venerdì 3 giugno 2011

Da "Letteratitudine": Irène Némirovsky, "Un bambino prodigio", 2


In “Un bambino prodigio” (Giuntina), la Némirovsky dipinge così la voce del piccolo Ismaele: “Chiuse gli occhi e si mise a cantare, o piuttosto a salmodiare con una voce lenta e pura che vibrava stranamente nel silenzio della notte”. È una voce ipnotica, che sembra in comunicazione con la “incessante, dolce vibrazione” che le stelle comunicano al firmamento intero, e con gli elementi della natura. “Erano parole semplici e ingenue, le stesse che esprimevano così bene le pene e le gioie dei vagabondi del porto e, proprio per questo, toccavano strane corde del cuore. Non avevano né rima, né cadenza, ma un ritmo naturale, come quello del vento, del mare”.
L’ispirazione poetica è un dono misterioso: “Le parole si risvegliavano in lui come uccelli misteriosi ai quali doveva solo dare la libertà, e anche la musica giusta le accompagnava con la stessa naturalezza”. C’è l’eco (inconsapevole) del canto della tradizione ebraica in quel salmodiare: “A volte… iniziava a cantare lente nenie lamentose che quegli slavi non conoscevano, che altro non erano che l’eco inconscia dei tristi canti ebraici, venuti su dal fondo dei secoli come un immenso singhiozzo, cresciuto di generazione in generazione, fino alla sua anima di fanciullo”.
Ecco perché la perdita incomprensibile di questo dono sarà così dolorosa da spingerlo a darsi la morte.
Ismaele ha una natura potentemente tesa a cogliere analogie e sinestesie ovunque, in un continuo intreccio di stimoli sensoriali. Trascrivo (spero di poterlo fare) una delle pagine più belle di tutto il racconto (ricordo che è pubblicato da Giuntina e che è tradotto con eleganza da Vanna Lucattini Vogelmann). Siamo nel palazzo della dama, dopo una festa, in un momento in cui, tra realtà e sogno, tutto sembra sospeso e confuso: “Poi le donne se ne andavano ad una ad una, portate via da alti ufficiali con mantelli dalle mille pieghe, grandi come crinoline; le bubbole delle slitte tintinnavano dolcemente nella città addormentata. I valletti venivano a spegnere i lampadari; i muri bianchi erano come velati di ghiaccio dal chiaro di luna; il pianoforte aperto riluceva debolmente nell’ombra; la corda di un violino rimasto fuori dal suo astuccio, sfiorata da una corrente d’aria, vibrava appena, come un sospiro; un ventaglio dimenticato tratteneva ancora tra le piume il profumo del ballo, mescolato all’odore esasperato dei fiori morti. Nel silenzio fluttuava come un’eco della musica appena spenta, e gli specchi umidi sembravano mantenere nel fondo della loro acqua il riflesso dei volti che vi si erano specchiati per un momento, il lampo di un sorriso.”

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

Nessun commento: