domenica 25 marzo 2012

Da "Letteratitudine": il carteggio Mann-Schönberg sul "Doctor Faust"


Credo di aver definito talvolta “ingombrante” (nel senso di sommo, certo, ineludibile, ma anche pesantemente condizionante, per chi si dispone a raccontare di musica con i suoi poveri mezzi) il "Doctor Faust" di Thomas Mann; torno a parlarne partendo non dal romanzone, ma da un lieve libretto pubblicato da Archinto (io ho consultato l’edizione del 1993, pescata in bancarella, lascio a voi controllare se esistano edizioni più recenti) contenente il carteggio tra Mann e Arnold Schönberg “A proposito del Doctor Faust” (questo è appunto il titolo, corredato dal sottotitolo “Lettere 1930-1951”).
Il gustoso libretto, corredato di una prefazione di E. Randol Schönberg e di una opportuna postfazione di Bernhold Schmid (a cui queste note devono molto), parte da lontano, dai primi, rispettosissimi contatti tra i due artisti ancora per poco in Europa; passa poi ai convenevoli di maniera scambiati tra i due, diventati nel frattempo vicini di casa a Los Angeles; e si infiamma d’improvviso nel 1948, al momento della pubblicazione del “Doctor Faustus”. Schönberg non perdona a Mann di avere attribuito a Adrian Leverkühn, il protagonista del romanzo, l’invenzione della dodecafonia (il compositore non ama definire così il suo metodo di composizione con dodici note, ma tant’è): è offeso che il suo sistema sia stato, nella finzione narrativa, ideato da un uomo malato di sifilide, pazzo, ambiguamente sceso a patti con il demonio; teme, soprattutto, che in futuro la fama del romanzo possa oscurare la verità, e che si finisca per pensare che sia Mann (non Leverkühn) la mente che ha elaborato la dodecafonia; si sente, in definitiva, privato abusivamente di una sua proprietà intellettuale, e reagisce in modo non solo aspro, ma anche bizzarro. Invia a Mann una lettera contenente una lunga citazione di un immaginario musicologo del futuro, Hugo Trebsamen, che tra l’altro attribuisce appunto a Mann la paternità della dodecafonia, e presenta l’oscuro Schönberg come uno “sfruttatore senza scrupoli di idee altrui”. Ecco, sottintende Schönberg, la diffusione del romanzo potrà comportare, in futuro, il rischio di questa tragica confusione, soprattutto se alimentata dalla malafede e dalla reticenza.

Thomas Mann, che è già stato insignito del premio Nobel (la polemica tra i due non è rissa da ragazzini, ma disputa accanita e puntigliosa tra due anziani che hanno avuto già ampi riconoscimenti mondiali), Mann, dicevo, risponde con compassata sorpresa – una sorpresa che possiamo immaginare sincera, anche se negli anni dell’elaborazione del romanzo non ha mai pensato di accennare della cosa al vicino di casa Schönberg, temendo forse da subito un rifiuto. Gli argomenti di Mann sono corretti: la dodecafonia è ormai, nella realtà, inscindibile dal nome del suo vero creatore, nonostante sia diventata pratica compositiva diffusissima; una cosa è la realtà, una cosa è quel mondo puramente d’invenzione che è il romanzo, e nemmeno il più sprovveduto lettore potrebbe confondere la dodecafonia di Schönberg con quella di Leverkühn. Ma, visto che la polemica non scema, Mann accetta, grazie alla mediazione di Alma Mahler-Werfel, buona amica di entrambi, di apporre a tutte le edizioni del romanzo una nota che spieghi che il vero ideatore della dodecafonia è Schönberg. Tutto sembra accomodarsi, le lettere tornano cortesi, melliflue quasi: ma ecco che quella nota, che Mann sostiene di aver voluto “oggettiva”, e che a più riprese dice di avere accettato a malincuore, torna a far infuriare Schönberg, che si sente nuovamente ridimensionato a figura di contorno, a comparsa.
Si legge nella nota, tra l’altro (cito dalla classica traduzione di Ervino Pocar): “il tipo di composizione… chiamato tecnica dodecafonica è, in realtà, proprietà spirituale di un compositore e teorico contemporaneo, Arnold Schönberg”. “Un compositore e teorico contemporaneo”? Uno? E contemporaneo di chi, vediamo? Di Stravinsky, o magari di Britten? Quell’articolo e quell’aggettivo fanno imbestialire Schönberg, che non si limita più a seccate lettere private, ma porta la polemica sulle riviste, specializzate e non, costringendo Mann a replicare con gli stessi mezzi, sia pure con quel garbo squisito, sussiegoso e ironicamente dispiaciuto che sarà a sua volta oggetto di ironie malevole da parte del musicista. Schönberg ora sferra attacchi non solo sul furto intellettuale operato nel romanzo, ma anche sulla competenza musicale approssimativa, sulla figura anacronistica del protagonista Leverkühn, che mentre è presentato come un innovatore straordinario è dipinto in realtà come un imbarazzante epigono del tardo wagnerismo, e finalmente su quello che è andato rivelandosi come il vero ispiratore del romanzo, Theodor W. Adorno, il filosofo e ex allievo di Alban Berg (allievo a sua volta di Schönberg) a cui Mann ha chiesto per anni preziose consulenze anche di stretta natura musicale (e di cui ha saccheggiato, ammettendolo però in questo caso, la “Filosofia della musica moderna”, opera che lo stesso Schönberg non amava).

Aggiungo due piccoli dettagli a questa disputa che ha dell’epico, almeno per chi si interessa di musica e di letteratura e ama entrambi i contendenti, o almeno ama le loro opere:
- Schönberg non ha mai letto il “Doctor Faustus”, per rifiuto personale ma anche per una menomante malattia agli occhi; la sua polemica è dunque alimentata dal contesto, dalle confidenze degli amici, in certi casi dal sentito dire. Ci resta la curiosità di sapere se avrebbe reagito allo stesso modo di fronte alla figura di Leverkühn, così diversa da lui, così incompatibile, così “letteraria”;
- Thomas Mann, nella “Genesi del Doctor Faustus”, oltre a tracciare le fasi dell’elaborazione del suo vasto capolavoro, si difende dalle accuse del compositore, dilagate in ambito giornalistico e divenute materia di chiacchiera da salotto: qui riconosce a Adorno il merito che ha avuto nella creazione (un merito, verrebbe da dire, perfino eccessivo); ma Schönberg non ha potuto o voluto leggere nemmeno quet’opera.
Nel 1950, i due, vecchi e pieni di acciacchi, troveranno modo, casualmente, di fare tregua, se non proprio pace. Lo stesso Schönberg, individuato in Adorno il vero “colpevole” di tutta la faccenda, e stanco della logorante polemica, accetterà con sollievo la mano tesagli da Mann.

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