venerdì 2 marzo 2012

Ancora Clodoveo Moro?


Ci si può chiedere perché io abbia attribuito uno spazio significativo alle opere poetiche di Clodoveo Moro, autore la cui mediocrità non sfugge a nessuno. Bene, la ragione sta proprio in questa mediocrità. Il Moro è ciò da cui ognuno di noi dovrebbe star lontano, e con maggiore forza quando sente allentarsi le maglie dello stile e del controllo di sé. Clodoveo Moro è l’inguaribile minore, l’epigono incapace di valutare la propria limitatezza in rapporto alla grandezza dei modelli, il concettista barocco (anzi, tardo-barocco, perché arriva sempre dopo, quando è troppo tardi non solo per dire qualcosa di nuovo, ma anche per ridire con qualche guizzo di invenzione residua cose già dette); è il neo-manierista in difficoltà con i propri mezzi espressivi, l’ambizioso incapace di cogliere la distanza (imbarazzante per tutti, non per lui) tra ciò che vorrebbe fare e ciò che sa o può fare; l'imitatore innamorato di sé, cioè di un’ombra; il cortigiano che instancabile rielabora cliché; il post-romantico che scopre l’acqua calda quando questa si è ormai raffreddata; lo scapigliato che si leva contro la tradizione senza avere i mezzi per farlo; o, per converso, il tradizionalista che alza scudi a difesa di un canone di cui sa poco o nulla. Insomma, Clodoveo Moro attraversa le epoche, come un Orlando woolfiano virato in farsa, impavido e incosciente, cincischia con lo stilnovismo (eccolo, dimenarsi e sgomitare per farsi notare da Cavalcanti e Guinizzelli), danteggia non poco (ma in superficie, e a fatica, e sempre a sproposito), petrarcheggia senza decoro, si butta entusiasta nel clima poetico della Controriforma, ove rincorre il Tasso invano (che Tasso fuggisse proprio da lui, nel suo continuo peregrinare da una corte all’altra?), marineggia senza ritegno, ma gongoreggia pure, e soprattutto achillineggia (eccolo, il modello ideale per il nostro: un minore di scarso valore, con il suo concettismo privo di controllo), si scopre quindi classicista, poi spia Foscolo e importuna Alfieri (ma idolatra Monti), conosce l’Aleardi, fa a botte con Boito, si fa crescere la barba come “il” Carducci, si mette a letto ansimante come vede fare al povero Corazzini, arriva fino a imitare i gesti più retorici dell’Ungaretti maturo. Fa ridere quand’è tragico, intristisce quando vuol essere leggero; è tetro quando vorrebbe essere sentimentale, melenso se tenta la scalata ad alti concetti.
È insomma qualcuno da cui dovremmo guardarci sempre, e che proprio per le sue pecche gode di una ostinata immortalità.

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