domenica 18 marzo 2012

Sintonie: Stéphanie Hochet, "Les éphémérides" (in italiano)

Ciò che più colpisce, nell’ultimo romanzo di Stéphanie Hochet, «Les éphémérides» (Rivages, 2012), è l’attenzione riservata a una gamma di sentimenti che non eravamo abituati a rinvenire nella produzione letteraria dell’autrice francese. Sì, Stéphanie Hochet ha sempre sondato a grandi profondità la complessità del mondo interiore dei personaggi, le pulsioni distruttrici o prevaricatrici, la tensione crescente nelle relazioni; ma più ancora che nel penultimo romanzo, «La distribution des lumières» (Flammarion, 2010), qui assistiamo alla ricerca caparbia di una dimensione affettiva da parte dei personaggi, li vediamo abbandonarsi l’uno all’altro, cercare ostinatamente segni di una fiducia reciproca e scoprirsi insomma bisognosi di amore. Questa constatazione non vale soltanto per il pittore Simon Black, che si innamora della cantante di fado Ecuador, ma anche, ad esempio, per i clienti del club sadomaso nel quale di notte lavora Tara, la principale voce del romanzo; e vale anche per la stessa Tara nei confronti della sua amica francese Alice, e per tutti insieme nei confronti del personaggio più sorprendente e prodigioso del libro, la piccola Ludivine, una presenza non saprei dire se cristologica o demoniaca – così differente da Embrun, la protagonista de «L’apocalypse selon Embrun» (Stock, 2004), ma ugualmente perturbante.
Questo bisogno di amore, questo desiderio di farsi colmare d’amore dagli altri, che Hochet descrive magnificamente attraverso gli sguardi, i pensieri, gli impulsi e gli umori dei corpi, i gesti inaspettati, sembra temperare il senso di sofferenza, il dolore che la vita suscita negli esseri umani semplicemente perché è vita. Soprattutto, questa solidarietà amorosa consente di dare un significato all’esistenza, un significato non illusorio ma in qualche modo definitivo, perché è la risposta (non la sola risposta, ma certo la più solida e la più coerente) all’Annuncio traumatico di una prossima fine del mondo, o almeno dell’Occidente. Affronterete meglio la fine del mondo se qualcuno è al vostro fianco, vi aiuta e vi ama. Questo bisogno di amore sorprende gli stessi personaggi, li rende irrequieti ma alla fine permette loro di uscire dalla dimensione egotistica e di scoprirsi diversi da come credevano di essere.
A provocare nei personaggi questo bisogno di contatto, ad accelerare questo desiderio di protezione, è, dicevamo, l’Annuncio di una fine dell’Occidente. La prossimità della fine del mondo ha come prima conseguenza quella di un’inaspettata, acuta percezione del tempo: si misurano i giorni, si prende a poco a poco confidenza con l’idea di un’interruzione definitiva, si gusta infine ogni istante con una consapevolezza nuova. La fine di tutto non provoca solamente questo genere di reazioni positive: la maggior parte della popolazione si lascia andare ad atti vandalici, entra in una vertigine distruttiva, mentre i governi prendono decisioni ambigue e in ogni caso inefficaci.

Tutto ciò, però, secondo me non ha e non vuole avere troppa importanza nella struttura del romanzo, resta un pretesto efficace, dà giusto qualche pennellata scura, suscita qualche opportuna reminiscenza cinematografica. Per questo romanzo, l’aspetto più importante di questo cataclisma misterioso e volutamente vago resta l’effetto sul sentimento del tempo dei personaggi, sulla loro coscienza di se stessi. Proprio come una malattia, la Catastrofe li obbliga a riconsiderare da cima a fondo la loro vita, le priorità che si sono dati, e rende insufficiente e inefficace ogni loro tentativo di indipendenza dagli altri. Pensate a uno dei personaggi più interessanti, il pittore Simon Black che, scopertosi malato di cancro, si scopre anche liberato (cioè guarito) dal suo male inesorabile proprio dall’urgenza del cataclisma: dopo aver praticato su se stesso e sui suoi soggetti pittorici la crudeltà dello sguardo e della messa in scena, recupera un po’ alla volta il gusto del vivere, scopre alla fine una disarmata tenerezza. Ho letto in questo romanzo non il racconto di un’agonia collettiva, ma piuttosto la descrizione di un attaccamento alla vita che integra e illumina il nostro lato oscuro senza cancellarlo.
Certo, resta sempre in molte pagine una spiccata fascinazione per l’oscuro: lo testimoniano il repertorio di torture stilizzate praticate nel club sadomaso, il razzismo di Tara, la ferocia dei Dog (i super-cani che Tara e Patty allevano per trasformarli nella sola specie che sopravvivrà alla catastrofe), la spaventosa macchina per urlare di Simon Black, e anche i quadri di quest’ultimo, diretta filiazione delle opere di Francis Bacon, per non dire della violenza incontrollabile che si manifesta nelle vie, nelle città e nelle campagne. Ma a fianco di queste pagine crudeli c’è il resto, l’esplorazione scrupolosa e coraggiosa dei sentimenti, il senso di attesa di un’epifania o semplicemente della fine di tutto, la ricerca di un possibile senso, in ogni caso un senso laico, alla vita e alla morte. Ho già visto questo sguardo scrutatore, apparentemente impietoso ma in realtà profondamente onesto, che manifesta, nascosta dietro la predilezione per i dettagli inconfessabili e le mostruosità del corpo o dello spirito, una specie di umanismo che, senza risparmiarci nulla delle miserie umane, sa essere compassionevole: è lo sguardo della fotografa Diane Arbus, la sua capacità di rivelare l’umanità senza alibi attraverso una implacabile «distribuzione» delle ombre e delle luci sulla scena.
Costruendo il suo romanzo, Stéphanie Hochet gioca con la varietà dei registri, imita le voci con i loro automatismi, compone un’altra brillante polifonia di soliloqui che, alternandosi e sovrapponendosi, formano un’armonia molto contemporanea (anche se meno aspra di quella de «La distribution des lumières»). E come «Le combat de l’amour et de la faim» (Fayard, 2009), quest’ultimo romanzo è anche un’esplorazione degli spazi, in questo caso dei paesaggi vasti e selvaggi della Scozia, che la Hochet descrive ricorrendo a un lirismo inquieto e a modo suo romantico, e che si alternano con degli interni sempre un po’ soffocanti. Osserviamo infine che Stéphanie Hochet ha reso ancora più sobrio il suo stile, ha temperato il ricorso alle risorse della lingua poetica e agli ammiccamenti letterari, ha limitato la ricchezza del suo lessico sorprendente. I suoi personaggi, presi dalla necessità di un’inedita sincerità, sembrano, con lei, alla ricerca anche di una semplicità linguistica.

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