giovedì 18 giugno 2009

Sintonie: Angelo Ricci


In “Notte di nebbia in pianura” (Manni, 2008) Angelo Ricci ritaglia pezzi di vite dolenti, avviticchiate, e dissemina i frammenti lungo un romanzo intriso di disperata solitudine. I personaggi spesso rimuginano in monologhi carichi d’ira o di rimpianto o di delusione o di frustrazione, i loro pensieri si fanno ripetitivi, ossessivi, i loro gesti si asciugano di senso. Le vicende che li vedono coinvolti si sfiorano senza combaciare mai davvero, nell’abile puzzle costruito e disseminato lungo questo mondo piatto, nebbioso e notturno – tutti restano soli, al massimo si osservano da lontano, senza capire, o si parlano, senza intendersi. Nei brevi capitoli, lo sfarfallio tra i velocissimi flashback, spesso ridotti a una sola frase, o a due, e il presente, in cui il tempo sembra aver rallentato fin quasi a fermarsi e le distanze si sono sfumate in un'assenza di orizzonti, più che a certi montaggi cinematografici sembra rimandare allo scratching su vecchi dischi malridotti.
L’autore osserva con un senso di umanità trattenuta le vite sbrindellate dei suoi personaggi, scava nella loro memoria e ne rivela il girare a vuoto attorno a vecchie speranze di possibili felicità. Da lettore, mi sono riconosciuto nello sguardo di Ricci di fronte alla deriva sociale e culturale dell’Italia di questi anni – nel suo sguardo che sa essere disincantato, ma anche preoccupato, offeso, talvolta impietosito.

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