domenica 11 dicembre 2011

Conversando con Fabio Ciriachi, 3

Condivido qui le sacrosante riflessioni che Fabio Ciriachi mi ha inviato qualche giorno fa sul tema letterario del "maestro" (e su altro).

Caro Claudio,
provo a riprendere gli spunti offerti dalla sua risposta alle mie note di lettura di Rapsodia. Fa bene, commentando l'ipotesi da me abbozzata della “solitudine” come intimo punto focale del suo romanzo, a distinguerla dall'isolamento (“indotto o volontario” che sia) perché tale distinzione – e in particolare la dinamica tra i vari gradi di responsabilità connessi alle scelte di vita che “solitudine” e “isolamento” determinano – apre l'accesso a quella unica via di scampo possibile (almeno per chi, come lei e me, non ha soluzioni metafisiche) da lei chiaramente enunciata quando scrive “Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.”.
Le nostre risposte alle avversità, dunque, contano. Il modo in cui le affrontiamo, le tracce pubbliche lasciate dalle tenzoni solitarie cui ci costringono (che abbiano luogo in metropoli epiche o in “una farsetta paesana”): di questo si tratta. Vede l'importanza della letteratura? Si scava alla ricerca delle ragioni profonde di un romanzo e ci si ritrova faccia a faccia col tema delle scelte, delle responsabilità. Per sfiducia rischiamo di credere che il timone della nostra esistenza stia saldo in mano alla Storia (sempre più pericolosamente capace di confondersi col destino) e quando già potrebbero derivarne scoramento e rinuncia, ecco che la lettura problematica di un romanzo favorisce l'apertura a possibili soluzioni; ci ricorda quello che già, forse, sapevamo ma che per vizio di stanchezza, magari, avevamo finito per ritenere sconosciuto.
È in un simile virtuoso contesto che colloco il tema del “maestro” da lei evidenziato. È vero che Ethan Prescott cerca in Dvoinikov quasi il maestro totale; di vita, quindi, e anche e soprattutto di musica. Come è vero che non c'è personaggio, in Rapsodia, che non segua questo impulso. Ma cosa diversifica le modalità comportamentali di Ethan (alle prese con Dvoinikov) da quelle di Carl, di Polina, di Dvoinikov stesso? Azzardo un'ipotesi fragile cui riconosco solo l'energia con cui mi è parsa credibile: mentre Ethan, al cospetto di Dvoinikov, rischia di rimanere nella dinamica classica, dove esiste appunto un maestro che insegna e un allievo che impara (le distanze anagrafica, storica, politica, hanno il loro peso), in tutti gli altri rapporti mi sembra presente l'accezione più fertile della maestria; ovvero, non solo esisterebbe una sorta di reciprocità fra le parti che rende meno scontati i ruoli (si sarebbe di volta in volta, per scarti impercettibili, maestro e allievo) ma, ed è l'aspetto che più m'interessa, riscontro la possibilità che chiunque stia svolgendo il ruolo di maestro, chiunque, insomma, stia insegnando qualcosa a qualcuno, per quanto imperfettamente e goffamente lo faccia, da quell'insegnamento finisca per apprendere, sempre, anche qualcosa per sé, finisca, in buona sostanza, per insegnare anche a se stesso.
Fabio Ciriachi

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