lunedì 8 agosto 2011

Da "Letteratitudine": Paolo Terni, "Giorgio Manganelli, ascoltatore maniacale"


Che prezioso libretto è “Giorgio Manganelli, ascoltatore maniacale” (Sellerio, 2001), in cui Paolo Terni ha raccolto (trascritto, anzi, con affettuosa filologia) le conversazioni avute nel luglio del 1980 sul Terzo Canale della Radio nel corso delle puntate de “La musica e i dischi di…”. Manganelli, che di musica è stato un degustatore accanito (maniacale, appunto) anche se, a suo dire, discontinuo, con una sapienza di linguaggio irraggiungibile torna su alcuni punti fondamentali del discorso attorno alla musica e alla letteratura: se vi sia un rapporto, appunto, e quale; quale sia, a un altro livello, la relazione tra musica e linguaggio; che cosa possa dare (suggerire) la forma musicale al letterato; quali analogie si possano trovare, o almeno intuire, tra aspetti e strumenti linguistici di musica e parola (compresi il silenzio, la citazione, la variazione); quale sia, in musica e in letteratura, il rapporto con il significato.
Della musica è la forma ad affascinare in particolare Manganelli, il trionfo della forma, delle strutture; quest’arte rivela più che ogni altra espressione artistica “il passaggio dal materico, più che dal concreto, alla forma” (questa è la sintesi di Terni). Manganelli sente tutto ciò come una sorta di sfida che la costruzione musicale lancia allo scrittore (parola, en passant, ch’egli usa con insolito e ammirevole ritegno). Lo scrittore è immaginato nell’atto di un inseguimento, nell’emulazione della olimpica astrazione delle forme musicali, che bastano a se stesse. “In certi casi ho cercato proprio di inseguire alcune forme musicali che mi affascinavano proprio – non so, ad esempio, la variazione che in letteratura è così difficilmente, preziosamente trasferibile…”
Questo trionfo della forma si esplica nella musica assai più vantaggiosamente che nella letteratura per via della natura stessa della musica, lontana da quella che Manganelli stesso chiama, con felice paradossale espressione, “l’onta del significato”: “Questa capacità del discorso musicale di non dovere neanche… affrontare l’onta del significato: questo è un privilegio che il letterato non può non invidiare continuamente…”. Notate il termine “invidia”, che ritorna altre volte nella conversazione con Terni, accanto ad altri altrettanto forti, come il già citato “sfida”, o “angoscia”, quest’ultima, come vedremo, sempre accompagnata e illuminata dal senso del “gioco”.
Manganelli puntualizza così il concetto dell’invidia: “Esiste una specifica invidia dello scrittore verso il musicista che è l’invidia di una… di una condizione particolare che a lui sembra infinitamente più libera e più inventiva, più naturalmente fantastica (…). Lo scrittore ha il problema di scrivere adoperando qualche cosa che si può presentare e descrivere come un significato e deve contemporaneamente liberarsi del significato (…). Questa condizione il letterato la trova nella musica realizzata in maniera particolarmente felice”. Manganelli lavora così su questo punto (e noterete la terminologia sempre forte, “angoscia”, “dramma”, “uccidere”): “Il dramma del musicista non è diverso da quello dello scrittore”; il primo però opera con “uno strumento che… agisce molto più prontamente coi suoi incantesimi per mortificare il significato, mentre lo scrittore, purtroppo, deve… poterselo dietro e deve ucciderlo passo passo!”

Quanto all’”angoscia”: quando Terni nota una certa omogeneità di colori nelle proposte musicali del suo ospite (“predilezione… per tempi di marcia, generalmente in minore, e non casualmente impregnati da un vago clima di angoscia”), Manganelli chiarisce che è importante che questa, l’angoscia cioè, “coesista con il gioco, coesista continuamente con la… non so se la liberazione o la schiavitù della forma, ma certamente con qualche cosa che affronta, sfida e contemporaneamente coniuga l’angoscia”. È l’unico gioco possibile, in musica, in letteratura, in ogni arte (“quella cosa misteriosa che noi chiamiamo arte”)..
Ecco infine dove la forma trionfa: in Bach, certo (in lui “la musica si presenta esattamente come quello che è: cioè soltanto se stessa. E non c’è niente da cercare che non sia puro suono e rapporto di suoni”); nella “geometria dinamica” del primo Haydn, che la possiede naturalmente, e la esercita con “purezza”, “pulizia”, “asprezza”, e insomma “cinismo” (il suggerimento lessicale, subito accolto da Manganelli, è di Terni), prima che il “furore della forma” di Mozart, che da lì prendeva le mosse, non lo influenzasse a sua volta permeandolo di inquietudine; nella ritualità della musica giapponese (una musica fatta di gesti “che hanno perso totalmente il significato gestuale”, si sono fatti “istantanei emblemi” di un “atteggiamento che io chiamerei cerimoniale… o liturgico” in cui “hanno rinunciato ad essere umani”).
Ma la musica per Manganelli è (stata) anche altro: una passione adolescenziale, nutrita di “emblemi intellettuali, psicologici direi molto più che intellettuali” che ne fanno lo specchio di elementi onirici, “puberali”. In questo senso Wagner (la sinfonia del Tannhäuser in particolare) presenta una “affettuosa alleanza di eros e di morte, di sterminio e di insediamento” che ne fanno l’ideale “commentatore di questa onnipotenza onirica del ragazzo”. Ma anche Schumann (il secondo tempo del Quintetto op. 44) e Mozart (il Requiem), altri amori giovanili, rivelano una natura comune, “una parentela strana, inquietante, forse anche un po’ sinistra”, che è, ancora, “il tema dell’angoscia, il tema del modo di trasformare l’angoscia in forma”.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica

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