sabato 24 marzo 2012

Sintonie: i racconti di Fabio Ciriachi


In attesa di conoscere più a fondo la produzione poetica di Fabio Ciriachi, in particolare l’ultima raccolta, “Pastorizia” (Empirìa, 2011), ho finalmente letto i bei racconti contenuti in "Azzurro-cielo e verde-pistacchio" (Edimond, 2008). Più che nei romanzi, vi ho rinvenuto una vena elegiaca (in senso classico, latino, verrebbe da dire), controllata ma costante, che ho ritrovato poi, ancora più marcata, in altre sue pagine ancora inedite. L'elegia di cui parlo scaturisce dal canto della perdita, ma non è mai querula perché non sembra rassegnarsi, non rinuncia alla ricerca (dell'oggetto perduto, o almeno di una spiegazione). Perdita e ricerca mi sembrano davvero i motori di questi racconti. Nelle vaste dimensioni del romanzo (penso a “Soprassotto”, Palomar 2008, o a “L’eroe del giorno”, Gaffi 2010), questo senso elegiaco si diluisce e si contamina con altro, con il gioco spesso divertito della memoria, con quel forte senso pedagogico che anima le relazioni tra i personaggi e costruisce la loro formazione, con la storia e la cronaca anche, con la passione politica, con l'urgenza della memoria. Nei racconti di "Azzurro cielo", invece, quel senso è nudo, solo, ha una sua forza anche ossessiva (lo dico in senso positivo, è chiaro), inaspettata; resta soltanto, a virgolettarlo, ma appena appena, in certe pagine, il sottile gioco dell'omaggio letterario (a Nabokov, a Sofocle).
Lo sguardo di Fabio Ciriachi (questo vale per ogni sua pagina, che sia di romanzo, di racconto o poesia) è sempre scrupolosamente attento e partecipe: ogni cosa si porta dietro la memoria di mille altre cose; lo sguardo paziente cerca, rivolta (con garbo, sempre), misura quanto è andato perduto, quanto si può recuperare o colorare di un nuovo significato, accarezza, nel tentativo di definirli, le cose e gli altri e il rapporto con gli altri, e nel provare a chiarire tutto quell'intrico di piccoli misteri o segreti che scorre sotto traccia alle cose del mondo, e a noi stessi.
L'affabilità di quello sguardo ci sorprende quando sentiamo che, a muovere la scrittura, è in realtà una motivazione legata a un’esperienza dolorosa. Ma la scrittura ha questa capacità di assorbire il dolore e l'angoscia, di circoscriverlo in un tessuto di parole, di muoversi attorno ad esso e attraverso con un misto di metodo e libertà. Non cancella il dolore o la pena del vivere: ma, facendone materia di narrazione, lo cauterizza - è una nostra piccola vendetta, tutto sommato innocente, un riappropriarci di una parte di noi che il dolore ha strapazzato e fatto sua. Possiamo scriverne: farne buona letteratura, anzi: "usarlo", non esserne usati.

Ciriachi sa - come pochi altri - raccontare se stesso (o qualcuno di molto somigliante) come si racconterebbe una vita emblematica (anche nei piccoli gesti, nei pensieri quotidiani), restando bene alla larga dal compiacimento di chi non vede al di là della propria angusta dimensione autobiografica.
Ci sento, in questa tua capacità, il benefico influsso della pratica della poesia.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Claudio, ti avevo lasciato un preciso e argomentato ringraziamento per la tua lettura dei miei racconti, ma nel tentare di perfezionarlo - lì dove si chiede di scegliere un'identità - sull'account google mi sono perso e si è perso anche il commento. Io non so se esista qualche anfratto dove quelle parole, non riscrivibili, sono conservate; se esistesse proverei a farmi restituire quanto conserva, e sarei felice di mostrartelo. Si parlava di lettori che completano l'opera di scrittura, e di quanto fossero importanti lettori con la tua sensibilità. C'era tanta riconoscenza, e qualcos'altro che non ricordo. Ti ringrazio di cuore,
Fabio

Claudio Morandini ha detto...

Ahimè, Fabio, temo che quelle parole si siano proprio perse. Peccato. Ma l'essenziale lo hai riportato - e ti ringrazio a mia volta.