giovedì 26 aprile 2012

Su "A gran giornate", 5

Qualche altra confidenza sul mio prossimo romanzo, "A gran giornate", pubblicato dalle Edizioni La Linea di Bologna e in libreria dalla fine di giugno 2012.
Man mano che scrivevo, scoprivo connessioni – quelle con Verne e Poe le ho già confessate, anche se non ho ancora detto che percorrono tutto il romanzo, non solo l’ultimo episodio – io almeno le intravedo ovunque. Ma forte, nel dare l’impronta, è stato anche l’influsso di quella scena ricorrente del “Fascino discreto della borghesia” di Buñuel, quell’incongrua, straordinariamente misteriosa scena in cui i personaggi del film, senza alcuna evidente relazione con il resto della storia, camminano silenziosi lungo una strada di campagna che non si sa dove porti. Nel tono generale del libro, poi, nel tono paradossalmente umoristico, sentivo emergere il piacere della lettura di certi libri di Joël Egloff o di Magnus Mills (libri che anni fa mi avevano fatto ridere fino alle lacrime, e insieme esasperato non poco); oggi forse qualcuno potrebbe trovare in “A gran giornate” un’eco di certe cose di Paasilinna, ma riconosco di conoscere poco di questo autore, e soprattutto ammetto che all’epoca della stesura del mio romanzo non avevo ancora letto nulla di lui.
E via via che il romanzo prendeva corpo, o meglio che le pagine si accumulavano, sentivo che il problema della forma si sarebbe risolto solo non dando forma. Cioè prendendo tutto (quasi tutto, via) quel materiale narrativo, quelle avventure vissute da X, Y e compagnia bella, e trattandolo come insieme di frammenti sopravvissuti alla perdita di un romanzo immaginario molto più vasto – prendendo insomma ispirazione dalla frammentarietà del "Satyricon" di Petronio e dalla ricostruzione, da parte di filologi, dei frammenti in un insieme coerente. Ecco perché in “A gran giornate” gli episodi sono numerati, e sono di lunghezza e spessore così diversi, e tra l’uno e l’altro compaiono ellissi anche notevoli; ecco perché a volte si ha l’impressione (effetto voluto, credetemi) che diverse cose, magari proprio certe avventure eccitanti, siano accadute nelle parti andate perdute, non in quelle conservate. Anche il "Satyricon" (quello che noi chiamiamo "Satyricon") procede divagando, a sussulti, i personaggi vi appaiono e scompaiono senza ragione, le convenzioni spaziali e temporali sembrano buttate all’aria, e al piacere della prevedibilità pare essersi sostituito, all’attacco di ogni nuovo episodio, il piacere della sorpresa (o della vertigine, della non comprensione).

Nessun commento: