lunedì 28 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": il romanzo storico (e "Rapsodia su un solo tema", già che ci siamo)

Scrivevo qualche settimana fa, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/12/13/dibattito-sul-romanzo-storico/.
È magnifico che il romanzo storico sia ancora così vitale! Chi lo avrebbe detto, solo pochi decenni fa? I problemi che lo scrittore di romanzi storici affronta, e che sono delineati nelle domande di questo blog, sono quelli di due secoli fa, è vero, e il fatto che ci si interroghi ancora su questi problemi rivela forse l’impossibilità di risolverli in modo definitivo: ma questa per me è una forza, un vantaggio. Non c’è una ricetta per il romanzo storico, un dosaggio perfetto tra vero e verosimile, tra documentazione e invenzione. Probabilmente la cosa più essenziale è che ci sia vita, in quelle pagine, che l’erudizione non soffochi i caratteri, che la ricostruzione non schiacci le figure, o non ne faccia delle figurine. Il rischio dell’incongruo c’è sempre, ma forse non è così importante: in fondo, nel più ingombrante modello di romanzo storico della nostra letteratura non ci sono popolani lombardi del Seicento che parlano come borghesi fiorentini dell’Ottocento?
Allo stesso modo, la storia con la esse maiuscola (perdonate il luogo comune) non dovrebbe fare da fondale, l’epoca non dovrebbe essere intercambiabile con altre epoche. Credo sia importante che abbia una sua necessità – e che siano tirati dei fili tra quell’epoca e la nostra, ma sottili, o diventa tutto troppo facile.

E continuavo, rispondendo a una cortese suggestione di Massimo Maugeri.
il “romanzo storico” di cui mi chiedi conto (te ne sono davvero grato, en passant) è bell’e che finito, e attraversa quella fase tormentata che precede la stampa. Si intitola “Rapsodia su un solo tema” e uscirà a marzo nella collana Pretesti di Manni. È “storico” a modo suo, nel senso che, dopo due romanzi che erano, anche se in parte e tra molte virgolette, riconducibili alle indeterminatezze nebbiose del genere gotico, ho sentito il bisogno di cambiare atmosfere e temi per misurarmi, sia pure di sbieco, con alcuni aspetti della storia del Novecento. Ho dato vita così a un vecchio compositore russo che le vessazioni subite in passato hanno reso disincantato e stanco, e a un giovane e ambizioso compositore di Philadelphia, e li ho fatti incontrare. Nel ricostruire i decenni più controversi della storia dell’Unione Sovietica ho inventato situazioni e personaggi, facendo emergere, accanto alla storia reale, una storia immaginaria, sotterranea, fatta di figure torve e paradigmatiche, musicisti falliti e potenti e capricciosi censori; ho seguito lo stesso procedimento nel delineare il milieu intellettuale statunitense di oggi (della metà degli anni novanta, cioè), mescolando a nomi reali nomi fittizi. Una delle domande che “Rapsodia” romanzo si pone è: si può mantenere una certa dose di libertà espressiva in una condizione di continua prevaricazione? Si può rimanere se stessi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle imposizioni di un potere coercitivo?
Ho alternato pagine diaristiche ad appunti, ad abbozzi saggistici, a verbali di interrogatori, a schede critiche di analisi di partiture inesistenti, e ai capitoli della fantasticheria settecentesca Viaggio musicale nel secolo ventesimo, un libello alla Swift (o alla Cyrano de Bergerac, o alla Rétif de la Bretonne) scritto da un antenato del russo; vorrei insomma dare al lettore l’impressione di trovarsi tra le pagine di un’opera in fase di elaborazione, la cui calcolata incompiutezza troverà una ragion d’essere solo alla fine del romanzo.

Concludevo - ma fino a un certo punto - così.
Secondo me, uno dei rischi che corre lo scrittore che si dedica al romanzo storico è di ingombrare la scena di oggetti di antiquariato, viscontianamente, colto dall’ossessione di trasmettere il colore, il senso, l’odore dell’epoca. Il buon romanzo (anche quello storico), credo, sa evitare il sovraffollamento, l’affastellamento di oggetti, la carta da parati i soprammobili i capi di vestiario i complementi d’arredo le armi i cappelli le parrucche i fregi gli stucchi i ricettari, e sa applicare la provvidenziale tecnica della reticenza e dell’ellissi anche nella ricostruzione del passato.
La storia della Unione Sovietica appare di sfuggita, nel mio prossimo romanzo: eccola nelle note a piè di pagina, o in certi inquadramenti delle pagine più analitiche. Allo stesso modo, l’ambientazione statunitense resta implicita, il mondo universitario in cui lavora il giovane americano è appena accennato – lo stesso si può dire della ricostruzione storica del Settecento. Prendono più spazio i momenti privati, in entrambi i casi, le vicende individuali, o un tipo particolare di storia parallela che si sovrappone alla storia reale, ne amplifica determinati aspetti, ne è la parodia o la versione iperbolica. Mi sono sforzato di non colorare con riferimenti convenzionali la vita dei personaggi, la loro collocazione in determinati ambienti: va bene, c’è un samovar, ma è elettrico – soprattutto, non scorre vodka a fiumi.

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