giovedì 2 luglio 2009

Sintonie: conversazione con Alessio Elia, 1a

Il compositore Alessio Elia ha già risposto tempo fa a questa prima domanda di un'intervista che si preannuncia mahleriana, nelle dimensioni (o bruckneriana, fate voi); nel frattempo è tornato sugli argomenti e mi ha fatto avere una seconda versione della sua risposta, ampliata. La trascrivo volentieri e per intero, in tre tranches, compresa questa prima parte, revisione dell'intervento già pubblicato.

Come ti nasce un’idea musicale? Voglio dire, quanto conta per te la manualità, il tocco delle dita sulla tastiera? O si tratta per lo più di idee mentali? O, che so, le tue idee hanno una natura grafica?

Recentemente mi accosto ai termini “musica” e “musicale” con forte sospetto, e li sostituisco volentieri con “suono” e “sonoro”, se non altro per prendere le dovute distanze da quell’equivoco che ha da sempre affiancato, o sottinteso, alla parola “musica” il termine “linguaggio”.
La musica non è un linguaggio, non lo è più, o meglio, non dovrebbe più esserlo.
Se lo fosse presupporrebbe un significato, tra l’altro condiviso, che viaggia da chi la scrive, a chi la esegue per depositarsi infine in chi la ascolta, la quale cosa è una palese assurdità, che vorrebbe la musica ancora schiava della lingua e della comunicativa.
La musica non comunica mai nulla di definito o di definibile, ammesso che desideri comunicare qualcosa oltre se stessa.
Se esiste un significato in essa, questo le è attribuito dall’ascoltatore, in modo chiaramente arbitrario e personale.
Non a caso si sente spesso dire che una tale musica ha “comunicato” qualcosa ad A, ma un qualcosa di completamente diverso a B.
Quale sarebbe quel linguaggio che pone il significato non in colui che parla ma in colui che ascolta?
Immagina un uomo che proferisca parole senza sapere minimamente quale significato esse abbiano.
Ed immagina il destinatario di queste parole annuire, mostrandosi completamente consapevole del “senso” che giace in esse.
Te la sentiresti di chiamarlo linguaggio?
Paradossalmente io lo definirei, in apparente completa contraddizione con quanto detto prima, un linguaggio, sì, ammesso però che la definizione di linguaggio venga profondamente riveduta e annetta come suo presupposto essenziale l’incomunicabilità, e vuoi anche la contraddizione, tra segno, suono e pensiero.
Se volessimo ridefinire il termine linguaggio, lo chiamerei una delle infinite forme di essere fraintesi, ammesso che esista qualcuno che voglia dare un significato a qualcosa.
Ma parlarne ora renderebbe ancora più lunga questa sorta di premessa alla risposta che, giuro, sono in procinto di darti.

Mi chiedevi da dove e come nascano le mie idee musicali (sonore).
Ti direi innanzitutto che esse si relazionano necessariamente ad un’idea di suono, di sonorità.
Che esse poi si leghino a suggestioni extra-sonore è altresì vero, ma queste ultime sono essenzialmente “incidenti” a cui la materia sonora in qualche modo si lega e si confonde.
Se così non fosse si rischierebbe di scadere in una mera parafrasi-traduzione di un pensiero che all’origine non contempli il suono in se stesso e che lo renda dunque un mero veicolo di trasmissione di concetti altri che appartengono ad una sfera che con il suono ha poco o nulla a che vedere.
Qualsiasi idea sonora si sviluppa poi nel tempo che è la dimensione necessaria alla percezione della sua manifestazione, un tempo che, ahimè, è kronos, ossia linearità di un presente che verso un futuro diviene passato.
Ma questa linearità è solo l’umana percezione del tempo di cui tra l’altro la sequenza passato- presente-futuro ne è solo l’interpretazione più conosciuta.
In “Logica del senso” Gilles Deleuze spiega molto chiaramente come la condizione del divenire sia sempre bi-univoca, secondo cui non esiste solo un passato verso un futuro ma anche, e contemporaneamente, un futuro che diviene passato.
«“Alice cresce”. Vuol dire che diventa più grande di quanto era prima ma al tempo stesso significa che diventa di più piccola di quanto non sia adesso.
Certamente non è nello stesso tempo che Alice è più grande o più piccola. Ma è nello stesso tempo che lo diventa». (Deleuze).
Così, a titolo di curiosità: l’Alice di cui parla Deleuze è quella del romanzo di Lewis Caroll, “Alice nel Paese delle meraviglie”, opera di cui il filosofo francese ci fornisce un’interessantissima chiave interpretativa.

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