venerdì 1 agosto 2008

"Le larve" - una pagina dal capitolo Quattro

«Fa come lui» sentii mio padre dire di me una mattina, in un’altra stanza, a mia madre. Ero stato fuori tutta la notte, a correre pazzo tra i rovi e lottare con i filari dei pioppi, che mi eran parsi un esercito di guerrieri cinesi. I contadini mi avevano trovato ai piedi di uno di quei pioppi, lacero e sconfitto dopo un duello che il titano aveva vinto con noncuranza, senza nemmeno ripararsi dai miei colpi.
«Fa come lui» ripeté il babbo, e capii che intendeva: come il nonno. Confermò, quella smozzicata e rattenuta conversazione, certe voci che avevo captato anni addietro, a credere alle quali il nonno, anche lui, aveva avuto momenti di selvaggia follia simili ai miei, ed era partito di casa ringhiando, spesso nudo, o vestito ma nudo ben presto, sotto la luna che lo guidava tra i solchi fumosi, come un cane a caccia di sangue. E d’improvviso mi ricordai che, molti anni prima, ben prima che l’adolescenza mi cerchiasse le occhiaie e allungasse il naso e il mento, e mi incastonasse pustole ovunque, anch’io, solo e impaurito, nella mia camera, avevo atteso in piedi alla finestra di scorgere il nonno allontanarsi in preda alla furia tra i campi, sotto la luna. E con un brivido rammentai anche di avere invidiato la libertà vorace di cui godeva in quelle notti. Le voci dei domestici, alimentandosi tra i corridoi e le scale, riferivano di scempi nei pollai, di aie devastate e scavate nelle case coloniche verso il bosco, e anche, con qualche titubanza, di stupri su fanciulle delle fattorie, o su giovani operaie che prima dell’alba già si avviavano sugli stradelli verso le fabbriche. Tutti fatti che potevano spiegarsi in altri modi, certo, e che prima che il nonno manifestasse queste sue smanie erano già accaduti, ad opera di faine, cinghiali, lupi o uomini: ma il nonno aveva finito per accentrare su di sé ogni sospetto. E anch’io non potevo immaginare altri che lui, mentre con le unghie rovistava nelle aie, scavandone via ossi misteriosi; o mentre si schiantava tra le galline, a cui staccava le teste vive con un morso, dopo avere svuotato a calci il ventre del cane di guardia; o mentre sbucava dal fosso lungo la carraia, e tirava giù a schiaffi dalla bicicletta la ragazza, e la possedeva agitandosi e schiumando come se la sbranasse.
«Fa come lui» diceva mio padre, e nel ripetere tra me queste sue parole le colorai col tempo di tutti i ricordi e i rimuginii. Sentivo che il babbo, il quale aveva creduto di essersi liberato dalla titanica presenza del vecchio tiranno, ora pieno d’angoscia soppesava l’eventualità di vedersene crescere un secondo in casa. Mi cullai più di una volta – non lo nego – nella fantasticheria di assecondare tali sue ambasce, e di fingermi più simile al nonno di quanto non mi venisse naturale, per il gusto, che i turbamenti dell’adolescenza acuivano, di misurarmi con l’autorità di mio padre – del mio padre putativo, mi dicevo, usando a bella posta e con irriverenza una locuzione da catechismo.
(da "Le larve", edizioni Pendragon, Bologna, 2008, per gentile concessione dell'editore)

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