martedì 18 gennaio 2011

Da "Letteratitudine": sempre sulla "rapsodia" (e su "Italia" di Alfredo Casella)



Ma torniamo, per passare il tempo, agli esempi di “rapsodia”.
Musicalmente, una rapsodia prepotentemente caratterizzata è “Italia”, op. 11, 1909, di Alfredo Casella. La si cita talvolta come esempio di kitsch estremo, espressione di un nazionalismo campanilista e già strapaesano – in questo largamente in anticipo sui tempi. Per ammissione dello stesso Casella, questo brano è stato scritto con la volontà entusiastica di realizzare anche in Italia “qualcosa di simile” a quanto Albeniz aveva fatto con il patrimonio musicale spagnolo. Ma più che alla ricerca folklorica “Italia” ci fa pensare a una carrellata di bozzetti regionali impaziente di culminare nella citazione sfacciata e insistita di “Funiculì Funiculà”. La canzone di Giuseppe Turco e Luigi Denza, del 1880, non è certo materiale folklorico (è nata per celebrare la funicolare del Vesuvio costruita nel 1879 e ha quasi un carattere promozionale…), ma nella rapsodia di Casella viene usata, mixata, rivoltata, fugata e strombazzata come un tema archetipico in un’apoteosi che oggi suona un po’ imbarazzante (chissà come l’hanno presa allora). L’”Italia” di Casella finisce insomma tutta insieme a ballare sovreccitata e accaldata sul Vesuvio – en passant, non è la prima volta e non sarà l’ultima che questo torinese dallo spirito cosmopolita sente il bisogno irresistibile di concludere in tarantella.
È un pot-pourri per grande orchestra che sembra nato per essere arrangiato per banda (una banda di virtuosi, d’accordo); la sapienza di scrittura ci impedisce di pensare ad esso come al brano perfetto per un balletto televisivo della domenica pomeriggio – ma intanto lo abbiamo pensato, accidenti. E tutto questo è curioso, perché Casella è stato sempre, anche durante il fascismo, un compositore di apertura europeista, un modernista tutt’altro che provinciale.
Ancora un paio d’anni, e Stravinsky, con colori orchestrali analoghi, ammiccherà a temi popolari russi (talvolta veri, più spesso “verosimili”) nelle parti più caciarone di Petrouschka. Ma mentre Stravinsky ci suona “antiretorico” (la definizione è dello stesso Casella) anche quando sembra intenerirsi, questa pagina, “Italia” cioè, ci appare retoricissima, sin dall’attacco melodrammatico.

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