venerdì 9 ottobre 2009

Sintonie: Morfeo


Marta Raviglia e Manuel Attanasio sono i componenti di Morfeo, il duo vocale che uscirà a giorni con un cd pubblicato da Monk Records ("A Rhyme"). Ho avuto il privilegio di ascoltarli in anteprima e il piacere di scrivere queste note di copertina. Si veda anche http://www.monkrecords.it/artisti/morfeo

Morfeo non è semplicemente un duo vocale che, moltiplicandosi, si comporta come un coro. Marta e Manuel cantano, certo, ma ringhiano anche, rantolano, soffiano, sbuffano, nel bel mezzo di una melodia distesa si inceppano o si inerpicano innaturalmente, come se qualcuno lavorasse di manopola per dispetto o per sbaglio, ridono, piangono, minacciano, blandiscono, rischiano il soffocamento, tentano polifonie mongoliche, bamboleggiano, russano, si perdono, litigano, si concedono un virtuosismo, poi la parodia del virtuosismo, poi la parodia della parodia… Quello di Morfeo è un gioco serio, concentrato, come i giochi di quando si è bambini e si indagano le possibilità dei suoni che ci escono di bocca e si sfidano le convenzioni e le etichette degli adulti.

Dietro questi guizzi, questi borborigmi, e le urla, i singhiozzi, senti la lezione dei grandi sperimentatori degli ultimi decenni – la Berberian, certo, e in generale lo studio di Berio sulla vocalità e sul folklore, ma anche Meredith Monk, Norma Winstone, Sainkho Namchylak, Demetrio Stratos, Dean Bowman… Ma inseguire le ascendenze e i possibili modelli ha senso fino a un certo punto, di fronte alla ricerca di Marta e Manuel, che partono sempre dalla propria voce, e da quella dell’altro, nutrendosene, e procedono per espansioni e rifrazioni: la combinazione crea attriti, tensioni irrisolte, disturbi stridenti, ma sa aprirsi anche a momenti di intesa e di tenerezza, che non sai quanto potranno durare, ma intanto ci sono, prima che un’ondata inaspettata di suoni o rumori li cancelli o ne alteri il senso.

Pensa alle poche note di pianoforte con cui si apre A Rhyme, e che sembrano introdurre un paesaggio bucolico, che il canto di Marta espande e colora: non fai in tempo a indugiare in un ristagno di malinconia appagata, che quel paesaggio sonoro è turbato da versi trafelati, che lo increspano irrimediabilmente. Oppure pensa a Unn, a quel sottofondo di monaci tibetani, inebetiti dietro al loro mantra, e al folletto capriccioso che declama in primo piano – o a Salty Jewel, in cui la voce un po’ alla volta si discosta dallo stile giocosamente jazzistico dell’inizio, con una libertà che solo chi ha una padronanza perfetta dei propri mezzi può concedersi.

Sono poche le parole intelligibili, concentrate in alcuni momenti. Farfugli, invece, assoli strumentali, melopee in lingue inventate, jodel, falsetti, sibili, cigolii, distorsioni heavy metal, vibrati belcantistici, melismi orientali, filastrocche infantili, loop notturni, versi di uccelli crepuscolari, belati, e i gorgheggi di Manuel che si fanno rumore bianco, poi si trasformano in ritmo percussivo, poi ronzano gravi come un didgeridoo… A volte il contrasto si appiana, e ti chiedi d’improvviso di chi dei due sia la voce che senti stagliarsi sulle altre.

È una musica che nasce da un nulla, da un balbettio o da un canticchiare confuso, da sfarfallii della coscienza, e come i pensieri nel dormiveglia procede tentoni, per associazioni alogiche, per suggestioni analogiche, per sobbalzi, per perturbazioni spaziotemporali… Pesca nel calderone delle esperienze passate, giocherella con i déjà vu, e in questo percorre una via espressiva che non sia definibile o catalogabile per generi, e che sia indifferente alle convenzioni (e figuriamoci alle leggi del mercato). Butta all’aria le strutture consolidate con la giocosità assonnata di un bambino un po’ malinconico colto da un mezzo sonno la sera.

Tra i tanti piccoli gioielli che compongono questo disco si prenda My Bonnie, che sembra seguire un pensiero narrativo. Senti il canto di Marta, che nel silenzio di una stanza enuncia con pacatezza materna la prima strofa, come per indurre al sonno un bambino restio; senti poi aprirsi strati di reminiscenze, paesaggi mentali, vasti come solo nei sogni appaiono, e solo ai bambini; e poi, placatisi questi, torna la voce, ma trasformata, soffocata in un sussurro, e ti chiedi se sia la madre di prima, che per consegnare al sonno completo termina la sua nenia prima di andarsene, o non sia piuttosto qualcos’altro, che posatosi sul cuscino dopo l’uscita di scena della madre ne prende il posto, per sussurrare al bambino un finale imprevedibilmente macabro; e quando Marta lascia in sospeso la conclusione, mangiandosi l’ultima sillaba, resti con il fiato sospeso, in attesa, e scopri di aver smesso di respirare per qualche secondo.

Colpisce l’essenzialità di questi momenti. Capita che un duo, nel tentare di superare i limiti oggettivi dell’essere costituito appunto solo da due musicisti, si lasci cogliere da una tentazione – come dire – sinfonica: e carichi di suoni, gonfi di armonie, attraverso un accanito lavoro di sovraincisioni che suggerisce a volte un horror vacui. Morfeo vuole invece sfidare l’ascoltatore a esplorare gli spazi vuoti, l’immensità dei silenzi attorno alle due voci e ai suoni. Morfeo permette di assaporare questi silenzi come un elemento attivo della costruzione musicale, la sottrazione come un arricchimento del tessuto compositivo. Marta e Manuel procedono spesso in punta di piedi, e per effetto del vuoto quei passi si sentono, come si sentono i respiri, i sospiri, le lievi esitazioni, i piccoli rumori organici che produciamo senza accorgercene. Quanto agli strilli, nel silenzio tagliano la pelle.

Certo, non mancano sorprendenti eccezioni, i pieni, le tumefazioni corali. Red Bug, il primo brano, si satura fino all’inverosimile, fino a sfiorare il rumore bianco, per interrompersi di colpo, sulla soglia del dolore. In Fix in Medio, Manuel detta non solo il ritmo indolente, ma spalma strati di un’armonia dilatata, su cui adagia assorto i suoi vocalizzi. E 1, 2, 3, 4 & 5, uno scherzo tinto di jazz e funk che inizia in sordina e diventa poi una marcetta grottesca, è gonfiato via via di voci e di strilli, e di fronte a questa parata minacciosa non sai se sorridere o rabbrividire, perché tutti i passi di marcia, anche quelli più scanzonati, hanno un retrogusto di armi, polvere e guerra. La traccia fantasma, Daylight, sembra voler chiudere con un bozzetto di serenità impressionista, a due voci. Ma per quell’accartocciare sullo sfondo, e soprattutto per ciò che abbiamo ascoltato fino a quel momento, non ci sentiamo tranquilli. La vera dimensione di Morfeo è quella imprevedibile, volatile, ambigua, talvolta sinistra, del sogno.

Nessun commento: