castello kafkiano dove ti guida una voce narrante che subito intuisci collocata dentro una trama di accadimenti misteriosi, viscidi come quelle larve, dominati da un fondo di paure, forse di delitti, sopraffazioni, contorcimenti oscuri del male, obbrobriose materializzazioni del peccato.
(...) Ti viene incontro tutto questo, per di più raccontato in una perfetta combinazione di lingua e stile, dove la precisione del dettato conquista non meno di quanto turbi la materia del racconto, e ti chiedi se tanto profluvio di sozzura umana sia davvero inattuale, frutto fuori stagione di una mente malata, o non sia invece esasperazione metaforica espressa per viscidi fantasmi di larve sotterranee e di nature perverse che hanno torbido spazio tra gli uomini dentro il palazzo chiuso del loro potere, dove la ricchezza si fa strumento di sopraffazione e nessuno spiraglio di riscatto si apre ai sottomessi. Se insomma questo libro non sia da leggere in chiave, si sarebbe detto qualche decennio fa, moralistica, come riflessione senza speranza sulla condizione senza tempo dello stato morale dell’uomo. E dico moralistica non a caso, pensando, più ancora che a Kafka, a un libro di una cinquantina d’anni fa, un’antologia curata da Elémire Zolla, Moralisti moderni, pubblicata da Garzanti con una rivelatrice introduzione di Alberto Moravia. Che proprio nell’Introduzione lamentava, riferendosi al suo tempo, la crisi appunto del moralismo, se non la sua scomparsa, riconducendola alla fine dell’umanesimo, che vuol dire dell’uomo non più chiamato a misura positiva delle cose. Derivava da qui, per Moravia la “prevalenza, in questa prima metà del secolo, delle tendenze distruttive e mortuarie su quelle creative e vitali. Come se l’umanità, sulla soglia forse di una nuova età, si fosse sentita ad un tratto attirata piuttosto dalla morte che dalla vita. I campi di sterminio nazisti possono considerarsi a ragione lo sbocco logico di queste tendenze suicide…”.
Qui, nelle Larve di Morandini, non ci sono campi di sterminio nazisti, o così sembra, ma può ben esserlo questo castello conchiuso, luogo fisico del male più efferato, difeso dalla legge anzi alla legge estraneo e ad essa superiore, e non è neanche vero che i tempi di Moravia, ancora freschi e inorriditi del sangue di Auschwitz, siano così lontani, se sentiamo su di noi le stimmate delle Torri gemelle ma anche di Srebrenica e di Falluja, e Guantanamo è sempre lì, e muri sorgono a dividere uomini da uomini, e uomini si uccidono per uccidere altri uomini. Morandini coglie dunque, a ben vedere, il male che un’altra volta prevale nelle fantasie degli uomini, e ci trasporta in una vicenda che può sembrare di pura fantasia mortuaria, funereamente gotica nell’impianto narrativo, ed è invece denuncia di un disagio, confessione di un’estraneità, ricerca di conforto per un disprezzo condiviso. E sembra far sue queste altre parole di Moravia: “Per questo il mondo moderno, oltre ad essere il mondo del disprezzo, è anche il mondo dell’ipocrisia e del conformismo. D’altra parte, prima ancora di disprezzare gli altri, gli uomini oggi disprezzano se stessi”.
(Alfio Siracusano, su http://nuke.ilsottoscritto.it/Recensioni/RecensioniM/MorandiniLelarve/tabid/954/Default.aspx)


Tra le mura di un palazzo, sperduto nei boschi, prendono vita i personaggi del secondo romanzo di Claudio Morandini dal titolo 'Le Larve'. L'origine del termine larva, che in latino significa fantasma, chiarisce l'atmosfera dell'opera di Morandini costruita sull'humus del romanzo gotico nell'accezione di romanzo 'spaventoso', caratterizzato da ombre e oscurità, luoghi tetri e tenebrosi, fiumi melmosi e boschi. E questa è la sensazione che si percepisce leggendo le pagine de 'Le Larve', ambientato in un palazzo la cui vastità incute timore per le sue dimensioni non misurabili.
Il romanzo è incentrato sulla figura del protagonista, l'io-narrante, che attraverso il ricordo-racconto della sua vita, tra passato e presente, fa rivivere i personaggi che hanno popolato il palazzo. Soprattutto uno, il nonno, un uomo potente e ferino che con la sua violenza e crudeltà ha dominato la famiglia, i contadini, gli operai e continua ad esercitare il suo potere anche da morto attraverso un quadro, nei confronti del quale i vecchi 'sottomessi' continuano a mostrare la loro riverenza dettata dalle antiche paure per il padrone. Il protagonista viene a conoscenza di un segreto sulle sue origini che non rivela a nessuno, neanche al presunto padre. Il segreto peserà su di lui per quasi tutto il romanzo, quasi ad opprimerlo, e solo alla fine troverà 'la soluzione', attraverso un colpo di scena: un bambino il cui candore è disarmante. Nel frattempo vive come il nonno, in quanto legittimo erede per quel segreto rivelatogli dal testamento, e proprio come lui è spesso colpito da stati di trance, momenti, che lui vive come dejà-vu, in cui ha bisogno di scatenare l'indole ferina che è in lui. (…) E nei momenti di trance il protagonista avverte il bisogno del contatto con la terra, che gli provoca piacere, inteso come un ritorno spasmodico alle origini, al primitivo, paragonato al piacere sessuale. La terra è paragonabile anche alla mente umana dominata dal caos, dalle passioni e dagli istinti, metaforicamente rappresentati dai vermi e dalle larve.
A rendere 'spaventoso' e complesso il clima del romanzo contribuisce decisamente la scrittura, sintatticamente complessa e ricca, e la scelta lessicale adoperata, tutta incentrata sul mistero, la nebbia, anfratti bui, frasche spinose, o ancora la scelta di verbi come rantolare. Alle sequenze di carattere descrittivo, nelle quali Morandini si sofferma sulla descrizione dettagliata 'della terra' con le sue larve e i suoi vermi, il cui contatto calma la ferinità del protagonista, seguono sequenze di carattere narrativo-psicologico, dalle quali apprendiamo il carattere del personaggio, come se si leggesse nella sua mente.
Nell'opera di Morandini è presente l'ossimorica coesistenza diacronica di caos-ordine, bene- male, con la vittoria dell'ordine e del bene sul caos e sul male; ruolo determinante ha, infatti, la religione cattolica della quale, seppur involontariamente, il protagonista diventa alla fine defensor nella sua lotta contro male che lo attanaglia, rappresentato dal padre. Il romanzo, non è un semplice racconto fantastico ma un'indagine nella mente dell'uomo, dominata da istinti, desideri e rimorsi.
(RosaMaria Crisafi, su http://www.zam.it/1.php?articolo_id=2397&id_autore=4735)

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