lunedì 5 dicembre 2011

Postilla al post precedente (Conversando con Fabio Ciriachi)

Vorrei tornare su Ivan (l’Ivan di “Soprassotto”, il romanzo di Fabio Ciriachi pubblicato da Palomar nel 2008). Ne ho parlato come di un “maestro” e vorrei precisare come mi pare di poter intendere questo termine in riferimento a lui. Ivan lo è nell’osservazione delle cose, nella percezione del mondo, nello studio attraverso tutti i sensi della complessità (meravigliosa, ma anche dolorosa, comunque straripante) della vita. Insomma, nell’intensità delle sue esperienze sensoriali prima, e nella sua successiva capacità di riflessione. I più giovani (Alessandro, ecc.) mancano di questa apertura sul mondo, ritorti come sono su se stessi; Ivan rivela loro un approccio più attento (più scrupoloso, e insieme più aperto), fatto di manualità, curiosità dei sensi, pazienza dei gesti, ascolto, e in definitiva di quell’atteggiamento che si fonda sulla condivisione (dei propri pensieri, della propria memoria, dei propri piaceri): tutto questo mi suona come una sorta di disegno pedagogico – anzi, no, piuttosto come la manifestazione di una libera, spontanea vocazione pedagogica.
Ad esempio, ad esempio: lo “sballarsi” di Alessandro e dei suoi amici (amici?) è un chiudersi, un rattrappirsi dei corpi, un ammutolirsi dei sensi e della coscienza; le lontane esperienze con le droghe di Ivan erano invece sentite come parte di un progetto di apertura totale della percezione, che invece di oblio produceva un ripopolarsi degli spazi, un acuirsi degli stimoli, un moltiplicarsi delle cose – e sembrava non poter fare a meno della traduzione in parole, le più precise, le più giuste.

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