lunedì 2 aprile 2012

Interviste sul romanzo storico, 4: Andrea Ballarini


Veniamo alle risposte di Andrea Ballarini alle domande sul romanzo storico stilate dai miei alunni di seconda.

1 - Qual è secondo te l'epoca più interessante per l'ambientazione di un romanzo storico?
2 - Che cosa non dovrebbe essere un romanzo storico?
3 - Perché scrivere ancora oggi romanzi storici?
4 - Attraverso quali fasi passa la scrittura di un romanzo storico?
5 - Come ti documenti per la stesura di un romanzo storico?


1. Non penso che esista un'epoca più interessante di un'altra in assoluto, credo che esista un'epoca più interessante di un'altra per quel particolare scrittore. Ognuno ha la sua preferita. Io personalmente sono attratto dall'epoca barocca, perché è un momento in cui è già sorta una sensibilità moderna, con la rivoluzione scientifica ecc. ma è ancora molto presente la tradizione precedente. Gli uomini sembrano vivere ancora in un mondo dove la magia, l'alchimia e, in sintesi, la visione del mondo pre-scientifica è ancora viva. E ci sono figure che sono una sintesi perfetta di questi due mondi, come Newton che era contemporaneamente alchimista e scienziato. Le epoche di transizione sono sempre molto interessanti, come quella che stiamo vivendo peraltro. Brrr... come sono stato serio. Per il prosieguo prometto più frivolezza.

2. Un romanzo storico non dovrebbe essere una messinscena in costume. Mi spiego. Non si può prendere un uomo del Duecento e farlo andare a bere l'aperitivo alle sette di sera in inverno, perché oltre al fatto che l'happy hour era ancora da venire, in inverno faceva buio presto e in città prive di illuminazione artificiale si stava a casa. La storia che si racconta dovrebbe avere un senso calata in quella particolare epoca: un intrigo intorno al diritto divino dei monarchi avrebbe senso nel Seicento, quando gli Inglesi hanno già tagliato la testa al loro re e i Francesi stanno chiedendosi se sia il caso di farlo anche al loro (ci hanno pensato un altro secolo e poi si sono decisi), ma nel Trecento sembrerebbe un po' forzata. Uno splendido esempio di cosa non dovrebbe essere un racconto storico sono certe fiction hollywoodiane, tipo I Borgia, dove i personaggi sono delle figurine senza spessore che ogni dieci minuti ammazzano qualcuno o si trombano qualcun altro, perché questo fa audience. Ooops, si può dire trombare a scuola?

3. Questa è una domanda difficile. Perché no, si potrebbe rispondere sinteticamente. Ogni narrazione, purché abbia un senso di coerenza interna ha diritto di esistere. Dovendo circostanziare di più la risposta, però, si possono trovare altre ragioni. Per esempio, perché attraverso la finzione storica si può parlare del presente in un modo più interessante e meno fazioso. Oppure perché si possono mettere in bocca a personaggi vissuti qualche secolo fa dei pensieri che ci si vergognerebbe a far dire a personaggi contemporanei in cui sarebbe troppo facile riconoscere un alter ego dell'autore. O ancora perché è un po' come andare a visitare un mondo in parte sconosciuto e quindi lo si guarda con occhi non assuefatti e si riescono a cogliere particolari insoliti: io abito a Roma, che non è proprio una brutta città, però non riesco a fare una foto decente, invece appena vado a Cremona o a Pistoia me ne vengono di bellissime. SI potrebbe continuare, ma bastano queste.
4. Be', diciamo che bisognerebbe cominciare a occuparsi di una materia su cui si ha un bagaglio di conoscenze pregresse e sedimentate. Se si pensa che Annibale sia solo il protagonista di una canzone degli Almamegretta forse è meglio evitare di scrivere una storia ambientata nell'antica Roma.
Inoltre, durante la scrittura del soggetto (difficile scrivere un romanzo storico senza sapere almeno a grandi linee dova va a parare la storia) si legge una mole di testi: articoli, saggi, documenti vari. Internet ha semplificato enormemente la vita, ma ogni tanto capita di frequentare delle biblioteche. Per esempio, a me è toccato passare una giornata alla biblioteca del Castello Sforzesco di Milano per ottenere una carta topografica di Parigi della fine del Seicento. E questa parte per me è pallosissima, ma qualche volta non si può evitare. Quello che è singolare è che a volte si comincia a leggere un trattato sulle spade medievali e di link in link si finisce a compulsare un trattato sulle lettere di Matteo Ricci dalla Cina del Cinquecento. Tutto serve. Ci vuole molta elasticità.
Infine c'è la saga delle riscritture. Dopo la prima stesura, in cui cerco di mettere in piedi una trama sensata - e questa è una fase particolarmente laboriosa, perché a volte la storia cambia in particolari anche importanti: non l'idea di base, ma gli snodi narrativi - si passa nelle riscritture successive a rifinire i personaggi, poi la lingua e così via. E' un processo molto simile al lavoro di un intagliatore, in cui si passa dallo sgrossamento iniziale a uno più definito e poi via con la carta vetrata sempre più fine. Mediamente a me servono da otto a dieci stesure. Ognuno però ha il suo metodo. Con l'esperienza noto che le riscritture diminuiscono: non so se divento più bravo o solo più superficiale.

5. Un po' ho già risposto, però ribadisco: oltre alle letture fatte negli anni (e lì c'è dentro di tutto, dall'Isola Misteriosa ai Manoscritti economico-filosofici del 1844), durante tutto il processo che va dalla realizzazione del soggetto alla spedizione del manoscritto vivo in mezzo a un mare di carte, libri, fascicoli, articoli scaricati da internet ecc. Insomma, nel romanzo storico più che in altri campi letterari, prima di essere scrittori bisogna essere lettori. Poi, una volta finito il tutto, bisogna resistere alla tentazione di spedire il romanzo all'editore. Lo si lascia lì, si va al cinema, si lavora, si fa dell'altro, si esce con la fidanzata e quando dopo qualche mese lo si rilegge di solito si sente il bisogno di rimetterci le mani. L'altra tentazione a cui resistere è di riscriverlo all'infinito, perché nessuno è in grado di sopportare uno scrittore che da dieci anni sta scrivendo il suo cavolo di romanzo e non lo finisce mai. C'è tutta una letteratura in merito.

Andrea Ballarini vive a Roma. È autore del romanzo ambientato nel mondo seicentesco della commedia dell’arte “Il trionfo dell’asino”, primo di una trilogia (Del Vecchio, 2009). Ha anche scritto, tra le altre cose, “Chi massaggia il manzo di Kobe?” (Dalai, 2011). Collabora con Il Foglio.

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