venerdì 14 dicembre 2012

Intervista a Fabio Ciriachi sulla poesia


Come dicevo, ecco le belle risposte di Fabio Ciriachi alle domande sulla poesia formulate dalla mia seconda liceo.

Come ci si sente a essere un poeta oggi?
Nelle mie esperienze di scrittura, essermi occupato e occuparmi anche di poesia (tre raccolte edite e una quantità notevole di testi spuri) non arriva a farmi “sentire” un poeta. Non c’è, a mio avviso, una condizione che autorizzi a definirsi così in modo permanente; considero, invece, possibile che nello stato d’animo particolare con cui ci si esprime in versi si sia molto vicini a quanto il termine “poeta” comunemente esprime. E comunque, quando si ha l’impressione che i versi abbiano trovato le parole giuste, ci si sente molto bene.

Che cosa può dire e dare la poesia oggi?
Tenendo conto del particolare rapporto tra società civile e fruizione culturale che caratterizza questa fine della postmodernità (rete, blog, e-book), mi sento di affermare che la poesia, oggi, dice e dà più o meno quanto ha detto e dato nel corso dei secoli. Occasioni di crescita interiore, per chi cura questo aspetto dell’esistenza; ciambella di salvataggio, per chi altrimenti annegherebbe; punto di riequilibrio, per il suo saper liberare dalla povertà squilibrante dei linguaggi utilitaristici; squarcio di vastità sulle ristrettezze di un’esistenza che la routine sociale ottunde.

Che cosa non è la poesia oggi?
La domanda è di una tendenziosità che mi sfugge, perché sarebbe fin troppo facile rispondere che non né una balena, non è un F-35, non è un passaggio a livello. Forse dovrei più retoricamente considerarla alla luce di cosa ci si aspetta che sia, magari come continuazione di ciò che ci si è aspettato che fosse in passato. Allora mi viene da dire che non è vaticinio, non è profezia, non è manna dal cielo (per incontrarla, da lettori, bisogna lavorare sodo), non è scorciatoia (“sette paia di scarpe ho consumato”), non è consolazione.

In che rapporto ti poni con la tradizione poetica che ti ha preceduto?
In un rapporto di piena e incondizionata gratitudine. Devo tutto a quanti hanno scritto prima di me; non solo a quelli sui quali, per affinità, mi sono formato, e che mi hanno insegnato il poco che so fare, ma anche a quelli che la mobilità del giudizio critico mi fa ritenere lontani, estranei, al limite dell’inutile. Certo, dietro ogni pubblicazione c’è il rischio che si celi un atto di stolta superbia, giacché pubblicare equivale a dire “aggiungo qualcosa che mancava a quanto già esiste”, il che è molto difficile da dimostrare. Tanto è vero che, per quanto mi riguarda, l’unica condizione a cui sottostò, e alla quale ho sempre cercato di essere fedele, è che il nuovo libro sia migliore del precedente.

Come e quando ti sei accostato alla poesia?
A scuola, da piccolo, perché in casa mia non c’era un rapporto con la lettura tale da favorire occasioni. Poi, nell’adolescenza, la poesia è entrata quasi da sola in un più ampio progetto di apertura allo scrivere, e da allora si è nutrita di letture disordinate ma per lo più appassionanti. Piano piano, a forza di imitare i maestri, la mia voce ha assunto un carattere suo proprio, anche riconoscibile, e lo prova la telefonata di un’amica che, rimettendo a posto le sue carte, diceva di aver trovato una poesia anonima che le sembrava scritta da me; le ho chiesto di leggermela e ho scoperto che in realtà era una mia traduzione di una poesia di Philip Larkin, poeta che amo molto ma dal quale sono stilisticamente lontano. Perplessità a parte sui fondamenti del tradurre, è stata una buona verifica di riconoscibilità.

Da dove nasce la scrittura poetica? Cos’è l’ispirazione poetica?
Credo nasca da quanto scritto prima, e poi ancora prima, fino ad arrivare alla prima scrittura che immagino nata dal canto, anzi, dal suono, un suono che, trovata voce umana capace di esprimerlo, ha al contempo trovato pensiero, senso, fino a rendere costante ed equilibrato il compromesso suono/pensiero. Quanto all’ispirazione, non so bene cosa dire, se non che non esiste, forse, quella che si fa somigliare a una sorta di discesa dello spirito santo, che s’infonde nel poeta e, attraverso i suoi versi, arriva agli altri. È probabile che esista, invece, in chi scrive e in chi legge, una tendenza al bello come armonia quotidiana, come patria di salute in cui abitare il più possibile, ma di difficile accesso, perché il patto sociale, almeno nell’area culturale che deriva dalla Grecia, si è costituito su valori che tendono a negare, in quanto improduttiva, quell’area dell’essere, di modo che si arriva a scrivere poesia solo quando, per ragioni spesso carsiche, si riesce ad aggirare il divieto.

Fabio Ciriachi è nato nel 1944 a Roma, dove vive dopo aver passato molti anni a Arezzo. Fotografo, poeta, autore e traduttore, con la silloge Dissidenze ha vinto il Premio Montale 1990 e con il racconto Solo per somiglianza ha vinto il Premio Anna Maria Ortese 2004. Fra i suoi ultimi libri di narrativa, Azzurro-cielo e verde-pistacchio (Edimond, 2008); Soprassotto (Palomar, 2008), L’eroe del giorno (Gaffi, 2010). Come poeta ha pubblicato presso Empirìa Il giardino urbano (2003) L’arte di chiamare con un filo di voce (1999) e Pastorizia (2011). Nel 2011, sempre per Empirìa, ha partecipato a Testo originale de i parlamenti.


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