lunedì 2 gennaio 2012

Sintonie: la musica per pianoforte di Alessio Elia

Trascrivo le mie riflessioni sulle musiche pianistiche di Alessio Elia che compaiono da oggi su http://www.livecity.it/2012/01/02/claudio-morandini-recensisce-il-concerto-pianistico-di-alessio-elia/.

Ascolto la registrazione delle composizioni per pianoforte di Alessio Elia, che lo stesso autore ha eseguito il 27 novembre a Roma, per la Rassegna Pianistica Eufonia, alternandole a brani di Ligeti, Corbett, Jeney, Sciarrino. Durante l’ascolto sperimento una sensazione duplice: è musica che sembra invitare all’abbandono estetico e perfino sensuale, sin dai titoli che alludono a un’idea di decadentismo molto fin de siècle (Oblio della volontà, The Temptress, Incertezze, Outrage, scritto per Massimiliano Scatena, L’altrove; ma certi titoli della sua produzione cameristica o orchestrale sono ancora più espliciti); allo stesso tempo però inganna e depista, perché quest’abbandono, questo trascinamento verso una deriva dei sensi è frutto, in realtà, di un cesello attento, di un’idea di struttura di cui la scrittura non perde mai il controllo. Alessio è l’ecista di questa trasmigrazione tutt’altro che errabonda, verso le isole (forse più felici, certo più attraenti delle paludi odierne) di un primo Novecento ripensato (risognato) alla luce degli sviluppi più recenti del pensiero musicale.
A divagare, a muoversi con voluta incertezza, o a inseguire senza facili scorciatoie un libero fluire delle idee, o a perseguire un oblio dell’essenziale per insistere sul marginale (sulle fioriture, sui dettagli, secondo il principio della dimenticanza selettiva, come in L’altrove) è in realtà il compositore. Noi ascoltatori lo seguiamo con piacere, partecipiamo in differita alle sue oscillazioni, ripercorriamo sui suoi passi le peregrinazioni su un terreno solidificato dall’atto della scrittura.
Forse potrebbe sorprendere che Alessio Elia sia un centellinatore, cui ogni nota richiede tempo e una certa dose di tormento stilistico. Ma appunto, le sue derive non sono mai estemporanee: sono esplorazioni circospette, digressioni non peregrine, dinamismi in stop motion. La divagazione non è mai improvvisata, è sempre parte di una costruzione di intensa coerenza; l’abbandono si fa architettura, lo sciogliersi si solidifica nell’atto puntiglioso, capzioso anche, della scrittura.

Alessio Elia, che è anche pianista, ama sondare le possibilità sonore del pianoforte. Il suo non è un pianoforte percussivo, è piuttosto una cassa armonica densa di echi, attraversata da figurazioni decorative che si infittiscono via via fino ad occupare ogni spazio sonoro. Ne deriva un pianismo generoso, indulgente verso un virtuosismo rivissuto tra virgolette, con una punta di sospetta ironia nell’appropriazione dei gesti magniloquenti della tradizione. Collocare Elia non è facile – ma non credo che Alessio Elia voglia essere collocato in una scuola, in una tendenza. Di sicuro manifesta un’avversione verso le forzature prive di sbocco della musica di ricerca degli ultimi decenni – ma allo stesso modo si tiene ben lontano dal comodo, piacevole conforto della facilità. Dicevo che sembra orientarsi verso la stagione (fitta, eccitante, schiumante) del primo Novecento, rievocata e anzi (ripeto) come risognata: ma a quella stagione fertile arriva attraverso una profonda riflessione sulle tecniche compositive dei grandi padri della musica contemporanea (Ligeti tra tutti, di cui è stato fine esegeta).
Come ogni vero compositore, Alessio Elia ama muoversi tra limiti ben definiti. La forma di un pezzo nasce dall’esplorazione di ogni possibilità all’interno di quei limiti – non escluse le forzature, le licenze, che riconoscono i limiti, giocano con essi, educatamente li aggirano. La libertà va imbrigliata in un sistema di vincoli, per farsi scrittura. In questa forte consapevole progettualità, Alessio è guidato non solo dall’esempio dei grandi compositori con cui ha studiato o su cui si è formato, ma anche dai filosofi a cui ha attinto al momento di pensare questi brani (Baudrillard, Deleuze) e dagli scrittori che lo hanno ispirato (Leopardi, citato esplicitamente a proposito dell’Ultimo canto di Saffo, e di cui il “naufragare” dell’Infinito mi pare rintracciabile un po’ ovunque nella poetica musicale di Elia, assieme alla lunga ombra di Csáth). I suggerimenti di questi modelli sono di metodo costruttivo, non implicano evocazioni tematiche o espressive, tantomeno suggestioni sentimentali.

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