lunedì 5 dicembre 2011

Conversando con Fabio Ciriachi, 2

L'attentissima analisi di Fabio Ciriachi (v. il post precedente) mi ha invitato a una riflessione su quanto ho scritto e vado scrivendo. Trascrivo di seguito buona parte della mia risposta alle osservazioni di Fabio.

Il nucleo che lei ha individuato – il tema sotterraneo della solitudine – lo sento mio, da sempre, ma stemperato, per così dire, da connotazioni che mostrino una possibile via di uscita. Provo a rispondere, senza riordinare troppo le idee. In “Rapsodia” (particolarmente nella figura di Dvoinikov) la solitudine diventa isolamento, esilio indotto o volontario: è la reazione alle offese del potere coercitivo, ma anche all’indifferenza del mondo che ha dimenticato in fretta, o che non ha voglia di distinguere, di capire. È una sensazione che, mutate le circostanze, talvolta provo anch’io, a vivere quassù, lontano da tutto, in una quieta e ottundente bambagia. Ripeto, parlo di circostanze infinitamente diverse, quanto a gravità, pericolosità, e anche tragica grandezza, perché Dvoinikov è vissuto in un’epica grandiosa, io in una commediola paesana.

Un altro aspetto derivante dalla solitudine è il desiderio di un legame, anche ideale. Per la verità, io avevo individuato in questo il tema profondo di “Rapsodia” – individuato dopo anni di stesura e riletture e rimuginii, intendo. Tutti in quel romanzo sembrano alla ricerca di una figura autorevole a cui appoggiarsi, di un maestro reale o ideale. Ed è il lato di Ethan che mi intenerisce, e che rende la sua attenzione nei confronti di Dvoinikov qualcosa di molto più vero e intenso del semplice desiderio opportunistico di fare uno scoop musicologico o di fare del bene a un vecchio dimenticato. Credo sia uno dei temi più belli da affrontare in letteratura, la ricerca di un maestro. Anche per questo ho amato il suo “L’eroe del giorno”, che presenta almeno due intense figure di maestro, il padre di Ivan e soprattutto il principale, Sauro, e per questo sto amando “Soprassotto”, che è tutto incentrato su un maestro naturalmente dotato, Ivan – un Ivan sessantenne che ha preservato una dimensione "storica" in un mondo tutto appiattito su un presente semplificato. Parliamo di “maestri” la cui intensità non è priva di una buona dose di difetti, di errori o di approssimazioni, ma che proprio per questo sono modelli vivi, reali. Non sono guru, appunto. Il tema della ricerca di un maestro è così interessante, mi sento di aggiungere, che funziona egregiamente anche quando il maestro è così così, quando rivela debolezze, quando incespica nei suoi errori.

Prescott, dicevo, è alla ricerca di questo maestro, che per lui rappresenta non solo la resistenza alle imposizioni grottesche del potere, ma anche un esempio di dedizione paziente a un’idea superiormente artigianale di arte: Dvoinikov diventerà in realtà maestro, in modo imprevisto per Prescott, nel rivelargli qualcosa di lui, dei suoi rapporti con il mondo, che Prescott ancora non ha scoperto. Gli insegna pazienza e parsimonia – nei mezzi espressivi innanzitutto. Gli istilla dubbi, gli smonta certezze, gli addita tortuosità e contraddizioni, anche a volte con una certa crudeltà. Dal mio punto di vista, si tratta della cosa migliore che possa fare un maestro – è una pratica che, relativizzandoci, ci rende meno soli.
Credo che il tema della solitudine, o dell’isolamento, possa anche essere letto in senso più genericamente filosofico, come il tema della solitudine dell’uomo. Non c’è metafisica, in “Rapsodia”, come non c’è in niente di quello che scrivo – almeno, a me pare che non ci sia, se non per essere smentita. Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.

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