giovedì 19 aprile 2012

Su "A gran giornate", 3

In attesa dell'uscita (verso gli inizi di luglio) del romanzo "A gran giornate" nella collana Tam Tam delle Edizioni La linea di Bologna, continua quello che qualcuno (mica io) chiamerebbe il backstage del romanzo.

In quest’ultimo episodio i personaggi del romanzo sono tutti presenti – no, tutti no, a ben pensarci, perché alcuni nel frattempo sono morti o si sono perduti, ma questo non potevo saperlo ancora, visto che, come dicevo, l’ultimo capitolo è stato il primo che ho scritto pensando all’attuale romanzo. Erano presenti lì, nel macchinone (diventato poi furgone), perduti, disperati senza sapere di esserlo. Dovevo a quel punto solo rintracciare qualcosa delle loro vite passate, risalire a ritroso fino a scoprire come si erano conosciuti, e prima ancora, come avevano mosso da soli i primi passi di personaggi già adulti nel mondo che gli andavo misurando attorno.

Ho poi recuperato pezzi e idee vecchi, anche vecchissimi, da tentativi narrativi che avrei distrutto subito dopo – per mettere in difficoltà i filologi, è ovvio. Da punti diversi del mondo, da vite diverse, mi dicevo, faccio partire questi personaggi, e vedo che succede finché non si incontrano. Più avanti ho notato (no: me l’hanno fatto notare) come tutti in realtà provenissero da una sorta di mondo provinciale, e fossero tutti esemplari tipici di questo mondo, nel loro modo di muoversi, di ragionare, di essere soli o di stare in compagnia. La cosa mi ha inquietato un po’: davvero il clima della provincia mi impregna così tanto che senza accorgermene scrivo di situazioni provinciali anche quando ambisco a una dimensione più ampia che magari abbia o si illuda di avere sfumature addirittura metafisiche? Mi sono consolato pensando che la condizione della provincialità mi pare universale – una delle più universali, connaturata all’uomo, anche a quello che si ritiene cosmopolita. A ogni modo, meglio così: il picaro di provincia, di confine anzi, ha un’inquietudine, un’insoddisfazione, anche una ristrettezza di vedute e di ambizioni che sembra la più adatta a un romanzo di piccole vite e piccoli uomini assai poco eroici come questo. È disarmato di fronte al mondo: le sue comode certezze di abitante di un piccolo ambiente chiuso e rassicurante si sfaldano dinanzi alla vastità di tutto il resto, e lui si scopre nudo, modesto, ignorato, immiserito.

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