sabato 16 gennaio 2010

Maestri, allievi: a proposito di "Rapsodia su un solo tema".

Forse insegnare consente a chi scrive di lavorare di persona su uno dei temi più forti e affascinanti della letteratura, il rapporto tra maestro e allievo. I ruoli sono quelli, cambiano il contorno, l’ambientazione, le circostanze.
In “Rapsodia su un solo tema” ho toccato il tema di questo rapporto. L’ho fatto senza volerlo – ci sto pensando adesso. Ma certo Ethan Prescott vede in Dvoinikov un maestro (nell’arte della composizione, d’accordo, è questo è ovvio: ma anche, in fondo, nell’arte della vita, nella capacità di districarsi nelle difficoltà e nelle tragedie senza rinunciare a se stesso). Dvoinikov è dapprima per lui un maestro ideale, uno di quei senatori della musica colta di cui appendere il ritratto nello studio: ma diventa, attraverso gli incontri, un maestro reale, la cui malinconia è tangibile, il cui corpo porta i segni del tempo e della storia. Dvoinikov diventa, in un certo senso, un maestro di intensità di sentimenti, di dolore e di controllo del dolore, di silenzio e di uso stoico della sconfitta. Prescott impara da lui quello che la vita ancora non gli ha insegnato: il sapore della delusione, il brivido dell’abbandono, la stanchezza dei sensi, il sarcasmo rivolto a se stessi, l’amarezza succhiata come una caramella, la consapevolezza della propria grandezza di fronte all’oblio di tutti gli altri. Impara da lui altro, anche: l’economia dei mezzi (è troppo facile esprimersi con tante parole, o tante note: più difficile è l’uso di armonie striminzite, di soluzioni asciutte, in cui non è possibile barare). Anche Carl Thalberg, il compagno di Ethan, jazzista, è un uomo in cerca di maestri: ma nel suo caso si tratta del tentativo di trovare una legittimazione di sé e della propria musica attraverso l’appoggio ad auctoritates indiscutibili. Qui, nel suo atteggiamento, si sente un’ombra di inferiorità.

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