venerdì 30 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 4

Eccoci alla scena madre della tragedia "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, che per noia vado trascrivendo in questi ultimi giorni - scena madre anche perché vi compare Pasifae, nel ruolo appunto di madre, e in una situazione che si allontana dal mito. Siamo agli inizi dell'atto quarto: Arianna, per vendicarsi del rifiuto del fratello di sottostare alle sue voglie insane (sbircio le note dei curatori dell'antologia, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli), ha deciso di favorire Teseo; il quale entra nel Labirinto, sconfigge il mostro, crede di ucciderlo ma lo lascia solo ferito ed esanime. Pasifae lo trova, lo porta via dai recessi (come? il Moro non lo dice) e lascia che a curarlo sia una vecchia guaritrice. Qui siamo appunto: nella povera capanna della vecchia, con buona pace dell'unità aristotelica di luogo, che il Moro trascura o forse ignora.

Pasifae
Povero figliol mio, unico figlio
cui sento di dover nutrire amore…
(Alla vecchia che è con lei)
A voi confesso d'esser grata assai:
salvaste Minotauro con manteche
degne d'Asclepio, e me rifocillaste,
dopo che il re Minòs dalle milizie
venne sconfitto crude di sorpresa
d'Egeo e di Megara. Crosso amata
da' fondamenti fu deleta, e il rege
sul trono suo da un dardo venne occiso.
Quivi fuggii, portando meco il corpo
di Minotauro, e qui, vecchina cara,
seppi con le tue cure continuare
a viver, discordando. Unico affetto
che ancor mi resta è questo strano figlio:
ultima speme a lui ancor mi lega.
Morì Androgeo per il crudele fato,
Minòs morì in battaglia, e Arianna stolta
fuggir con l'oste volle. Sciocca, insana!
Con chi tradì per l'ospiti il rispetto,
con chi d'arma ferì non mai permessa,
et insultò con turpi fingimenti,
speme non v'è più d'esser beata:
Teseo, che ride degli dei superni,
che nulla ferma, o ver fa rinculare,
l'astuto prence sanza cuore, lascia
le sue ben tosto vittime all'oblio,
cacciandole, maligno, dalla soglia,
dopo che in ogne guisa le spremette.

Minotauro
O madre, cara madre, udii i tuoi motti:
è ver ciò che dicesti? È ver ch'Arianna,
per un capriccio degno di farfalla,
abbandonò i suoi limi, al fianco andando
del vile?

Pasifae
Figlio, è vero. Ella, invaghita
del giovin sol da poco giunto a Crosso,
aitarlo volle, e gli donò un stiletto,
gomitolo di spago, et il suo amore.
Quei con sica ti vinse, e il filo tenne
che lo teneva unito col chiarore:
ma nella fretta della sua alterigia,
più non s'avvide ch’eri sol feruto:
partì, beffando Cnosso, e raggiugnendo
le caravelle al largo, l'empia flotta
con cui di poi ei s'abbatté su Creta:
Minosse uccise.

Minotauro
Dici il vero, madre?

Pasifae
Il rege uccise, depredò le case,
costrinse a schiavi i sudditi valenti,
scannò gl'inetti, bestemmiò gli dei.
Scampai mia vita in Dedalo celata,
ove trovai te inerme. E quando fine
ebbe la guerra, teco mi fuggii
su l’alte giogaie. Questa vecchia
il suo pan diede e i suoi medicamenti
per te, per me, serbandoci la vita.

Vecchia
Tanto scomposti vi vidi e infelici
che avria donato il cor, pur ignorando
chi sète.

Minotauro
Ma il duolo sì trabocca
che non mi basta ques'ostello umìle:
la morte vidi, come un rosso manto
che gl'occhi mi coprì, vidi beffata
da un profanator la mia famiglia,
la mia sorella secolui fuggire
per vendicarsi del pudore mio,
e Posidone tacito osservare
la mia sconfitta, invano ohimè impetrato.

Pasifae
Come potesti creder che la mano
di Posidòn ti fosse protettrice?
Fu il dio del mar che per alta bassezza
mie voglie spinse verso soglia insana,
le brame indirizzando appresso a quello
che tra le bestie è vigoroso sire,
per gittare in gastigo
al re Minosse un figlio sì difforme
da non reggerne il guardo.

Minotauro
Madre, parli
di me, e il tono crudele mi rimembra
ch'io sono mostro, et ignominia umana.

Pasifae
Perdona me, non volli addolorarti,
non ti rimprovero per quel che sei:
un dito superior di certo impose
codesta tresca.

Minotauro
Molto meglio invero
se chi mi trasse allor dal ventre tuo
m'avesse ucciso, in acqua di bacile
annecando il neonato disgustoso.
Or sono stanco, madre, il poco sangue
Che m'è rimaso implora alcun riposo.

Pasifae
T'addormi, figlio, e scorda d'ogne doglia
La fitta amara e il groppo dei rimorsi.

Vecchia
Regina, un senso novo di regale
presenza amica e pur celata provo.
Come se un divo, in inveduta veste,
fosse tra noi in trasparente larva,
e ci ascoltasse, pronto a rivelarsi.

Pasifae
Sèntolo anch'io, arcano movimento,
sento uno sguardo che, come carezza,
mi tange, e come adamantino lume
in me penètra.

Minotauro
Madre,
quand'ero in Laberinto, ebbi l'istessa
vostra impression, ch'ora m'è ben più forte.

Nessun commento: