domenica 21 febbraio 2010

Ancora su "Le larve": un'analisi di Norma Stramucci

Norma Stramucci, insegnante e poetessa, autrice del recente, bellissimo "Lettera da una professoressa" (Manni, 2009) e di ispirate raccolte di poesie ("Erica", "Del celeste confine", "L'oro unto", tutti Manni), ha scritto queste dense considerazioni sul mio "Le larve", incentrate sul tema del conflitto tra padre e figlio e sul rapporto con la letteratura del Primo Novecento. Le pubblico qui, con grande piacere.


Ricco e complesso, il romanzo di Claudio Morandini, Le larve, Pendragon, 2008, ripropone al dibattito letterario un tema tipico della grande narrativa del primo Novecento, quello del conflitto tra padre e figlio. La prima figura che viene in mente è Domenico, il padre di Pietro in Con gli occhi chiusi di Tozzi. E’ un uomo violento che esterna la propria virilità come simbolo di potere, che castra il proprio figlio imponendogli prove di forza che lo vedranno sconfitto e vinto. Anche Zeno Cosini, in La coscienza di Zeno, di Svevo, deve al padre la propria nevrosi e prova inconsci impulsi ad uccidere l’uomo che però lo umilia fino alla fine, schiaffeggiandolo, seppure incosciente, prima di morire. Ma se la forza di questi due padri può essere accostata al carattere despota di un nonno-padre, l’inettitudine di Pietro e Zeno si trasforma in qualcosa di diverso nel protagonista del romanzo di Morandini, più vicino semmai a chi riesce, o meglio, crede di riuscire, nella ribellione: ad Aligi che commette il parricidio in La figlia di Iorio di D’Annunzio, a Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno, centomila, di Pirandello, che pure, seppure simbolicamente, attraverso lo schiacciamento di uno scarafaggio, uccide il padre.
Che dai padri despota occorra liberarsi lo confessa anche Kafka nella famosa Lettera al padre del 1919: la propria “inabilità spirituale al matrimonio” è dovuta al rapporto “particolarmente infelice” che ha avuto con lui con il quale, consapevolmente, vuole troncare, il più nettamente possibile, ogni legame.
Il rapporto conflittuale tra padre e figlio scorre per tutto Le larve, complicandosi ulteriormente sia mediante l’avvicendamento generazionale, sia attraverso la confusione dei ruoli: l’arroganza del vecchio despota si manifesta fin dall’inizio della sua acquisita fortuna economica ma egli stesso ha, presumibilmente, ucciso i propri genitori, vergognandosene. Vergogna nei confronti del padre, e disprezzo e fantasie omicide, sono provati anche dal protagonista.
Il fatto è che le figure e i ruoli si sovrappongono (così come gli stessi piani temporali): se il nonno in realtà è il padre, il padre diventa fratello; se il nonno è padre di Aldina e di Saverio, si maturano due incesti. E Saverio, una sorta di alter ego del protagonista, pure ha un padre (falso, anche in questo caso) giudicato indegno:
“No, dal primo giorno avrebbe riso con me di quel suo padre, se lo avesse ritenuto tale. Ma forse –pensavo- non me ne aveva parlato perché tanto indifferente a quell’uomo privo di spirito vitale da non ritenerlo nemmeno degno di una freddura. E forse –perseveravo- era indifferente a lui perché sapeva che non era suo padre.” (p. 93)
A voler rendere conto della logica dell’intreccio aiuta la figura del figlio del protagonista: un bambino che consente all’uccisione del bisnonno, attraverso la scoperta –e l’accettazione- di vermi che il tempo ha eletto a distruttori del suo inquietante ritratto, ma non a quella del nonno malato. Un bambino dunque equilibrato, privo anche dei segni della licantropia da cui erano affetti bisnonno e padre; che con i vermi può anche, senza ribrezzo, giocare, ma che non si nutre di larve come i suoi progenitori; che vive serenamente in una casa-labirinto perché non ha e non avrà la necessità di esplorarla, respirandone gli angoscianti segreti che nasconde. La casa-labirinto è infatti il luogo delle malefatte; i sotterranei e i piani alti ricordano la metafora del kafkiano Il Castello: c’è chi compie il male e chi lo subisce ignorandone la ragione.
E dunque, se nel primo Novecento, pur producendo ribelli e inetti, il rifiuto del padre può essere facilmente inquadrato e spiegato, dal momento che è il tempo dell’esaltazione della giovinezza -e lo dimostrano il Futurismo, l’Espressionismo in ambito letterario; il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario in quello politico-, oggi spinge un autore del calibro di Morandini all’uccisione dei padri e a inventare un personaggio né del tutto ribelle, né del tutto inetto, qualcosa di diverso e di non ben definibile: la rappresentazione di una società indegna, dove ancora sono incomprensibili le logiche di chi esercita il potere, gestisce il male, e di chi, anche inconsapevolmente lo subisce, ne è vittima eletta (Aldina), ma dove, in uno spiraglio di luce, nasce il puro (il bambino).
Atmosfere gotiche, natura cupa, sono dietro a una storia in cui gli uomini, a parte Saverio, non hanno nome; né lo ha la madre, quasi a testimoniare una sorta di alienazione dell’uomo nel mondo odierno; il perturbante è mirabilmente diffuso tra le pagine:
“Con la lingua allacciai una larva, che sollevai fino alle fauci. […] Masticai la larva con lentezza: la lasciai disfarsi tra i molari, finché non diventò un denso impasto amarognolo che mi scivolò nell’esofago come sciroppo.” (p. 173)
Una prosa chiara, lineare e colta quella di questo romanzo che vuole esprimere senza sottintendere (persino per gli omicidi non c’è suspence. Il colpevole è noto prima di essere tale), e che per questo si serve tanto diffusamente del paragone: “come scogli aguzzi”; “come un rito sacro”; “come un re”; “come timpani”; “come lingue” (p. 98).

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