domenica 23 ottobre 2011

Il gusto del racconto

Tre racconti risalenti agli ultimi tre anni ma usciti contemporaneamente (su http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/ e su http://www.cinquecapitoli.it) mi fanno venir voglia di tornare sul tema della scrittura del racconto. Ho preso gusto per il racconto, vivendolo – ma qui forse un filino esagero – come una sorta di vacanza dalle fatiche combinatorie del romanzo. Direi che ho provato per la prima volta questa sensazione di leggerezza con “Le dita fredde”, scritto per l’antologia “Santi” della Black Arrow di Luca Dipierro. Molti racconti mi sono venuti fuori con naturalezza, nel giro di pochi giorni, storie minime che poi, con calma, lasciavo espandersi di quel tanto nei mesi successivi. Pochi personaggi, pochi cambi di scena, pochi colori dominanti – episodi, teatro da camera, per così dire.
Alcuni li ho concepiti (meglio: li ho sentiti) come capitoli singoli di un romanzo assai più ampio. In questi casi si aprono e si chiudono squarci pensosi su vite compresse, destinate a rimanere nell’ombra per gran parte. Altre volte, li ho sentiti come grossi frammenti sopravvissuti alla perdita di un’opera assai più vasta. Non importa, insomma, che abbiano una loro rotondità, un inizio e soprattutto una fine, che concludano tutto ciò che hanno aperto, che tirino tutte le somme.
Taluni racconti, per una loro contiguità emersa in seguito, si stanno davvero trasformando con comodo in un romanzo – di cui non è il caso di parlare troppo presto. Si tratta nel mio caso di racconti mai troppo brevi, è vero, di storie che hanno bisogno di diverse pagine per svilupparsi. Può capitare anche l’inverso: pagine che sembravano pronte a divenire parte di un romanzo si sono assestate nella forma breve del racconto, come è accaduto con “La conca buia” che si può scaricare da http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/. In fondo il romanzo è sempre il rimescolio di più racconti, almeno per me.
Questo per dire che non sento differenze sostanziali tra racconto e romanzo. Quando leggo che un racconto deve avere una sua specificità, che deve esprimere una visione sintetica, e che ha una purezza che manca al romanzo, contaminato, questo, e tracimante e labirintico, io non mi ci ritrovo. Non mi ritrovo nemmeno nell’idea che scrivere racconti sia un’arte più difficile (temo che dietro questa visione, ormai dominante, ci sia un’idea del romanzo mutuata da troppi esempi di cattiva narrativa).
Scrivere racconti per me (e per quel che può contare) non è diverso dallo scrivere romanzi, a parte le differenze di dimensioni e di struttura. La voce, che è la cosa più importante, non cambia. Nel racconto smette solo di cantare (o di stonare, o mormorare, o strillare, o borbottare) prima.

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