lunedì 4 agosto 2008

"Le larve": una pagina dal cap. Cinque

«Come sta?» domandavo alla cuoca intendendo la figlia, ogni tanto, per placare l’affanno – e a voce bassa, perché non mi sentisse il nonno dal suo mondo di ombre.
«Abbastanza bene, signorino, abbastanza bene, grazie per l’interessamento» rispondeva lei, ma con una voce di poco meno condiscendente del dovuto. Forse sapeva dei nostri amori, sospettava che io fossi il responsabile – il maggiore, l’unico – dello stato della figlia, e, nell’impossibilità di urlarmelo in faccia, graduava appena il tono di voce, in modo che capissi lo stesso.
«Ah» dicevo io, circospetto. «Meglio così». E poi, azzardando: «Se posso fare qualcosa per lei…».
«Oh, lei ha già fatto tanto!» si affrettava ad aggiungere, con un largo sorriso di riconoscenza forse artefatta, prima di tornare ai fornelli.
I domestici si recavano a far visita, a turno, ad Aldina, per consolarla, tenerla allegra o almeno vigilare che non si ammazzasse. Osservavo di nascosto il viavai di gente della cucina, cameriere, giardinieri, donne di fatica. Si trattenevano presso il capezzale, dicevano quanto avevano da dire – qualche argomento rimuginato a lungo prima della visita, qualche pettegolezzo che non avesse attinenza però con altri casi di passioni infelici. Scoraggiati dai sospiri lamentosi della malata, sconcertati dalle sue smanie, battevano in ritirata dopo pochi minuti – alcuni anche in lacrime – e la abbandonavano urlante – a volte facendosi il segno della croce.
«Sta abbastanza bene, grazie signorino» mi ripeteva la madre. La chiave per interpretare la risposta era tutta in quell’”abbastanza”, che mascherava, ma non del tutto, l’accezione contraria, il più possibile negativa. Che fosse preoccupata, lo rivelavano certe portate che giungevano in tavola, d’una mediocrità insolita.
La notte, Aldina, prosciugata dalle pene di una passione non più corrisposta, si faceva di pura aria, attraversava le pareti e le porte chiuse, si insinuava negli interstizi dei muri, viaggiava lungo ponti sonori che collegavano i luoghi più remoti di tutto il palazzo come stanze contigue, e scendeva fino a me. Mi pareva che Aldina stessa fosse penetrata nella mia stanza e, appostatasi ai piedi del mio letto, mi apostrofasse cantilenante.
A volte, ingannato nel dormiveglia dall’effetto sonoro, mi rivolgevo a lei come se fosse presente. «Perché mi tormenti così?» le bisbigliavo allora, melodrammatico.
Lei tratteneva il fiato per un attimo, come a farmi intendere che la vera tormentata, tra i due, era sempre lei.
«Che ti aspettavi? Che ti sposassi? Che ti portassi alle feste e ti presentassi agli amici?» proseguivo, nel tentativo di giustificarmi. «Capirai, una servetta… Perdona, ma nessuno avrebbe capito».
Un prolungato sospiro, via via più simile a un rantolo aggressivo.
«E poi» improvvisavo, «scusa, ma chi poteva immaginare che l’avresti presa così male? Se lo avessi saputo… Ma tu parlavi così poco… Io non credevo di farti tanto male… Mi sarei comportato in maniera diversa, se avessi sospettato che… Cioè: ti avrei spiegato, ti avrei dimostrato l’impossibilità di continuare… E tu forse avresti compreso, perché sei tutto sommato una ragazza intelligente…».
Riprendevano i gemiti, lancinanti come urla di rapaci notturni.
«Santo Dio, un po’ di comprensione! Accade a tutti di sbagliare parole, no? Il mondo è colmo di uomini e donne che sono stati lasciati, anche di malo modo, da qualcuno, ma quanti credi che reagiscano come te? Le persone si fanno animo, si asciugano le lacrime e vanno avanti, perché la vita è breve, e non è bello né giusto sprecarla in pianti!».
Boccheggiavo ormai, a corto di argomenti. Lei singhiozzava, inarrestabile, meccanica.
«Le differenze sociali» riprendevo dopo un poco, «ti chiedo solo di considerare questo. Va bene, abitiamo sotto lo stesso tetto, ma mica siamo sposati: e non potremmo esserlo, perché mio padre mi ucciderebbe, se pensasse che miro a prendere in moglie una sottoposta. Dal suo punto di vista, con le serve si amoreggia, e va bene, ma certo non ci si sposa. Sarai d’accordo anche tu, spero. Mi dispiace, mi duole davvero tantissimo che tu abbia frainteso, e che abbia interpretato il mio interesse nei tuoi riguardi come amore. Ti chiedo perdono, ancora. Non credi che questo sia sufficiente?».
(da "Le larve", edizioni Pendragon, Bologna, 2008, per gentile concessione dell'editore)

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