domenica 23 agosto 2009

Wunderkammer: Museum für Fotografie

Il Museum für Fotografie di Berlino, dedicato a Helmut Newton, è irritante, ma conserva qualche motivo di interesse. Non sono i nudi di modelle dall’arroganza di maniera, o i ritratti degli stilisti, che si atteggiano a grandi artisti, da veri parvenus. Non è nemmeno, per carità, la strabordante sezione su Helmut Newton, che sembra beatificarne il gusto per il kitsch, per la provocazione da rivista da sala d’attesa, il compiacimento ormai inattuale per lo sgarbo da salotto. Tutto questo, dicevo, irrita. Sono invece certi ritratti di vecchiaia, anzi di decrepitezza, impietosi, a valere la visita. C’è un Dalì in particolare, più morto che vivo, attonito, con un tubo bianco che fuoriesce dal naso e subito sparisce tra le pieghe della veste da camera inutilmente sfarzosa. Altri vecchi (magnati, mogli di magnati, attori) esibiscono rughe immense, pelli geologiche, e non sai se il ritratto – quel ritratto – è stato carpito loro con l’inganno, o se sono stati al gioco, al momento dello scatto, o se da ricconi non hanno ritegno a ostentare quelle rughe profonde come piaghe, le palpebre inerti, la bocca una piega tra mille altre. O, più tristemente, se avere il ritratto di maniera di Newton, in bianco e nero, da un’inquadratura un po’ obliqua, fintamente casuale, non del tutto a fuoco, come di malavoglia, avere quel ritratto, dicevo, basta a giustificare ogni possibile risultato, anche il più offensivo.
La vera galleria degli orrori è però in una saletta dedicata a gli scatti della moglie di Newton, fotografa anch’essa. La vecchiaia in sé non ha nulla di orribile, intendiamoci: gli acciacchi del declino d’una vita possono infastidire o intenerire o preoccupare, ma certo non provocano orrore. Ma quelle vecchie dame dipinte e n posa, come dopo una seduta nell’atelier di Niki de Saint-Phalle, mettono paura e angoscia (non tutte: una scrittrice, con dignità, finge di leggere un libro, e ha tenuto ben lontani i damerini del trucco); e non basta il sospetto di un’estrema prova di autoironia in chi gioca a fare la silfide e sorride fino a rivelare l’attaccatura della dentiera. Tranne rare eccezioni, i due fotografi sembrano aver lavorato con programmatico cinismo sul peggio dei loro soggetti: che docilmente, e senza dover cercare troppo a fondo, hanno dato il peggio di sé.

1 commento:

Luca Dipierro ha detto...

Gran bel pezzo Claudio.