domenica 28 marzo 2010

"A gran giornate": un abbozzo di variante per la scena precedente

«Partiamo da una cosa facile facile. Il procedimento dialettico della realtà».
«…».
«Niente? La coincidenza tra realtà e ragione?».
«…».
«Guarda che sono domande da scuola media».
«Tutto ciò che è reale è… è…».
«È!» dice trionfante Nathan. «Tutto ciò che è reale è! Da qui non si scappa!».
«È razionale, Nathan».
«Appunto, dico».
«E viceversa».
«Certo. Ma stavo per dirlo».
«La funzione giustificatrice della filosofia».
«Eh».
«Parlamene, Nathan».
«Non che ci sia da aggiungere altro in merito».
«Però qualcosa c’è».
«Certo».
«Per esempio?».
«…».
«Va bene, Nathan, dimmi le triadi. Le famose triadi».
«Ah, le triadi!».
«Fammi un esempio di triade hegeliana».
«…».
«L’idea in sé…».
«Sì…».
«Fuori di sé…».
«Sì…».
«E che torna in sé».
«E siamo a tre».
«Non me ne hai detta nemmeno una, Nathan».
«È che lei mi mette soggezione, signorina Erminia».
«Un’altra triade, coraggio. Ora tocca a te».
«Be’, ci sarebbe l’idea in sé, quella fuori di sé, e…».
«Questa l’ho appena detta io, non vale più».
«Davvero?».
«Lo spirito. Pensa allo spirito, Nathan».
«Lo spirito santo?».
«Lo spirito soggettivo, oggettivo, e…».
«E…».
«E?».
«E…».
«E assoluto! Nathan!».
«Sì, signorina?».
«Non sai nulla! Le triadi! Tesi, antitesi, sintesi! Un, due, tre! Hegel è tutto qui, nelle triadi!».
«Ma se lei non mi lascia il tempo di rispondere…».
«Nathan, andiamo!».

"A gran giornate": una scena espunta

La Musetti si sistemò gli occhiali sulla punta del naso, si voltò a fissare Nathan e notò tra le sue mani il grosso libro. Dalla porta aperta e subito chiusa erano entrati due o tre pappataci, che ora ronzavano perplessi tra gli scaffali.
«Glieli cerco? Glieli schiaccio, signorina?» disse Nathan, premuroso.
«Ci penserò io più tardi. Che cos’hai lì?»
«Ehm… Le restituirei il libro, signorina.»
Con due giorni di anticipo sulla scadenza del prestito, calcolò a memoria Ermina. La cosa la insospettiva. «Sicuro di averlo letto con attenzione, Nathan?»
L’altro annuì, guardando verso i pappataci che, precipitati a terra a zampe all’aria, ruotavano nel tentativo di raddrizzarsi.
«E come ti è sembrato, Nathan?»
Lui cercò le parole giuste, per qualche secondo. Poi rispose, incerto. «Carino. Sì, carino, direi.»
«Carino? Hegel tu lo trovi carino?»
«Be’, di sicuro la copertina lo è.»
Erminia gli strappò di mano l’Enciclopedia delle scienze filosofiche e prese a sfogliarla. «Noto che è stata una lettura sofferta.»
«Oh, solo un pochino, ad essere sincero. Non molto, solo un pochino. Quando non ci sono illustrazioni, io...»
Erminia Musetti continuava a sfogliare il volume, ma aveva rallentato. Poi lo chiuse, e lo riaprì a caso. «Vediamo» mormorava, come una professoressa alla ricerca di un paragrafo su cui verificare la preparazione di un allievo, «vediamo un po’.»
«Che sta cercando, signorina?»
Non era la prima volta che accadeva, a Nathan e ad altri frequentatori della biblioteca. La Musetti, colei che il sindaco, memore di certe letture liceali, amava definire la vestale dei libri, si era impegnata ad evitare che gli abitanti del paese restassero all’oscuro delle opere immortali del genio umano. Per questo motivo, ovvero per il bene comune, non aveva voluto che sugli scaffali si trovassero polizieschi, romanzi rosa, fantascienza, spionaggio, manuali sui tarocchi, sull’oroscopo, e altre porcherie. Così, dopo aver sorriso a Nathan per rassicurarlo, disse: «Ho mai posto domande davvero difficili, Nathan?», ma lui non replicò. «Il fatto che spesso voi non sappiate rispondere non significa che le mie domande siano troppo difficili. Significa solo che...»
Si fermò su una pagina: aveva trovato. Non era proprio difficile. Se il sacrestano, che ora la fissava inquieto, a mani giunte, avesse letto con attenzione, magari prendendo qualche appunto, avrebbe potuto far anche bella figura.
«A proposito del giudizio del concetto, nella Dottrina del concetto, Hegel nota in 71(29).2 che esso prosegue come libero, a scacciar da sé l’oggettivo, come attività indipendente
«Certo.»
«E la relazione dice sempre Hegel, la relazione negativa del vivente verso sé forma, come individualità immediata, il… il...»
«...»
«Il presupposto» proseguì lei, con un sospiro, «di una natura inorganica, che sta a lui di fronte, no?»
«Certo.»
«Bene» sorrise Erminia, incoraggiante. «Ora potresti continuare tu.»
«Potrei mica dare una sbirciatina al libro?»
Naturalmente no, suggerì un altro sorriso di Erminia.
«Alle volte aiuta… No, appunto… Be’, stavamo dicendo...»
«Stavamo dicendo» fece lei con pazienza da istitutrice, «che poiché questo negativo...»
«… ivo...»
«… È egualmente momento co… co...»
«Co?»
«Avanti, su.»
«Co… co… cosa devo dire, signorina Musetti?»
«Concettuale. Devi dire concettuale!»
«Ah, sicuro. Stavo proprio per… Concettuale, giusto.»
«… Egualmente momento concettuale del vi…?»
«Del vi…?»
«Del vi…?» Erminia non rideva, non sorrideva nemmeno più. «Nathan» cantilenò, con tono di rimprovero.
«Ormai ho sessant’anni, io, e sono solo un sacrestano, e...»
«Potresti anche essere un arcivescovo, ma devi dire vi-ven-te
«In effetti, stavo per… Ma se lei non mi lascia il tempo...»
La Musetti riprese la citazione. Leggeva scandendo le parole, ma Nathan non osò farle notare che lei stava per l’appunto leggendo. «… del vivente stesso, esso sta in questo, che è insieme universale...»
«… ersale...»
«…concreto...»
«… eto...»
«… come una deficienza
« … ficienza» concluse Nathan, umiliato da quell’ultimo termine. Erminia non proseguì. Andò alla scrivania, prese un foglietto, e vi scrisse qualcosa.
«Ehm… Che sta scrivendo, signorina?»
«Rinnovo il prestito per altri quindici giorni. Così avrai modo di studiare più a fondo il testo.»
Il sacrestano rimase senza parole. La bibliotecaria gli restituì il libro, e gli infuse coraggio con un ennesimo sorriso.
Pure lui sorrise. Il peggio era passato anche stavolta. Ora aveva davanti a sé due settimane, prima di riaffrontare la signora delle biblioteche.

giovedì 25 marzo 2010

"Rapsodia su un solo tema": il booktrailer

Ecco il piccolo film realizzato da Riccardo Mantelli e da me in queste settimane. Partiture, caratteri in cirillico, due matrioske, un Ken, gingilli trovati in casa.


venerdì 12 marzo 2010

"Rapsodia su un solo tema": la copertina



Sarò impaziente, ma voglio presentare la copertina del mio terzo romanzo, pochi giorni prima dell'uscita in libreria. Una copertina che trovo molto bella, e che rafforza la mia idea che il romanzo voglia sembrare un saggio, finga di esserlo, ci provi in parte, un saggio incompiuto, un'insalata di pagine di saggio e di fogli di diario e di appunti e di divagazioni - un depistaggio gentile, che chiede al lettore di stare al gioco, in attesa delle vite dei personaggi.
L'immagine elaborata è una pagina dalla partitura originale del "Rossignol" di Stravinskij: se ne scorgono, nelle parti virate in azzurro, le correzioni, i pentimenti - pochi, per la verità, altre pagine dell'intricata e tormentata opera da Andersen sono assai più pasticciate da aggiustamenti e ritocchi. Mi piacciono il rimando non troppo esplicito a un correggersi (che in Stravinskij, a differenza di quanto sarebbe accaduto a Dvoinikov, non è imposto da direttive politiche, ma dalla vertiginosa evoluzione stilistica di quegli anni) e per contrasto quella grafia ordinata, veloce e precisa insieme, che rimanda a un superiore senso dell'artigianato.
Il raffinato progetto grafico di Vittorio Contaldo evidenzia tre dettagli, inquadrando in basso a destra alcune cineserie parodistiche della celesta e delle arpe al n. 72 della partitura: un momento in cui la musica sembra incantarsi in una fissità da carillon. Quei riquadri (uno, due, o tre appunto) sono una riconoscibile caratteristica delle copertine dei libri Manni, assieme allo sfondo che nel riprendere le immagini in piccolo le ingrandisce, o completa, o colora.

martedì 9 marzo 2010

"Rapsodia su un solo tema": la quarta di copertina

Compare da oggi, sul sito della rivista letteraria "Stilos", tra le novità Manni in uscita tra marzo e giugno (http://www.stilos.it/files/manni_marzo_aprile_2010.pdf), la quarta di copertina di "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov". Ne riproduco il testo.


Nel 1996 Ethan Prescott, giovane compositore di Philadelphia, si reca più volte in Russia a incontrare l’anziano collega Rafail Dvoinikov, per una lunga intervista che è anche l’omaggio di un discepolo nei confronti di un maestro quasi dimenticato. Il titolo del progetto, Rapsodia su un solo tema, rimanda a una delle partiture più emblematiche di Dvoinikov.
Il vecchio rievoca infanzia e giovinezza, incontri, amori, umiliazioni, con la libertà e il disincanto di chi finalmente non deve più rendere conto a nessuno. La sua musica e le sue parole dimostrano che si può rimanere liberi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle direttive di un potere oppressivo.
Schiudendosi come una matrioska, questo romanzo combina tentativi di saggio, pagine di conversazioni e di diario, verbali di interrogatori, trascrizioni da un pamphlet settecentesco, per raccontare di musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano di altri musicisti che immaginano la vita di altri musicisti ancora.
In sottofondo, la Storia, spesso dolorosa ed enigmatica, del Novecento.

venerdì 5 marzo 2010

Blocchi, 3 (da "Letteratitudine")

Mi domanda Massimo Maugeri su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/02/18/blocco-scrittore/#comments, a proposito delle mie riflessioni precedenti.

Sei riuscito, addirittura, a individuare tre livelli di blocco del lettore (ma quale, tra i tre, è da ritenersi il più grave?).
Dalla tua descrizione di “scrittore bloccato”, invece, emerge la figura di uno scrittore con le dita scorticate.
Proponi come rimedio il “darsi alla lettura”. E se lo “scrittore bloccato” è anche preda del blocco del lettore?

Rispondo.

Qual è il più grave dei miei blocchi da lettore, mi chiedi, Massimo: vediamo. Quello da ipersensibilità da correzione di bozze è per fortuna passeggero, dura giusto le settimane “calde”. Del blocco per eccesso di lettura (troppi libri, troppo invitanti) invece non guarirò mai. Ma qui solennemente affermo che, accanto ai libri che non finirò mai, ve ne sono molti che gusto fino all’ultima parola, e senza sforzo, e senza provare delusione. Il più grave dei tre blocchi, temo sia l’ultimo (per me lo è). I libri scritti male. Fossero libri inutili e scritti male, non mi porrei nemmeno il problema, li lascerei lì, negli scaffali della libreria, o in biblioteca, anzi zitto zitto li nasconderei sotto altri libri più degni. Ma la rabbia che mi viene, quando ad essere scritto male è un libro che affronta un tema importante! Il nervoso che mi prende, quando una trama che potrebbe essere accattivante è resa sfocata da una lingua approssimativa, o da una traduzione mediocre!
Quanto al blocco dello scrittore: ne ho parlato perché, appunto, mi trovo sotto bozze, e mi sento ipersensibile ad ogni minuzia stilistica, retorica, grammaticale. Per questo lo scrivere mi sembra caratterizzato da una sorta di sofferenza rimuginante, che blocca appunto, sulle virgole, sulle maiuscole, sul cursus, che so – oltre che sulla caccia alle ultime incongruità. Se invece mi trovassi nella fase esaltante e un po’ irresponsabile della prima stesura, racconterei solo della bellezza dell’inventare storie, della sorpresa del veder crescere spontaneamente le vite e i caratteri dei personaggi. È in quella fase che la lettura si rivela un mondo fertile – la lettura e la vita reale, certo: allora si è tutto orecchi e tutto occhi, non ci si lascia sfuggire nulla, e tutto sembra facile.

Blocchi, 2 (da "Letteratitudine")

Ancora da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/02/18/blocco-scrittore/#comments, ancora sul blocco dinanzi alla pagina: questa volta, messo da parte il pudore, parlo del blocco dello scrittore.

Blocco dello scrittore: pensavo fosse una sorta di mito. Lo scrittore sofferente dinanzi alla pagina bianca, che si rosicchia le unghie. Lo scrittore in un tunnel senza via d’uscita, che si rosicchia le unghie. Fuori, per le strade, la vita: e lui, lo scrittore, che si costringe in casa, si lega alla sedia, non risponde più alle chiamate, in attesa dell’idea. Intanto, si rosicchia quel po’ di unghie rimaste.
Però, certo, può capitare – a chi scrive di mestiere, immagino, a chi scrive romanzi classificabili in un genere che richieda un’architettura implacabilmente solida, a chi tenta il botto o ha appena fatto il botto e non deve deludere le attese.
Esiste un blocco grammaticale, stilistico? Non è questione di idee – quelle vengono – è questione di parole. Di periodi. È opportuno quel contorcimento ipotattico, all’inizio di un paragrafo, o non scoraggerà i lettori che già son pochi? E quella tal parola, suonerà preziosa o pretenziosa? Eccoli, i miei blocchi. Buttar giù una versione provvisoria risolve spesso l’impasse – basta ricordarsene poi, che era un tassello posticcio.
La Atwood dà dei consigli pratici che rivelano un piacevole understatement (parafrasando: “ragazzi, è scrittura, non sarà la fine del mondo, pigliate un po’ di cioccolato, domani andrà meglio”).
Concordo con molti di essi: in particolare con la pratica fertilissima del darsi alla lettura (quante idee vengono, ad aprire libri altrui!).
E non è detto che il blocco sia un male. Ripartire da lì cambiando direzione (lo dice la Atwood,a ppunto). Ho una mia versione di questa strategia: pensare a ogni capitolo come a un primo capitolo (io, l’ho detto a proposito delle mie abitudini di lettore, amo soprattutto i primi capitoli - e anche i secondi, via).

Blocchi, 1 (da "Letteratitudine")

Riporto alcuni pensierini postati (pardon) tempo fa su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/02/18/blocco-scrittore/#comments. Massimo Maugeri invitava a riflettere insieme sul cosiddetto blocco dello scrittore e, di riflesso, su quello del lettore. Per pudore, ho cominciato dalle mie avventure di lettore.

- Blocco del lettore: quando sto dietro alla rifinitura delle bozze divento ipersensibile e le mie insicurezze (stilistiche, perfino grammaticali) si amplificano. Tutto allora mi suona storto, inappropriato, e non solo in ciò che ho scritto, che mi sembra tirato via, ma anche nei libri che sto leggendo, anche nei classici più inattaccabili – perché ne leggo sempre tre, quattro alla volta, ahimè, e lo so che non è una bella cosa, ma non so fare altrimenti. Leggere allora diventa una sofferenza, una condanna a un fare le pulci forzato, una specie di editing insensato, che mi toglie ogni gusto. Guai anche per i compiti dei miei allievi che mi passano tra le mani in quei periodi.

- Blocco del lettore numero due: per sfinimento, per disamoramento, per sopraggiunta curiosità di altri libri, quanti libri abbandono prima di essere giunto alla fine? Non è bello, lo so: ma spesso mi accontento del sapore dei libri, delle immagini che restano, e della persistente e potente sensazione della scoperta iniziale. In fondo, mi dico per giustificarmi, che importa come va a finire il libro? (Ma non mi convinco: il senso di colpa per la mancata conclusione della lettura lo sento, eccome). Paradossalmente, abbandono più facilmente i libri (parlo di romanzi) che sono costruiti apposta per incatenare il lettore: di quanti gialli non ho mai saputo il colpevole, pur essendomi goduto le premesse e una prima parte di intreccio? di quante avventure ho seguito con passione la preparazione, e poi via via ho abbandonato lo sviluppo, magari per dedicarmi a un saggio di linguistica o di narratologia (letto fino all’ultima parola)?

- Blocco del lettore numero tre: i libri scritti male, sciatti, ammiccanti, poco sorvegliati. Non c’è niente da fare. Non ci riesco. Mi incupisco.