venerdì 9 aprile 2010

Sintonie: Giona A. Nazzaro



Nei racconti di Giona A. Nazzaro (“A Mon Dragone c’è il diavolo”, Perdisapop, 2010) vi sono alcune costanti che rendono fortemente compatta la raccolta nel suo insieme. L’ambientazione provinciale, innanzitutto: una provincia del sud, in cui persistono ancora forti tratti arcaici, accanto a tracce di contemporaneità; il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza – o meglio, il ricordo della percezione del mondo che si ha da bambini e da adolescenti, sempre un po’ enfatica, giocata sui contrasti più forti, e su un senso di curiosità che ad un adulto può sembrare sconveniente, perfino morboso; un’umanità spesso dolente, affaticata da un persistente male di vivere, e come incapace di venirne fuori; e infine, e soprattutto, la presenza fisica del male – del Maligno, anzi. Nell’universo narrativo di Giona (nei primi racconti in particolare) il diavolo è un protagonista ossessivo, ingombrante, ansioso di manifestarsi. Predilige le apparizioni sconvolgenti, le esplosioni di crudeltà e di disgusto, ama suscitare l’orrore. A volte, però, il suo operato diventa più sottile, la sua strategia più insinuante: diventa allora un retore del male, gioca con i sofismi, ed ha subito la meglio sulla povera retorica degli uomini. A colpire, a turbare, nei racconti di Giona, è proprio questa presenza indisturbata, opprimente: manca la controparte, manca il bene, o Dio insomma, anche se in diversi momenti vediamo affannarsi i suoi ministri, sacerdoti impegnati in lotte impari, solitarie, perse in partenza. Per un ateo, l’assenza di Dio è anche assenza del Diavolo: il male è, per chi non crede, un prodotto dell’uomo, o di un intricato sistema di concause di cui comunque l’uomo è il maggiore responsabile. Per un credente (un cattolico, diciamo), la presenza del male (e del Maligno) è invece un corollario della necessaria presenza di Dio. Ma nella particolare teologia di Giona A. Nazzaro è proprio Dio a mancare, o a tacere per sempre, il che non cambia di molto il risultato: la teologia si fa demonologia. Il Diavolo dei primi racconti di Giona – per fortuna, aggiungerei io – non è una figura glamour: è ripugnante, spaventoso, è privo di tratti affascinanti, anche quando si limita a concionare è per lo meno antipatico, urtante. Giona non ce lo presenta come un affascinante surrogato di Gesù virato al negativo, un Mefistofele, ma come una presenza angosciante, selvaggia, incontenibile.
Un personaggio così non si affronta con una scrittura piana, con discrezione: e Giona lascia correre sulle pagine una esuberanza di stile che ha del barocco, e che al momento dell’apparizione del Diavolo si accende ancor più. L’eccesso chiama l’eccesso, lo cerca anzi, cerca l’urlo, l’urlo dissonante, l’eloquenza enfatica, una veemenza congestionata.
Ma i racconti di “A Mon Dragone c’è il Diavolo” non sono tutti incentrati su quest’ultimo. L’angoscia della morte si carica di un grottesco metafisico in “Novena e veglia”, una fantasticheria in cui il protagonista discorre con l’anima purgante del padre di cui è tornato a prendere le povere ossa per seppellirle altrove; e in “Visioni di Olimpia” il sovrannaturale ha invece tinte pagane, precristiane. In questi racconti, efficacissimi, si coglie un desiderio di fuga inappagato, una malinconia divorante. Sono racconti lenti, e vagano attorno ai fatti, come lo sguardo del narratore vaga attento attorno alle cose.

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