sabato 10 ottobre 2009

Due sonetti di Clodoveo Moro

Donna, ché più non fiati? O tu, favella,
ch’a nulla val lassar nel brago vile
chi t’aiutò servente presto e umìle
te riputando savia quanto bella.

Vegg’io gl’amanti andar in lunghe file
ad implorar, come se a Compostella
gìan pellegrini, schiavi d’un’ancella
ch’ora muta li sbuccia in un bacile.

Son io tra lor, e reggo invano un cero:
a te l’infoco, a te mesto m’immolo
se vale a riportar contento vero;

per te mi ficco in un puntuto brolo,
per te spungo dal cor lo spesso siero,
per te sprezzante, ora tutto mi scolo.

*** *** ***

Fato crudel che vuoi ch’i’ lasci Clara,
dunque timor non hai de le vendette
humane? Ghigni d’ogne sorte amara,
e storte rendi quelle che son rette.

Nessuno a te s’oppone, e tu non smette
di dar a ogne letizia grama tara,
sicché questa il piacer che quella mette
ne toglie, e pur vota lascia la gara.

Iniquo fato, d’afflizion ti godi
morendo ciò che la natura impone,
et hai in grazia l’odio ‘n guisa di lodi:

sappi però che mai la donna mia
vorrò scordar nel canto o in orazione
finch’ella giunta al Parnaso non sia.

(Dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923)

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