domenica 4 dicembre 2011

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Fabio Ciriachi

Tengo molto a queste osservazioni di Fabio Ciriachi sul mio "Rapsodia su un solo tema". Di Ciriachi, poeta, narratore, recensore (per "la Repubblica", "il Manifesto" e "l'Unità"), ho letto con ammirazione (e una buona dose di emozione) il romanzo "L'eroe del giorno" (Gaffi, 2010); in questi giorni mi sto dedicando, con l'attenzione che merita, alla lettura del suo precedente romanzo, "Soprassotto" (Palomar, 2008).

Caro Claudio,
le dicevo, su fb, di come circa venti giorni fa avessi di colpo percepito il centro nascosto del suo Rapsodia su un solo tema.
Certo, al termine della lettura, diversi mesi or sono, mi erano subito parse evidenti tutte le sue qualità: lingua, montaggio dei vari elementi, personaggi, ritmo. Trama e ordito apparivano inappuntabili e curati, e però, nel piacere (barthesiano) della loro fruizione, non riuscivo a portare a termine quello che da un po' di tempo, per me, costituisce l'ultimo atto del leggere, ovvero la messa a fuoco della filigrana, di quel luogo dove nascostamente abita, mi perdoni il termine, l'anima dell'opera; e anche dove, io lettore, riesco a riflettere in modo più approfondito la mia anima.
Da qualche anno nel leggere i libri perseguo questo fine attraverso una sorta d'indagine che, per le procedure e le interrogazioni con cui si sviluppa, sta a metà strada fra quella poliziesca e la psicologica. Credo, ormai, che un romanzo, o una raccolta di racconti o di poesie contenga sempre, nascoste fra le righe, forme del sé dell'autore la cui intelligenza, per una sorta di patto implicito tra chi legge e chi scrive, non deve essere di immediata percezione. Come a dire che certi livelli di apertura allo sguardo altrui sarebbero frequentabili soltanto da chi ne sente la necessità, quasi che la natura sensibile del mostrarsi, e del vedere, oltre una certa soglia richiedesse, per una decodifica che nel migliore dei casi può anche essere reciproca, una precisa motivazione. Capisco che, detta così, può sembrare che io voglia istituire una sorta di legame elitario fra scrittore e lettore, ma è solo che in realtà, mancandomi gli strumenti propri della critica, mi appoggio ai risultati di questa indagine per soddisfare al meglio quel principio, per me definitivo, secondo cui è il lettore che perfeziona di volta in volta – per quanto in forme diverse, se non addirittura tra loro opposte – il lavoro iniziato dallo scrittore.
Le confesso che inizialmente l'ambito musicale, dove le mie competenze rasentano l'ignoranza, mi era parso un limite invalicabile; ma procedendo nella lettura mi sono presto reso conto che quelle stesse regole di grammatica e di civiltà creative evocate, e non di rado invocate, ora da un personaggio, ora da un altro potevano essere facilmente traducibili in principi generali buoni per ogni campo espressivo e milieu artistico.
Riflettendo a posteriori su quali siano gli elementi di mobilità della sua Rapsodia, potrei ridurre il tutto a un moto di pura conoscenza. Ethan Prescott, musicista di sani e fermi principi, vuole conoscere direttamente il grande e dimenticato compositore Rafail Dvoinikov prima che vecchiaia e morte lo privino della possibilità di interloquire direttamente con lui. A tal fine intraprende molti viaggi e si affida alla inevitabile mediazione di Polina, che gestisce, con una cura che ha del filiale, le molte infermità del vecchio Maestro. Questa pratica di conoscenza, dopo aver disegnato per il lettore inedite cartografie sia in campo musicale che storico-politico (impressionanti le forme inquisitorie del Torquemada di turno, esilaranti certi verbali d'interrogatorio e l'uso maldestro dei sosia) s'interrompe bruscamente per la morte, nel corso di uno di questi viaggi, di Ethan, l'eroe il cui lavoro, per fortuna, viene ripreso e mantenuto vivo da Carl, suo apprensivo compagno di vita. Conoscere costa ed è rischioso: potrebbe essere, allora, una brutale sintesi del tutto, o quello che da molte parti ci si ostina ancora a definire il messaggio? No, certo, anche se è vero che conoscere costa e mette in discussione alcune certezze di partenza (per Ethan soprattutto personali, a causa del perturbante – per lui, omosessuale – incontro con Polina), ma ne rafforza altre (per Ethan tutte relative alla eticità della sua visione musicale), come è altrettanto vero che al processo di conoscenza nessuno spirito vivo può sottrarsi, giacché è un processo che paradossalmente, nel momento in cui sembra espressione della massima libertà, di fatto non lascia scelta.
Ecco, è su questa pluralità di soggetti protagonisti, e nelle forme ora discontinue ora ricorrenti in cui il suo abile montaggio ne organizza l'iter evolutivo (con le sorprendenti, per me, parti in corsivo, prima, e morte di Ethan, poi) che ha indugiato a lungo il mio sguardo “indagatore”, così distratto dalla corposità dei dettagli da non riuscire a immergersi oltre il piano terra della vicenda per gettare all'insieme uno sguardo dal di sotto che consentisse di coglierne, come accennavo prima, la filigrana.
Poi, quando ormai il pensiero attorno a Rapsodia sembrava essersi asciugato del tutto, eccolo, forte della sua natura carsica, zampillare di nuovo in superficie, nel caos di una metro che si affollava fermata dopo fermata, offrendomi la certezza di conclusioni con le quali, fin da subito, non ho potuto fare altro che convenire.
Rapsodia su un solo tema è un libro sulla coscienza della inevitabile solitudine (si spenda pure tutta la lucida severità del pessimismo leopardiano, in questo caso). È un libro, quindi, sulle innumerevoli forme fallimentari con cui gli esseri umani della nostra cultura di appartenenza cercano, senza tuttavia riuscirvi, di ricorrere all'amore per difendersi dalla solitudine.

Devo confessare, e qui parlo come indagatore poliziesco, che a mettermi su questo avviso è stata l'omosessualità di Ethan, dettaglio altrimenti non necessario e che però è servito a inscrivere in una sorta di rigido ordine naturale, quindi non culturale e modificabile, l'impossibilità, per lui, di costruire un legame amoroso con Polina. Fallisce l'amore con Polina, dunque; fallisce l'amore di Ethan per Dvoinikov, messo di fronte alle intraducibili vicende che nel momento stesso in cui fanno luce sulla sua dolorosa vita la rendono al contempo più opaca, e comunque priva di quegli elementi di fascino che, attraverso la musica, avevano spinto Ethan sul cammino, a tratti impervio, della conoscenza diretta col Maestro. Fallisce con la morte (ma era già male in arnese nel suo normale svolgimento per il conflitto tra passione e gelosia) l'amore tra Ethan e Carl. Abbiamo echi del fallimento di un precedente amore di Polina, emergono le dure circostanze che hanno portato al fallimento sia del matrimonio di Dvoinikov sia del conseguente progetto genitoriale conclusosi con la tragica morte della figlia (l'assenza di figli, di eredi, di continuatori, anche in campo musicale, conferma il pessimismo dell'insieme). Fallisce la speranza nel futuro della musica, ben resa dalla visione immaginifica dell'avo di Dvoinikov che fotografa le molte anomalie del presente.
Ma a fronte di tanto pessimismo aleggia – e forse è il risultato vivificante dell'atto di scrivere che sta per una dichiarazione di non resa – un senso di affidabile possibilità, come se comunque, dietro tanti fallimenti premesse un'energia non rinunciataria, una sorta di suggerimento a non demordere nella ricerca dei modi capaci di vincere l'impasse.
Fabio Ciriachi

Fabio Ciriachi mi invita anche a ulteriori confronti; accolgo volentieri il suo suggerimento, e spero che questo scambio (per me assai proficuo, oltre che piacevole) si concretizzi in altri interventi su questo blog.
Per ora, lo ringrazio di cuore.

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