venerdì 28 dicembre 2012

Da "Letteratitudine News": Nabokov e la musica

Da oggi, la mia collaborazione con il blog "Letteratitudine" si estende su https://letteratitudinenews.wordpress.com. L'esordio è con un pezzo dedicato alle idiosincrasie musicali di Vladimir Nabokov.

Chi conosce la prosa sontuosa, musicalissima di Vladimir Nabokov non può trattenere lo stupore a un certo punto della raccolta di memorie che Adelphi ha pubblicato nel 2010 a cura di Anna Raffetto con il titolo “Parla, ricordo” (nella eccellente traduzione di Guido Ragni, a cui ricorreremo per le citazioni); perché Nabokov, con splendidanonchalance, confessa (rivendica, anzi) una totale mancanza di attitudine per la musica. E non solo riconosce di non aver mai nutrito il minimo interesse per la musica in quanto arte o pratica hobbistica di alto livello, ma asserisce di non capirci nulla, di sentirla come totalmente estranea al suo sentire.
La scoperta di questa sordità alla musica è precoce e, parrebbe, serenamente indolore. Al piccolo Vladimir, che dimostra da subito una forte sensibilità sinestetica nell’accostare suoni della lingua a colori, le note musicali non evocano alcuna impressione ottica. “La musica, mi dispiace dirlo, mi giunge solo come una sequenza arbitraria di suoni più o meno irritanti. In determinate condizioni emotive riesco a sopportare gli spasimi di un vibrante violino, ma il pianoforte da concerto e tutti gli strumenti a fiato assunti in piccole dosi mi annoiano e in dosi maggiori mi scorticano vivo.”
Prima osservazione, forse banale: Nabokov, dall’alto della sua arte, sente di potersi permettere di confidare una sordità alla musica; sente anche di non doversi rammaricare di nulla. Di fronte a tante dimostrazioni di dilettantismo musicale, a volte anche un tantino imbarazzanti, da parte di scrittori o artisti, la sua franca confessione, che si colorerà in certe pagine di un’ilare perfidia, suona come uno schiaffo salutare, o almeno come un buffetto scherzoso. È un sano ridimensionamento dell’aura mistica riservata alla musica (ancora nel Novecento, in ambienti non musicali) una frase sui bambini prodigio come questa: “fanciulli graziosi e ricciuti che agitano bacchette o ammansiscono immensi pianoforti e che alla fine si trasformano in musicisti di seconda categoria, occhi tristi, oscuri disturbi, e qualche cosa di vagamente deforme nei posteriori eunucoidi”.
C’è probabilmente di più, però: Nabokov veniva da una famiglia in cui la musica era amata, seguita e praticata, come occasione sociale, esercizio di bellezza e applicazione di disciplina. Vladimir sembra, con questa sua presa di posizione, non solo staccarsi dalla musica, ma anche dal mondo splendido ma ritualizzato dell’aristocrazia russa in Russia o in dorato esilio in Europa: dalle serate all’opera, che lo annoiavano a morte, dall’eccentrico zio Ruka, dilettante di poesia e di composizione, verso il quale pure nutre affetto, o dal fratello Sergej, che bambino si sottoponeva senza protestare a lezioni di piano, eseguendo esercizi che a Vladimir sembrano ovviamente “detestabili”. Ma non è snobismo quello di Nabokov, è piuttosto rivendicazione di una scelta estetica autonoma. In un certo senso è come se la musica, scivolando sull’impermeabile Vladimir, lo avesse saltato o, dal suo punto di vista, risparmiato, balzando dalla generazione dei genitori, dopo avere sfiorato appena il fratello, a quello dei figli – dell’unico figlio, anzi, Dmitri, musicista oltre che curatore e traduttore delle opere del padre, e basso di un certo prestigio, a giudicare dal curriculum.
Ma sarà davvero così estranea la musica a Nabokov? Qualche dubbio può venire, a rileggere frasi di concentrata percezione musicale della vita come questa, da “Lolita”, orchestrata come una partitura di voci: “Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida che in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche, si poteva udire di tanto in tanto, come liberato, uno zampillo quasi articolato di vivide risa, o il colpo di una mazza, o lo sferragliare di un camion giocattolo, ma era tutto troppo lontano dagli occhi perché si potesse distinguere un movimento nelle strade appena tratteggiate. Rimasi ad ascoltare quella vibrazione musicale dall’alto del mio dirupo, quegli sprazzi di grida isolate che avevano per sottofondo una sorta di schivo mormorio, e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di Lolita dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni.”
O, per quanto sia fin troppo facile, torniamo a leggere (ascoltare? sentire?) l’incipit dallo stesso “Lolita”, in cui il senso promana dal suono, dalla pura scansione sonora delle sillabe: “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”


https://letteratitudinenews.wordpress.com/2012/12/28/vladimir-nabokov-letteratura-e-musica/


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