domenica 4 marzo 2012

Sintonie (da "Letteratitudine"): Carla Vasio e l'"Autoritratto" di Goffredo Petrassi


Ho riletto con grande piacere e intensa commozione l’”Autoritratto” di Goffredo Petrassi, scritto in realtà da Carla Vasio, a cui si attribuisce con discutibile scelta editoriale la sola elaborazione dell’intervista (Laterza, 1991). Carla Vasio, una delle voci più musicali e pittoriche della nostra letteratura recente, già legata al Gruppo 63, autrice quindi di splendidi affreschi di parole come “L’orizzonte” (1964, appena ristampato da Polimata), “Laguna” (Einaudi, 1998), “Labirinti di mare” e “La più grande anamorfosi del mondo” (entrambi Palomar, rispettivamente 2009 e 2008) – Carla Vasio, dicevo, raccoglie con affetto e dedizione totale le confidenze del vecchio maestro ormai cieco, e le riveste di un nitore formale e di una chiarezza di pensiero che oggi sono rari – eppure, prodigiosamente, ne salvaguarda l’andamento improvvisativo, i cambi di rotta del pensiero, le divagazioni della memoria.
Petrassi, al momento dell’elaborazione del testo, è, dicevamo, vecchio e cieco; la sua condizione non ne fa un isolato, però: ama rimanere a contatto con allievi, amici, corrispondenti da tutto il mondo. Ha smesso, con piglio stoico, di scrivere musica – una decisione che è realistica accettazione dei limiti che la salute cagionevole gli impone –, e anche di dedicarsi alla lettura. “Posso scrivere una lettera quasi automaticamente” ammette Petrassi, “ma il controllo continuo sulla partitura non mi è più possibile e allora preferisco non scrivere. Così ho deciso.” E di seguito: “C’è voluto del coraggio… direi… che è venuto il momento della accettazione, sì, accettazione di uno stato irreversibile”. La sua mente, però, la sua facoltà immaginativa sono piene ancora e sempre di musica e di letteratura, continuano a produrre (a creare, meglio) musiche e a godere del ricordo delle parole. “Ascoltare la musica, pensare alla musica, essere imbevuto di musica: questo è il senso della vita” chiosa alla fine della prima sezione, “La passione e la vita”.
Nella “difficoltà di vivere, nella fatica del vivere, in questa grande fatica”, che è fatica di ogni età, ma della vecchiaia in particolare, Petrassi individua due correttivi vitali, uno appunto nella cultura, nel desiderio di non rinunciare mai alla curiosità intellettuale, l’altro nell’amicizia più esigente, nel pieno soccorso degli affetti (l’amicizia è “un trapasso d’amore, un’intesa affettiva non detta, per cui si desidera vedere l’altro e parlargli essendo l’unico a cui si può aprire il proprio animo e accogliere il suo”). Questa lunga, libera eppure rigorosa conversazione con l’amica Carla Vasio unisce appunto queste due componenti e dedica diverse pagine al valore salvifico dell’amicizia, al potere della sintonia profonda di mente e di cuore tra due persone.
Petrassi si racconta come un autodidatta: lo è davvero, all’inizio, nel suo muoversi alla ricerca di una direzione, nell’affinarsi di un gusto, partendo da condizioni (familiari, sociali, geografiche) non proprio favorevoli. Ma quell’atteggiamento da autodidatta, che si costruisce da sé, con “passione”, la propria strada, i propri riferimenti, la propria “tradizione”, o “canone”, e se sbaglia lo fa per generosa avventatezza, e sa imparare dai propri errori meglio e più che dai propri successi, e non perde mai quella sana concezione della creazione artistica come alto “artigianato” – quell’atteggiamento rimane il suo anche in seguito, quando il compositore, conosciuti Casella, Malipiero, Gavazzeni e altri, diventa celebre, comincia a viaggiare, ad avere impegni nell’ufficialità di anni anche difficili (a questa fertile formazione è dedicata la prima sezione del libro). Dice Petrassi: “Ho trovato una grande ricchezza nel mio tirocinio di autodidatta, perché mi ha permesso di curiosare nei campi più diversi… senza guida, senza programmi: un andare alla ricerca di quello che mi era veramente necessario”. E poco prima: “Un autodidatta ha un modo particolare di appropriarsi delle cose, perché non ha tempo di macerarsi su un solo argomento né di approfondire appassionatamente un solo oggetto di interesse”.

L’autodidatta alla Petrassi (che non resta un autodidatta vero, intendiamoci, lo è nello spirito, nella libertà dei gesti) in questa sua “conquista” del mondo non si muove entro confini prestabiliti. Si stanca presto delle convenzioni delle scuole, a cui non vuole e non sa aderire; e strapazza fecondamente anche le convenzioni delle forme, che gli vengono quasi subito a noia. Come la lunga conversazione di cui stiamo parlando, le composizioni di Petrassi – anche le più ampie, le più ambiziose – procedono per guizzi e intuizioni, in una libertà che è ricerca di una forma nuova, che abbia una sua coerenza, una sua necessità all’interno di sé, non nel rispetto di strutture pregresse. Nel suo procedere nell’atto compositivo, egli lascia che l’immaginazione (potremmo anche dire la peregrinazione nei territori del “caso”) parta per prima, scaturisca da un elemento occasionale, estemporaneo, o meglio dalla scelta di un “ambiente sonoro” che è prima di tutto timbrico, e che la “ragione” eserciti su di essa un controllo discreto ma chiarificatore, ne distilli una forma, un senso. Sto usando termini, come “immaginazione”, “ragione”, che sono quelli adoperati proprio da Petrassi nella terza sezione del libro, intitolata “L’immaginario”; ve ne sono altri ancora, come “razionalità” e “passionalità”, che Petrassi vede coesistere o meglio lottare l’uno con l’altro, in “una lotta costante tra l’abbandono allo smarrimento della ragione e la necessità di mantenere un atteggiamento critico; tra il freno da imporre alle passioni e le passioni stesse” – il che suona, ovviamente, non solo come metodo di composizione, ma come costante approccio alla vita.
Carla Vasio, nel procedere con la stesura dell’”Autoritratto”, ha lasciato che si esercitassero le medesime forze compositive: ha raccolto “discorsi confidenziali e frammentari, cercando un filo che collegasse frasi disperse nel flusso di un discorso senza progetto”: da questi frammenti Vasio ha ricomposto una sorta di biografia emotiva, di grande intensità, e insieme di incorreggibile pudore, perché Petrassi rimane riservato, pudico, anche quando si lascia andare. Petrassi si esprimeva così, assicura Carla Vasio: con precisione, con proprietà nella scelta delle parole, anche nei momenti svagati, nelle deviazioni della memoria. Quegli incontri in casa di Petrassi sono stati l’occasione per smuovere il terreno attorno a ricordi sepolti, con discrezione (parola importante, per capire non solo Petrassi, ma anche l’atteggiamento di Vasio, come lo è l’aggettivo “delicato” riferito all’operazione di recupero della memoria e di travaso del materiale raccolto nella coerenza di un intero libro).
Carla Vasio, nella breve e importante Premessa, accenna, a proposito della vita di Petrassi, a un “percorso esistenziale che mostrava caratteri romanzeschi”, a un “destino eccezionale che provvedeva a farlo trovare sempre al posto giusto nel momento giusto”, a “dedizione incondizionata fino al raggiungimento della meta”, a “tensione”, a “passione”; ma nell’ultima pagina del libro lascia che Petrassi veda la propria vita, al contrario, come un esempio tra i tanti: “Ho provato tutto: felicità, dolore, paura, coraggio. Perché io sono un uomo comune. Seguito a dirlo: sono stato un uomo comune e la mia vita non ha avuto una tale rilevanza da essere storicizzata. Piuttosto può essere raccontata: questo sì, raccontata.” C’è in queste righe e nelle successive (“Forse avrei potuto fare di più, ma questo non lo so con certezza, non sta a me dirlo”) una dichiarazione di modestia vera, fatta di disincanto e anche di un’onesta dose di orgoglio, che solo i grandi, e forse solo dal punto estremo d’osservazione della vecchiaia, sanno esprimere.

Ecco un libro che vale la pena cercare, ma nelle bancarelle, nelle biblioteche, nelle librerie dell’usato o antiquarie, perché, ahimè, è fuori commercio da anni, nonostante il prestigio dei nomi dei due coautori e la densità della materia trattata.

2 commenti:

Fabio Ciriachi ha detto...

Bella, intelligente e sensibile recensione di un libro tanto prezioso quanto ingiustamente introvabile. L'amorosa attenzione di Claudio Morandini fa da ulteriore anello di passaggio in una catena virtuosa di cause-effetti che inizia con la singolare e ricca vita non solo artistica di Goffredo Petrassi, passa attraverso l'eccezionale testimonianza di Carla Vasio per arrivare, tramite Claudio Morandini, a lettori che mi auguro il più numerosi possibili; perché la bellezza, quando si giova di così puntuali e indiscutibili emissari, fa bene al mondo, lo cura.

Claudio Morandini ha detto...

Grazie, Fabio!