lunedì 4 agosto 2008

"Nora e le ombre": una pagina dal cap. 4

La forma minacciosa aggredisce Aurora altre quattro volte, durante la settimana successiva al loro primo incontro. Ormai la fanciulla rientra nella sua camera, dopo le non frequenti uscite, con un timore ansioso che i visitatori precedenti non hanno mai saputo suscitare. Questi, in effetti, si tengono in disparte, negli angoli più bui della stanza, dove ronzano a gruppetti e pare che tremino; la contessina scrive: "Ho l'impressione che essi temano per me, ma che non osino o non sappiano aiutarmi".
Gli assalti del nuovo visitatore colpiscono d'improvviso, alle spalle, mentre la contessina accoccolata sull'inginocchiatoio prega per i suoi cari. "Per me!" urla allora la forma, percotendo Aurora sulla nuca, "prega per me!"
La fanciulla si presta subito, con una disponibilità di tale dolcezza che la stessa creatura tormentata, al quinto incontro, pare finalmente toccata, e si limita a urlare con la sua voce strozzata e ad agitare le braccia vicino al volto di lei, sfiorandola soltanto. "Prega per me" continua a dire, e pare il lamento arrochito di un uomo che implora acqua in un deserto.
La sua stessa immagine, dopo quella settimana di preghiere forzate, appare più limpida, distinta nei contorni, e questi più umani nel loro insieme. Sempre più spesso balugina, nel grigiume della sagoma, un volto, dai lineamenti virili e adulti: gli occhi, quando lampeggiano, rivelano uno spirito di una profonda, torbida tristezza.
"Prega per me" crepita la voce. Addirittura, Aurora crede una notte di vedere abbozzare una specie di pallido sorriso, su quel taglio infuocato che corrisponde alle fauci.
Il nuovo atteggiamento del visitatore non rende però meno faticose le notti di preghiera; meno aspre e dolorose forse, ma certo non più piacevoli. I rosari si susseguono l'uno all'altro per ore, e Aurora è tenuta ad impostare un tono di voce uniformemente alto e solenne, mentre il visitatore incombe su di lei, ansioso che a una preghiera succeda subito un'altra.
"Non riuscirò dunque mai a saziarvi?" azzarda la fanciulla una volta, quando già i primi chiarori dell'alba colmano la camera di un'aria grigia.
"Brucio" risponde soltanto l'altro, prima di scivolare via, placato per un po' ma di certo non ancora sazio.
"Chi siete?" osa chiedere lei un'altra volta, alla fine di un ciclo di orazioni.
L'altro sembra osservarla sconcertato: alza un braccio, pronto a colpire la curiosa: poi lo abbassa con un gesto lento e teatrale. Poi sospira.
"Non chiedere. Prega".
"Se sapessi chi siete e come vi chiamate, sarebbe più facile per me…"
"Quello che ero non ti riguarda. Quello che sono, nemmeno io lo so".
Aurora sente che quelle rade parole gli costano fatica e sofferenza, superiore a quella che lei stessa prova in quelle nottate insonni. Ma trova il coraggio di insistere.
"Perché non pregate con me?"
"Non posso".
"Perché non potete?"
"Vi sono parole che non mi è concesso dire".
"Perché?"
Silenzio. La mano oscura si leva ancora e si riabbassa, inerte.
"Sono parole sacre? Nomi di santi, il nome dell'Altissimo?"
"Solo tu puoi dirle" ribadisce quello dopo una lunga pausa.
"Se le pronuncio io, invece, voi ne ricavate giovamento, è così?"
La forma annuisce, incurvata dal peso di quegli estenuati minuti privi di preghiere.
"Ma perché io? Perché solo io?" vorrebbe domandare Aurora, prima di rendersi conto che riprendere le orazioni è vitale per la forma che, non più aggressiva, si sta sgonfiando come un otre forato, spargendosi al suolo.
La volta successiva, l'ombra si presenta ricoperta da uno strato vischioso di melma e di filamenti, come se fosse appena emersa da una palude infetta, di quelle che, al di là dei campi, costeggiano le abitazioni dei contadini. Mostra fretta e paura, quando dice: "Prega, ora, prega subito. Non chiedere. Prega".
Per alcune ore Aurora ubbidisce, con voce più ispirata del solito, nella speranza che il tono declamatorio influisca benignamente sulle condizioni del visitatore.
All'alba, quando riapre gli occhi che ha socchiuso per concentrarsi meglio sul significato delle parole, scopre che il visitatore si è accasciato accanto a lei: o meglio, si è inginocchiato, prendendo una postura curiosamente contorta, che per un essere umano sarebbe impossibile.
"State pregando con me?" sussurra Aurora.
"Vi ascolto" ringhia lui.
"E ciò vi è sufficiente?"
"No, se continuate a interrompervi".
"Non siete un diavolo, vero?"
L'altro, senza rispondere, è scosso da un forte brivido.
"Non siete un diavolo se mi costringete a pregare".
"Non parlatemi, vi prego".
"Sareste il diavolo se mi forzaste a bestemmiare Dio, è esatto?"
"Basta! Limitati a pregare!" sbotta la forma, inarcandosi. Per un istante Aurora teme che possa levarsi per colpirla, ma l'ombra a poco a poco si ricurva.
"Non immaginate quanto dolore mi costi parlarvi" dice poi, più calmo.
"Eppure…"
"Stiamo perdendo tempo. Ricominciamo".
"È l'alba".
"Non ancora".
"Il tempo" azzarda Aurora, con intento provocatorio, "è una durata fittizia. È quella che percorre la vita di noi uomini. Il vero tempo è l'eternità. Voi venite dall'eternità?"
"Io sono ancora nel tempo. Ora, se non vi dispiace…"
"I regni dell'aldilà fluttuano nell'eternità".
"Non tutti. Non il mio".


(dal cap. 4 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)

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