venerdì 11 febbraio 2011

Intervista a Naif Hérin



Naif Hérin è una delle voci e delle firme più fresche e ispirate della canzone italiana. La sua notorietà è cresciuta anno dopo anno, grazie all’impegno suo e dei suoi collaboratori (tra cui il complice di sempre, Simone “Momo” Riva, musicista e confondatore del marchio “TdEproductionZ”), e grazie a una serie fittissima di concerti e di registrazioni che la vedono sempre in movimento, tra Italia e Francia.
In questi giorni sta ultimando un nuovo album (il quarto ufficiale, dopo “Naif”, 2005, “...è tempo di raccolto!”, 2009, e “Faites du bruit”, 2010, il suo disco “francese”), ma ha trovato il tempo di rispondere ad alcune mie domande sul comporre e sul rapporto tra parola e musica nell’ambito della forma-canzone.
Le belle foto che accompagnano questa conversazione sono di Marzio Fachin.


1 – Come nasce una canzone? Da che cosa parti?
NAIF – Nel cervello ho una specie di ufficio che lavora 24 ore su 24. Raccolgo continuamente immagini, frasi, descrizioni, atteggiamenti, melodie, passaggi armonici, ritmi e me li appunto. Negli ultimi anni ho affiancato alla mia tecnica di “raccolta-sovrappensiero” la “rielaborazione notturna”. Durante la notte una parte di me continua a fabbricare e assemblare idee; capita spesso che in piena notte prenda l’iphone e registri delle idee, per la felicità di chi condivide il letto con me. È una specie di dormiveglia da cui esco solo nel caso che l’idea prodotta sembri sufficientemente interessante al mio subconscio; allora afferro l’iphone e tento di emettere dei suoni a un volume bassissimo, ma a volte mi tocca alzarmi e andare in bagno a registrare. La parte divertente sta nel tentare poi di decifrare le registrazioni… Non sempre ci riesco: una volta ho registrato un motivetto che mi pareva meraviglioso… peccato che fosse una canzone dei Beatles!

2 – Per te è più importante il suono delle parole o il senso?
NAIF – Questa sì che è una lotta feroce! Il suono e il senso, rivali o amanti? Forse quando ho cominciato a scrivere canzoni badavo più al suono, ma con gli anni il senso ha preso piede, e su alcuni brani è diventato la cosa più importante. L’operazione che trovo più difficile è decisamente trovare l’equilibrio tra questi due mondi, ci sono brani in cui la melodia è limitata a poche battute… Il senso ha bisogno a volte di più spazio per “raccontarsi”, in quei casi il suono prende il sopravvento. La sensazione di completezza si raggiunge quando suono e senso viaggiano paralleli, quando il suono descrive proprio il senso delle parole, aggiunge informazioni, e con la precisione di un bisturi va a lavorare nel punto giusto enfatizzando sfumature emotive che sarebbe difficile descrivere usando solo uno dei due mezzi a disposizione. Miscelando il suono e il senso un autore ha una bella gamma di possibilità; ma a questo punto emerge un altro bel quesito: cosa si vuole comunicare e a chi.

3 – Esiste la canzone pop perfetta? Quali sono gli ingredienti alchemici che fanno di una canzone una canzone ideale?
NAIF – Ogni persona credo abbia la sua canzone perfetta, io ne ho un sacchetto pieno. Per un motivo o per l’altro ci sono canzoni che mi emozionano ogni volta che le ascolto e che trovo perfette, che siano pop o meno. La canzone perfetta credo sia per definizione una canzone capace di creare un collegamento con l’ascoltatore, diventa “pop” nel momento in cui riesce a parlare a un pubblico vasto.
Esiste anche “la canzone pop ideale” come una specie di pacchetto offerta salvadanaio messa a punto dall’industria discografica commerciale. Ogni autore, anche quello alle prime armi, ne conosce le regole; si tratta di codici che possono variare un pochino a seconda dell’epoca e delle mode del momento, ma che bene o male seguono degli standard: strofa, inciso, ritornello, seconda strofa, secondo inciso, ritornello, special e ritornello un tono più su, il tutto in tre minuti, con melodia semplice, testo non troppo complesso e concetti alla portata di tutti, arrangiamenti già codificati dalle masse, passaggi armonici senza troppi fronzoli e chiusure vocali prevedibili – insomma una canzone capace di essere canticchiata al secondo ascolto anche dal vicino di casa meno intonato. Anche io a volte faccio i conti con questi codici, sono strumenti che bisogna conoscere, in alcuni casi seguire, in altri evitare. In fondo credo che ogni autore vorrebbe riuscire a scrivere almeno “una canzone pop perfetta e allo stesso tempo di qualità” nella propria carriera.
Esistono anche altri aspetti che incidono profondamente nella buona riuscita di una canzone pop: l’interpretazione, la promozione, il contesto culturale, ecc. In definitiva, credo sia davvero difficile scrivere una canzone perfetta e fare in modo che sia riconosciuta come tale.

4 – Quanto cambiano le tue canzoni nel tempo? Ti piace trasformarle, adattarle alle circostanze e agli organici?
NAIF – La cosa bella delle canzoni è proprio questa. Sono creature mobili, soggette a variare in base all’interprete, al tempo, all’arrangiamento e via dicendo. Col passare del tempo possono essere cambiate, rivisitate, aggiustate, limate, scardinate, distrutte!

5 – E quanto sei cambiata tu?
NAIF – Io credo di essere sempre in metamorfosi, nel bene e nel male, e in questo sono simile alle mie canzoni. Mi piace allontanarmi, perdermi e poi ritornare. Sono una zingara della composizione e credo che il mio continuo vagare mi abbia reso in esperienza e forse meno in “praticità”.
(E qui Naif sorride).



6 – Qual è il contributo degli altri musicisti alla creazione di una tua canzone?
NAIF – Il contributo alla scrittura è variabile. In passato ho firmato brani assieme ai miei collaboratori più stretti; si trattava di un suggerimento iniziale, un’idea di riff, un passaggio armonico, la condivisione di un’emozione che si traduceva in musica e su cui poi lavoravo per conto mio. Negli anni ho coltivato di più la scrittura solitaria, forse per necessità, forse per casualità, o perché nel luogo in cui sono cresciuta non esistono molti veri autori. Ultimamente invece sto lavorando a stretto contatto con altri artisti. La condivisione mi piace, mi diverte, mi rasserena e inoltre permette di raggiungere ottimi risultati, ma certamente richiede voglia di capirsi, qualche rinuncia, stima e rispetto reciproci.

7 – Quando scrivi una canzone per un altro artista, da che cosa parti?
NAIF – Dall’idea di un vestito. Dico sempre agli artisti per i quali scrivo di pensare a me come a una sarta. Inizialmente studio la loro vocalità, il loro repertorio, tento di capire il loro “colore”, tento di interpretare una richiesta oppure propongo un’idea… «Secondo me staresti bene con questo vestito, provalo!». Una canzone è una porta che un artista può aprire e decidere di varcare o di chiudere, l’importante è che la senta sua, che ci si riconosca, che sia credibile. O, per tornare all’immagine del vestito, che calzi il meglio possibile; può anche essere rosso e vistoso, inusuale, ma ideale per una serata, oppure un abito con uno stile da riempire un armadio. Le canzoni vanno sistemate, un po’ come si usava fare negli anni ‘60 e ‘70, quando l’autore partecipava alla produzione del disco attivamente, e se c’era da aggiustare, da modificare qualcosa era lì a disposizione, pronto a fare il suo dovere. Io tento di seguire questa strada, lavoro a stretto contatto con gli artisti, non esiste ora, non esiste luogo, esiste solo la precisione del taglio e la serena consapevolezza del lavoro ben fatto.

8 – E quando ti appropri di una canzone altrui, che cosa cerchi?
NAIF – Anche qui mi piace ricercarne il senso. Ci sono brani apparentemente semplici e “pop” che pensati nell’epoca di pubblicazione portano con sé delle rivelazioni, altri che reinterpretati oggi sembrano dirci che in fondo non è cambiato niente, oppure ci suggeriscono nuove visioni di ciò che li ha ispirati. Mi approprio di una canzone altrui principalmente perché mi piace, stimo l’autore o l’artista che l’ha resa conosciuta. Le “cover” plasmate a dovere aiutano l’economia dei progetti artistici originali, nel disco come nei live… a patto di non esagerare.

9 – Ti piace infrangere le regole, cambiare le carte in tavola, sperimentare nuove soluzioni, stupire?
NAIF – Oh, sì! È il mio peggior difetto! Ma ha volte alcuni miei esperimenti hanno dato frutti inaspettati, quindi non me ne preoccupo più di tanto, mi concentro sulla creazione, sulla ricerca di un’emozione, studio soluzioni, cerco immagini, imbastisco, registro, vado in adorazione per qualche giorno, dopodiché con leggerezza penso: “È solo una canzone!”

Il sito ufficiale: http://www.naifherin.com/
L’articolo su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Na%C3%AFf_H%C3%A9rin
Per i video delle canzoni: http://www.youtube.com/user/naiffia

1 commento:

Anér ha detto...

Ottima chiacchierata con Christine!
...in attesa del primo aprile...continuiamo a seguirla e a darle spazio!!