sabato 25 dicembre 2010

Un frammento per un racconto

Mio figlio mi sbircia perplesso, quando tiro fuori dallo scatolone i vecchi betamax per toccarli e pensare a quello che c’era registrato. Da anni non posso più guardarli, perché non ho più l’apparecchio con cui guardarli – nessuno lo ha più. Mi limito a tenerli in mano, li soppeso, metto insieme i ricordi. Questo era la recita di fine anno di cui avevo curato la regia. Questo era “Il servo” di Losey. Questo conteneva riprese da un orribile matrimonio di una cugina, e quando ero triste lo mettevo su, perché mi faceva tornare il buon umore. Questo era la seconda stagione di “Caro papà”, o, se preferite, “Father, dear Father”, che già a riguardarla la terza volta non faceva più ridere, ma non importa, era un mio piccolo culto personale. Questo era un collage di momenti televisivi registrati a caso – ma li aveva registrati per scherzo lei, una sera, per me, e quel caso aveva finito subito per assumere un senso fortissimo.
I betamax. Li ripongo nello scatolone. E intanto penso che presto dovrò procurarmi altri scatoloni per mettere via i vhs, che sono molti di più. Mio figlio ora sorride. Quando gli parlo di vhs sgrana gli occhi – dei betamax sembra addirittura dimenticarsi subito, e riscoprirli ogni volta che li tiro fuori, e ogni volta con un’espressione più attonita. Per lui sono già obsoleti i cd e i dvd, che considera ingombranti e scomodi. Finiscono subito, obietta quando decanto i vantaggi dei dvd. Era la stessa riserva che avevo io nei confronti degli lp, finiscono subito, è tutto un alzarsi a cambiare, dicevo a mio padre scandalizzato, e mi divertivo a vedere la sua faccia tesa, di chi a gran colpi si sente messo da parte.
Mio figlio non sembra assistere ai cambiamenti tecnologici come è capitato a me. Non vede i cambiamenti, perché per lui la vita è un incessante concatenarsi di cambiamenti. Non sente lo scarto, il passaggio brusco, il trauma: né prova l’angoscia dell’adattamento alle novità, la sospensione dell’attesa che calino i prezzi del nuovo ritrovato, o che si assesti la qualità, o che il mercato confermi la bontà dell’aggeggio. Tutto scorre, per lui, che è nato in un’epoca irrimediabilmente fluida. Lo spaventerebbero piuttosto la stasi, l’assestamento, la fase di ripensamento – è un’ipotesi, giacché non vediamo stalli da parecchi anni, ma solo un perpetuum di aggiornamenti. Sembra perfino immune dalla nostalgia – melensa, lo ammetto – che coglie me quando rovisto nei miei scatoloni del passato e ne riemergo con walkman, mangiacassette, registratori a quattro piste. E non arranca, come invece capita a me, a fatica dietro a un presente che si spiega in un linguaggio che non è più il mio: sembra anzi sempre in leggero anticipo, in attesa, dominato da una sorta di persistente languorino – che sa placare a modo suo, cioè con le mie finanze. Per dire: non ha scatoloni, si sbarazza senza rimpianti di ciò che considera obsoleto, fingendosi munifico regala agli amici meno abbienti i congegni superati da modelli più recenti, o li piazza in aste che pullulano di amateur del vecchio. Ho provato a curiosare in quelle aste: la loro idea di vecchio coincide con la mia di nuovo. Me ne sono ritratto non senza una turbata vertigine.
Per consolarmi e non sentirmi vecchio, vado da mio padre. Abita in un quartiere della periferia, in mezzo a certi cantieri che sembrano non dover finire mai. Lo trovo che armeggia con il telecomando, e impreca. Impreca perché Loro gli cambiano i canali della televisione, gli nascondono i programmi preferiti, gli rendono la vita impossibile con tutti quei pulsanti di cui non riesce – non sa, non vuole – memorizzare il significato. Loro, quelli che complottano a rendergli la vita impossibile, sono entità vagamente paurose, capziosamente petulanti. Mio padre non sa andare oltre nella definizione – sa che esistono, che si divertono alle sue spalle, e tanto gli basta. Sono gli stessi che gli erigono cantieri tutt’attorno, riempiendo l’aria di polvere e stridori infernali – li minaccia con il pugno chiuso, da dietro le tendine della finestra.
Lo allontano dalla finestra, cerco di attirare la sua attenzione su qualcosa di facile. Per l’ennesima volta gli spiego come funziona il telecomando, insisto sul fatto che è il più semplice e intuitivo in circolazione, gli ricordo che gliel’ho comprato apposta, gli chiedo dov’è finito il foglietto su cui avevo segnato tutte le istruzioni. Quale foglietto? mi significa il suo sguardo. Trattenendo un sospiro, riscrivo le istruzioni, gli illustro gli appunti parola per parola. No, non gli spiego come registrare, tanto meno come programmare una registrazione – la frustrazione che gli provocherebbe non capirmi lo offenderebbe, e poi mi toccherebbe lavorare sui suoi musi lunghi. Tento di esporgli soltanto come accendere e cambiare canale.
Non era così, una volta, papà. Si era costruito una radio, da giovane, e ne andava fiero, e ascoltava solo quella, anche se la ricezione era mediocre, il suono gracchiante, la sintonia precaria. Ogni tanto la tira fuori da una cassetta degli attrezzi e me la mostra, parlandomene come se non ne sapessi nulla. Gli si inumidiscono gli occhi, mentre ne accarezza le parti impolverate, le valvole annerite e i cavi. Per non vederlo commuoversi, volgo lo sguardo altrove, oltre le tendine, verso i cantieri da cui provengono ronzii e schianti – ma a momenti lo sbircio perplesso.

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