martedì 24 febbraio 2009

Ancora su "Combat de l'amour et de la faim"

Non so che cosa sia stato più appassionante, nel leggere l’ultimo romanzo (il sesto) di Stéphanie Hochet, "Combat de l’amour et de la faim", se seguire le avventure di Marie, il protagonista, un picaro alla Twain con l’animo disincantato e tormentoso di un perdigiorno alla Hamsun, o seguire le avventure dell’immaginazione dell’autrice. C’è infatti in questo libro una sorprendente, generosa dissipazione di idee romanzesche, che potrebbero bastare per un romanzo fiume di cinquecento pagine, o per quattro romanzi di media stazza… Ma la sintesi (l’ellissi, anzi) è una delle doti di questa giovane, ispirata scrittrice francese.
Ha ragione Stéphanie quando parla della necessità di ambientare le vicende nell’America degli inizi del ventesimo secolo : allo stesso tempo, ci accorgiamo che la voce del protagonista ha una sensibilità europea per le cose, e che è la voce che abbiamo imparato a conoscere tra le pagine dei cinque precedenti romanzi. Ma non vuole essere un appunto: quella lingua complessa, quel rimuginio conferiscono profondità e sfumature ai pensieri di questo personaggio, che pensa molto, ascolta tutti, si sente pensare, ma non ama parlare: li arricchisce di lessico, questi pensieri, li architetta in sintassi, li aiuta a uscire, ad articolarsi. È questo essere scrittori.
Le ultime pagine sono sconvolgenti. Credo che Stéphanie abbia voluto giocare (non è la prima volta) con una sorta di suspence della morale. Marie, il protagonista, è capace di azioni condannabili (o almeno è capace di pensieri condannabili, che non sempre realizza). È crudele in un modo ambiguo: e ci trattiene in un luogo mentale tra la legge e il profitto, il bene e il male (entrambi in un’accezione relativa, non assoluta), il desiderio e il rimorso, l’abbandono e la vendetta, il sollievo dell’essere buono con gli altri e la pulsione alla crudeltà se questa preserva o sembra preservare ciò che gli è caro. Il suo oscillare tra questi opposti ci lascia nell’attesa di una scelta, e delle giustificazioni di questa scelta. Tutto questo, per me, è molto più affascinante della suspence dei polizieschi o dei thriller, nei quali i crimini rischiano di suonare solo come convenzioni, come astrazioni d’un intreccio. Marie si rivela una sorta di paradigma delle nostre debolezze e delle nostre zone d’ombra. La precisione chirurgica (permettetemelo) dello stile di Stéphanie rende vivido, dolorosamente vivido (ma anche ironicamente vivido) tutto questo.
E a questo punto, ho amato quello strano happy end, quella specie di catarsi di cui lo stesso Marie è cosciente e in cui si rifugia. In un certo senso, ne ho sentito il bisogno.

Stéphanie Hochet, "Combat de l'amour et de la faim", Fayard, 2008

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