domenica 2 settembre 2012

Letture: Lilian Auzas, "Riefenstahl"


Affascina e turba il romanzo-saggio di Lilian Auzas, “Riefenstahl” (pubblicato da poco dalle Editions Léo Scheer), dedicato appunto alla figura di Leni Riefenstahl. Cerchiamo di non essere impazienti, nel tornare con il pensiero sul libro, e di non voler arrivare subito alle domande ineludibili che la Riefenstahl costringe a porsi: che cosa ha rappresentato la protezione di Hitler nella vita professionale e artistica di Leni, e in quale misura Leni ha contribuito, con il suo talento, al rafforzamento del carisma di Hitler; a queste domande si arriverà, nel corso del libro, ma con circospezione, con garbo quasi, verso la metà, attorno a pagina 100. Prima c’è il racconto dello sviluppo della vocazione artistica della Riefenstahl, sin dall’adolescenza, prima nella danza, poi nel cinema, poi, finalmente, nel passaggio da attrice a regista (la fotografia, passione senile, arriverà negli ultimi capitoli). Auzas, che della protagonista del suo romanzo d’esordio è stato studioso, dipinge la giovane Leni come una artista ambiziosa e volitiva, dominata da un desiderio ossessivo di realizzazione e di successo, via via più consapevole del proprio talento, spinta ad assumere atteggiamenti spiazzanti e anticonformisti in un mondo maschilista, dove la vediamo muoversi con la forza esplosiva di una Lulu, o di una Lola Lola. Leni è soprattutto affamata di bellezza (di una sua idea di bellezza, che rivelerà qualche sintonia con l’ideologia nazista) e alla continua ricerca del mezzo espressivo più efficace per rappresentarla. Per qualche anno questa bellezza resta circoscritto al suo stesso corpo danzante, all’intensità delle sue interpretazioni, alla sua presenza fisica, alla mitizzazione di lei stessa come creatura di fiaba. Arriva però il momento in cui la ricerca di un sublime estetico si sposta altrove: questo avviene dopo l’incontro con Hitler, di cui Leni è devota ammiratrice. Allora saranno i congressi del partito nazista, le adunate di popolo, le parate militari a diventare oggetto della mitizzazione (non solo della contemplazione estetica) della Riefenstahl.
Auzas esprime assai bene il turbamento che si prova, da spettatori, dinanzi alle immagini dei film più spiccatamente nazisti della Riefenstahl: si percepisce il talento, si sente la cura artistica del dettaglio, del montaggio, dell’inquadratura, ma allo stesso tempo si avverte con stridore che quel talento e quella cura sono messi al servizio di un progetto orribile. La domanda a questo punto cade a proposito: quanto Leni, con la forza visionaria del suo cinema, ha contribuito a rafforzare il nazismo e ad alimentare il carisma del suo capo? Auzas pone questa domanda, ma lascia che sia il lettore a dare una possibile risposta. La pone anche al suo personaggio, o meglio immagina diversi momenti nei quali la protagonista si è confrontata con questa domanda – con questa e con altre non meno urgenti, che concernono tutte le personalità che hanno accettato di non fuggire di fronte al manifestarsi del nazismo e anzi hanno continuato a dipendere da esso secondo diversi gradi di connivenza. Insomma, quanto la Riefenstahl è complice dell’irresistibile ascesa del Fuhrer come uomo-mito, e quindi, indirettamente, responsabile di ciò che questi ha compiuto?
La Leni di Auzas, venuta a conoscenza delle atrocità commesse dai nazisti prima e durante la guerra, reagisce in due modi: attraverso una gigantesca (e sofferta, si direbbe) opera di rimozione e di negazione, e insieme attraverso la totale dedizione al proprio lavoro (anche durante la guerra, anche verso la fine, quando tutto è ormai perduto): cioè rifugiandosi nel suo personale mondo di miti e bellezza, fatto di fondali, storie che coniugano fantasticherie e realismo, pezzi di pellicola da montare con puntiglio ossessivo. In questo senso, il racconto della vita della Riefenstahl ci aiuta a decifrare l’atteggiamento non solo di molti artisti che si sono compromessi con il regime, ma anche quello della maggioranza della popolazione tedesca.
Lilian Auzas è un sincero ammiratore dell’arte e del talento della regista tedesca. In una serie di capitoli brevi, taluni brevissimi, alterna il punto di vista dominante della Riefenstahl con il proprio, e racconta le proprie emozioni alla scoperta della personalità controversa della regista. Quando, nel ricostruire l’andamento di una scena, si concede delle ipotesi, lo riconosce con franchezza, come avviene in un episodio cruciale, quello della stesura di una lettera di denuncia nei confronti dell’amico e collaboratore Béla Balázs. Dal momento che il suo è un romanzo, non un saggio biografico, il rigore della ricostruzione e il ricorso alle fonti si mescola sapientemente a un certo grado di libertà, nelle brillanti sequenze dialogate, nel completamento di momenti controversi o oscuri, nella descrizione della complessa interiorità della protagonista, nell’ambiguità di certe sue scelte etiche; soprattutto, in quanto romanzo, gioca sui “forse” e sui “chissà se”, e solleva domande a cui ci invita a rispondere.

Leni Riefenstahl resta ambigua, anche alla fine, quando nel giustificare se stessa gioca sulla differenza tra essere stati nazisti ed essere stati ammiratori di Hitler (lei si situa tra questi ultimi); il suo infaticabile e multiforme progetto artistico rimane appesantito da un atteggiamento opportunistico e da un profondo egocentrismo. Non è stata l’unica a compromettersi (e a dannarsi per così dire l’anima), ma la forza innegabile del suo talento ha reso più difficile se non impossibile accogliere le sue giustificazioni e comprendere molte sue scelte. Questa problematicità, che ci tira in ballo personalmente e ci mette ancora profondamente a disagio, è uno dei punti di forza del romanzo di Lilian Auzas, che spero di vedere presto tradotto in Italia.

1 commento:

Romolo Ricapito ha detto...

Letto da poco il romanzo tradotto ma per me è una biografia, non un romanzo!