martedì 4 agosto 2009

Sarah Ledda, "Imago Dei"

Solo apparentemente i quadri di Sarah Ledda, che a distanza sembrano perfette riproduzioni di fotogrammi di film, parlano di cinema, del cinema soprattutto hollywoodiano degli anni cinquanta. In realtà, essi rimandano a un’esperienza individuale, a un percorso interiore; sono immagini della memoria, reminiscenze nitide di attimi del passato, che non esauriscono il loro significato nella rievocazione di un momento individuale esteticamente intenso, ma anzi attivano relazioni impreviste, analogie sottili e poetiche, con un’altra stanza della mente, quella che conserva l’esperienza del sacro e il senso della spiritualità.
I due bambini di Mary Poppins intenti a guardare su per il camino sono altro: i loro sguardi meravigliati sono gli stessi di chi, Al terzo giorno (ecco il titolo del quadro), recatosi al sepolcro, lo vide vuoto. È sovente lo sguardo il legame sottile tra un mondo e l’altro, la porta socchiusa tra la stanza dei film impressi come esperienze reali e la stanza delle figure sacre. Lo è anche nei volti sorpresi, intensi, sofferenti, stanchi a volte, delle attrici (le più famose, ma spogliate della loro fama, restituite a una umanità priva di finzioni, colte, forse loro malgrado, in istanti in cui non recitano, ma sentono, e dunque vivono).

Al terzo giorno, 2009, olio, 200x230 (foto P. Gabriele)


Così, mentre ci avviciniamo ai quadri di Imago Dei (a San Lorenzo, Aosta), ci vergogniamo un po’ di essere cascati in un equivoco iniziale tutto nostro, di aver preso cioè queste tele per un virtuosistico duplicato a olio di fotogrammi: vediamo il tratto inspessirsi, le tracce di colore definirsi, e al contempo sfumarsi i contorni delle figure: siamo nella pittura, non nel cinema, una pittura fatta di pennellate e accostamenti cromatici, generosa negli impasti, saldamente ancorata a una tradizione precedente di secoli al cinema. Leggiamo poi i titoli: e vi troviamo la conferma di un rimando a un mondo iconografico, quello della pittura di soggetto sacro, inaspettatamente evocato accanto a quell’altro mondo iconografico, quello del cinema di ieri.
Quella di Sarah Ledda è pittura che si presta al contatto con altre forme espressive: intanto richiama la parola (la Parola, verrebbe da dire), la cerca (“tolle, lege, tolle, lege”). Ma non solo: abbiamo visto tempo fa, in una serata per altri versi non memorabile, un ritratto di Bette Davis (Retroscena) reggere imperturbabile le inquiete provocazioni digitali che vi proiettava sopra Riccardo Mantelli – ed era un incontro tra forme espressive lontane, eppure avvinte da una strana, commovente solidarietà.
In modo analogo, in occasione di Imago Dei un’ambiziosa composizione morbidamente eclettica di Christian Thoma accompagna la visione dei dipinti combinando cinque secoli di musica sacra e imprimendo all’evento un carattere rituale.

Maddalena, 2009, olio, 44x44 (foto P. Gabriele)

Immagino il momento in cui Sarah trova, nell’intrico di possibili legami tra Hollywood e spiritualità, proprio quello che le suona il più giusto: è un momento di piacere estetico intenso, in cui si coglie una logica, un ordine nel guazzabuglio dei propri pensieri, e si sente anche di poterlo comunicare agli altri, di mettere la propria sensibilità di artista al servizio degli altri, a dipanare i guazzabugli altrui. È il momento in cui si sente di poter dire una cosa dicendone un’altra, o meglio in cui, dicendo una cosa, se ne dicono tante, tutte vere, e si dà a chi ci ascolta, o osserva, o legge, una chiave di decifrazione, perché provi le stesse emozioni.

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