domenica 3 agosto 2008

"Nora e le ombre": una pagina dal cap. 2

"A che cosa pensi?" le borbottò una voce alle spalle. Era lui.
"Ah, sei tu? Mi hai spaventata".
"Temevo che non arrivassi più".
"Stavo per rinunciare, infatti".
Lui la fissò negli occhi, con l'espressione più intensa che gli riuscì, e le prese le braccia per avvicinarla a sé e baciarla. Nora oppose solo un po' di resistenza, poi, nell'accostarsi al petto di lui fino al contatto, per meglio riceverne il bacio si porse sulla punta dei piedi, e se ne restò così, bocca contro bocca, come farebbe una adolescente romantica che ha un ragazzo troppo alto per lei. Gli effluvi alcolici intrecciati dell'acqua di colonia e del dopobarba di marca le penetrarono nelle narici e quasi la inebriarono. Vergognandosi tra sé di quella sensazione di un dannunzianesimo vieto, lei ne aspirò una sorsata, con avidità colpevole. Era così diverso dall'odore, non cattivo, ma usuale, e sempre un po' stantio, che emanava suo marito…
"È bello rivederti. Tutte queste settimane senza poterti nemmeno parlare…" ansimò lui.
"Non dovremmo".
"Perché no? Questi incontri sono tra le poche cose che riescono a rendermi felice".
"È male".
"È male essere felici?"
"Lo è se lo facciamo per nostro personale egoismo, ai danni di altri, di chi ci è più caro".
"A chi ti riferisci? A tuo marito?"
"E a tua moglie".
Lui le lasciò finalmente le braccia, che negli ultimi secondi aveva stretto troppo. Si guardò attorno, verso le chiome disordinate dei pioppi selvatici, e diede un lungo sospiro.
"Senti che odore…" disse, aspirandone a dismisura, come per prendere tempo.
"Odore di marcio" disse Nora, fissandosi la punta delle scarpe impolverate.
"Ascolta, Nora, amore: mia moglie non sa nulla, non sospetta nulla, e tuo marito, che è un brav'uomo, nutre in te ogni fiducia. Che vuoi di più? Loro non sanno, e sono felici. Noi siamo felici, ma per altri motivi che non diremo loro. Siamo tutti felici. Che c'è di male in questo?"
Nora si sedette su un sasso caduto dal muricciolo, come una drogata infiacchita dall'astinenza. "Tu" disse dopo qualche secondo, "tu credi davvero che si possa essere felici e colpevoli?"
"La questione è mal posta: siamo proprio colpevoli? E se lo siamo, chi non lo è? Chi è senza peccato…"
"Oh, per favore" sbottò lei, esasperata dall'ovvietà della citazione.
"Va bene, scusa. Ma credi che mia moglie o tuo marito non abbiano nulla da nasconderci? Non dico tradimenti, relazioni impegnative con sconosciuti, ma… altro, che ne so… Atti, gesti di cui si vergognano tanto da volersene dimenticare subito… Pensieri di una oscenità violenta che mai, mai un uomo o una donna sani potrebbero mettere in pratica… Momenti di debolezza, così umilianti che…"
"Mio marito non ha tempo per quello che tu dici!"
"Che ne sai, testolina, che ne sai? Che cosa ti racconta di quello che fa al lavoro, o quando sta solo?"
"L'essenziale".
"Appunto. Non ti riferirebbe mai il superfluo, che però è quello che…"
Nora si levò in piedi, reggendosi la schiena dolorante. Fissò l'uomo come se lo notasse per la prima volta.
"Io sono il superfluo per te?" chiese poi, scandendo bene le parole.
"Ma no, non ho detto questo…"
"Sono anch'io equiparabile a un atto innominabile, a un pensiero osceno? Sono questo?"
"Vedi che non stai attenta? Non mi hai capito, amore…"
Lui sudava, forse per il caldo, forse per lo sforzo di riparare al dilemma dialettico in cui si era impaniato senza avvedersene.
"Se questo che facciamo è osceno e umiliante, perché siamo qui?" insisteva lei, ritiratasi all'ombra di un rovo cresciuto tra gli interstizi del muro.
"No, no: ascolta: se gli altri si lasciano andare come ho detto prima - gli altri, bada bene -, non siamo tanto meno colpevoli noi, che non facciamo altro che trovarci assieme ogni tanto, ogni morte di papa, se mi permetti l'espressione?"
"E tu, tu ti lasci mai andare quando sei solo?"
"Come, prego?"
"Hai capito".
"Andiamo, Nora cara, sono un uomo pubblico… Devo rispondere a… ai miei elettori di ogni mio gesto, senza contare le parole… Come puoi credere che…"
La voce gli tremava, ormai. Desiderava per settimane intere quegli incontri, poi Nora glieli rovinava subito con i suoi sensi di colpa e li riduceva a battibecchi capziosi. La guardò sforzandosi di sorridere: se ne stava imbronciata come una bambina, o una vecchia rimbambita, e probabilmente aspettava che lui le porgesse le sue scuse. Pensò con agitazione crescente a una frase brillante e poco compromettente con cui rispondere e non rispondere insieme e così passare ad altro – una di quelle che gli permettevano di cavarsi d'impiccio alle riunioni di sezione del partito, o durante una delle rare interviste non concordate. Ma non gliene venne nessuna.

(dal cap. 2 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)

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